“Non ti buttare via”. Drammatico picco di suicidi tra i giovanissimi

Viviamo «una società sempre più debole e fragile, che non spera più e ha paura del proprio futuro» spiega il dottor Andre Bilotto

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“Tragedia nel biellese. Ragazzo 25enne suicida”. “Studente di 19 anni morto suicida a Trastevere”. “Dramma a Tivoli, ragazzo suicida si getta dal ponte”. “Monza. Dramma al Liceo Frisi, due studenti suicidi”. Questi i titoli degli ultimi giorni.

Il “coronavirus” italiano è un male oscuro che uccide i nostri ragazzi nel silenzio generale: Episodi che hanno fatto emergere, in maniera ancor più dolorosa, una grave problematica sociale dai numeri inquietanti.

Negli ultimi 10 anni sono saliti in maniera esponenziale i suicidi tra i giovani sotto i 24 anni. A oggi, in Italia, si verificano circa 200 suicidi l’anno mentre rimane alto il numero di coloro che tentano in qualche modo di farla finita con la propria esistenza. La fredda matematica parla di un suicidio portato a termine, ogni 26 tentati da altri giovani.

Il dottor Andrea Bilotto

Ne abbiamo parlato con lo psicologo e psicoterapeuta sistemico relazionale, dottor Andrea Bilotto. A lui chiediamo cosa sta succedendo?

«Questi episodi sono l’indicatore di una società sempre più debole e fragile, che non spera più e ha paura del proprio futuro. Una società che non riesce a coltivare valori forti che riescano a infondere fiducia nel futuro. Manca anche una capacità di reazione nei momenti difficili. Notiamo, a supporto di questo, molti tentativi di suicidio tra i giovani che non denotano nessuna richiesta di aiuto, precedente all’atto estremo. Ormai, in molti casi non si chiede aiuto, non ci si sfoga con l’amico o amica del cuore o con persone di fiducia. Sembra mancare qualsiasi gesto che evidenzi una reazione ultima, estrema. C’è molta difficoltà tra i giovani nel gestire i momenti di difficoltà».

Possiamo disegnare una mappa dei giovani che tentano il suicidio?

«A livello globale, secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità, i suicidi si collocano al secondo posto tra le cause di morte nella fascia d’età 15-29 anni. Seconda causa di morte anche per i giovani italiani dai 15 ai 24 anni. Sono circa 4.000 i suicidi ogni anno registrati nel nostro Paese (riferisce l’Istat). Oltre il 5% è compiuto da ragazzi sotto i 24 anni. Sono le ragazze quelle che tentano più frequentemente il suicidio, mentre è più alto il numero dei maschi che, purtroppo, ci riescono».

Nessun segnale può metterci in allarme?

«A volte si può intuire qualcosa, ma bisognerebbe che gli adulti si fermassero ad ascoltare e osservare… il recentissimo suicidio di un ragazzo di Cesena ne è un caso evidente. Si tratta di un ragazzo di 18 anni, che si è gettato sotto un treno. Lui, già parlava della morte tramite suicidio, aveva composto delle canzoni a riguardo descrivendo la propria volontà estrema, un progetto macabro pienamente annunciato».

Però, c’è un modo di pensare comune che afferma che, chi ne parla non attua poi ciò che dice…

«Può darsi, ma comunque è un segnale che non va mai sottovalutato, è uno di quei campanelli d’allarme che devono far drizzare le antenne di un intervento a breve termine. Nella maggior parte dei casi è un messaggio che non può essere sottovalutato. A gennaio un altro ragazzo condivideva con i compagni testi in cui affermava di cercare la strada della pace, non sopportava questo mondo e non voleva più soffrire non sopportando il male e il disagio intorno a sé… poi si è dato la morte. I segnali c’erano stati ed erano stati manifestati. Possono essere inizialmente solo tentativi di attrarre l’attenzione, su cui bisogna comunque porre attenzione».

C’è un periodo dell’anno alcuni periodi della vita più a rischio per i suicidi?

«Le vacanze sono i periodi in cui avvengono più tentativi di suicidio. A Natale e in agosto sono purtroppo molto frequenti. Ci possono essere anche altri passaggi nella vita di un giovane particolarmente stressanti, che possono portare a decisioni estreme: l’esame di maturità o di ammissione all’università, oppure bruschi cambiamenti di vita, separazioni dei genitori, e così via».

Altri fattori che concorrono?

«Sicuramente le crisi depressive, l’anoressia, l’assunzione di sostanze stupefacenti, l’esclusione sociale, il bullismo o cyberbullismo. Tra le ragazze è molto presente il fattore estetico, il non accettarsi e non accettare il proprio corpo, che le fa sentire inadeguate. Durante il mio lavoro tra i giovani, soprattutto nelle scuole, raccolgo molte loro testimonianze inerenti alla propria fisicità. Si demoralizzano in modo profondo, tanto da farne una ossessione. Ma forse tanti fattori potrebbero essere ricondotti a una solo assenza fondamentale…».

Quella della famiglia?

«Appunto. Purtroppo è così. Manca la presenza della famiglia, dei genitori sempre impegnati altrove, in più lavori da svolgere per arrivare a fine mese. È un’assenza devastante, su più fronti. Non ci si accorge più di ciò che capita tra le mura domestiche, di ciò che ci passa davanti ogni giorno. Si è sempre distratti da mille altre priorità. Anche se, eventualmente, ci fossero dei segnali, chi li intercetta? Lavorando nelle scuole superiori raccogliamo continuamente testimonianze che devono far riflettere… C’è un’assenza molto profonda della figura paterna. Manca completamente questo punto di riferimento fondamentale e autorevole. Abbiamo, in alcuni casi, degli adolescenti adulti che hanno generato dei figli, niente di più. La paternità è un’altra cosa».

È possibile che i social-media abbiano contribuito a diffondere una cultura che minimizza questo atto estremo?

«Sicuramente. I social, utilizzati in modo errato, sono dei veicoli di emulazione convincenti. Anche il fatto che si parli del suicidio in modo completamente sbagliato, per esempio in diversi testi della musica contemporanea, può far sorgere tra i giovani l’idea, che sia una soluzione “normale e condivisa”. Per esempio, in questi giorni c’è una pubblicità in televisione che dice che il 59% degli adolescenti colpiti da cyberbullismo pensa concretamente al suicidio. È molto pericoloso dire certe cose, bisognerebbe calcolarne la portata, altrimenti potrebbe, in alcuni casi, far scatenare comportamenti dettati dall’emulazione».

Quali sono i segnali d’allarme da non sottovalutare?

«Sicuramente si notano dei comportamenti diversi dal solito: mancanza di appetito, autoesclusione sociale, attacchi di panico, gesti autolesionistici (tagli o bruciature), assenze ingiustificate e ripetute a scuola, carenza di relazioni o ossessioni ingiustificate».

Cosa fare?

«Due cose principalmente: intervenire subito e scegliere un interlocutore preparato. È importante non perdere tempo, non sottovalutare le situazioni o cercare giustificazioni. Il genitore non deve ingannare soprattutto sé stesso, minimizzando o sottovalutando certi campanelli di allarme. Un altro aspetto importante è rivolgersi a persone professionalmente preparate. Non bisogna improvvisarsi psicologhi, tipo “come conosco io mio figlio non lo conosce nessuno”. Poi le cose peggiorano e bisogna risalire una china più irta e faticosa. A volte, i ragazzi, hanno bisogno proprio di un esperto con il quale confidarsi per cose, magari delicate, che non direbbero mai a un genitore».

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