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Se il virus attecchisce in Africa è pandemia

Un incubo moderno, frutto della globalizzazione e paradigma di tutte le psicosi più spaventose

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Le notizie che trapelano dalla Cina sono preoccupanti. Il presidente cinese, Xi Jinping, era a conoscenza della manifestazione del morbo 41 giorni prima che il mondo venisse informato.
I regimi totalitari si comportano così, incuranti degli effetti delle loro azioni tese a proteggere (si fa per dire) la loro nazione. Anche l’economia e la finanza stanno subendo colpi durissimi da quanto si è scatenata la pandemia – perché di questo si tratta – da Wuhan.

La paura del contagio ormai è globale. Il coronavirus è stato isolato in Egitto e si è registrato il primo morto in Francia.

La virologa Ilaria Capua ha affermato: «Il virus si diffonde. Il caso francese è comprensibile perché si tratta di una persona anziana, più fragile nei confronti del virus. Quello che più preoccupa è lAfrica, a partire dal Cairo che è una megalopoli con milioni di persone, a volte nemmeno censite. Poi tutto il continente dove buona parte della popolazione è povera, malnutrita, già soffre di altre malattie infettive come la malaria, la tubercolosi o le infezioni da Hiv (il virus dellAids) che la rendono più fragile». Nessuno può più negare che si tratti di pandemia, sostiene ancora la dottoressa Capua. Gli uomini non hanno anticorpi di difesa contro il coronavirus e difficilmente, come sostengono i virologi, le misure eccezionali predisposte per contenere l’infezione in Cina impediranno il diffondersi della malattia in tutto il mondo.

Dall’Africa le notizie sono scarse e frammentarie. Non ci sono controlli serie organizzati, quindi non si sa l’infezione quanto sia estesa. È da lì, come accadde per l’HIV e per Ebola che la propagazione del morbo potrebbe avere un’accelerazione decisiva. È per questo che la paura si è dilatata a dismisura.

Un incubo moderno, paradigma di tutte le psicosi più spaventose. Cala dal nulla il male e non c’è autocrate che possa fermarlo. Una maledizione antica. Ritornano le pagine manzoniane. Ci si ricorda di quelle di García Márquez. Si rivedono come spettri i monumenti che in mezza Europa richiamano epidemie lontane oggi mai tanto vicine. Come la peste, il colera, la spagnola che distrussero popoli e nazioni con la rapidità violenta di un vento spaventoso. Epidemie che si manifestavano come per mettere in ginocchio civiltà progredite.

Paradossalmente, anche la scienza progredisce grazie alle tragedie. Fu così con la SARS nel 2002/3. È accaduto lo stesso con l’HIV, se non sconfitto del tutto almeno messo sotto controllo. Però, ogni volta che una catastrofe umanitaria si affaccia all’orizzonte, tornano gli antichi fantasmi che hanno accompagnato i destini umani lungo i millenni. E sempre si è impreparati, psicologicamente e culturalmente. Perfino le fedi vacillano.

Quando sarà pronto il prossimo vaccino che dovrebbe debellare l’ultima mostruosa apparizione dell’Apocalisse?

Un’epidemia diventa pandemia in men che non si dica. E veicola il terrore. La morte di siede tra di noi. Nessuno può sottrarsi almeno al pensiero che possa accadere vicino, sempre più vicino. Globale è il terrore. Non ci saranno rassicurazioni che possano mitigare l’impatto sulla nostra vita. Guardando all’Africa. Con comprensibile apprensione.

Da dove viene questa antica mostruosità che ha fatto irruzione nella nostra esistenza impreparata al Male Assoluto? Dalle nebbie dellimprevisto tra le quali, di tanto in tanto, si fanno strada incubi che ci soggiogano. Ci nutriamo di dimenticanze. Perciò ignoriamo, fin quando possiamo, che qualcosa di oscuro, misterioso, inafferrabile può, senza preavviso, trascinare i nostri destini in un gorgo dal quale non c’è ritorno. E ci culliamo nella certezza che nulla, in fondo, è irreparabile, non foss’altro perché a qualcosa bisogna pure aggrapparsi.

Nel momento in cui lirreparabile si manifesta non abbiamo più nulla cui attaccarci né illusioni da coltivare perché abbiamo bruciato tutto nel braciere delleffimero materialismo edonista. Ci rimane soltanto lumano terrore. Ma alla disperazione non si sfugge.

Pare che neppure Dio ci possa salvare, poiché la Fede e i miracoli li abbiamo relegati nel capace armadio delle “tradizioni incapacitanti”, miti che sviano, distolgono, distraggono.

Poi, però, qualcuno che ricorda c’è. E ci avverte che le Civiltà di cui non ci prendiamo più cura sono state distrutte da venti maligni che si sono insinuati nelle vite pur solide di genti avvezze a parlare con le divinità, a frequentare il sacro, a espiare quando era il caso. E persino a rassegnarsi che dal cielo piovevano anche catastrofi.

Alla globalizzazione della paura, invece, non c’è rimedio.

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