Perché l’Italia affonda (3) – Toghe rosse

Una intera generazione di magistrati politicizzati ha affossato la “certezza del Diritto” e paralizzato la Giustizia

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Affonda l’Italia. E lo fa anche nelle aule dei tribunali, dagli scranni di giudici che mostrano il consueto strabismo già raccontato al riguardo di università e giornali. Ai baroni rossi, alle penne rosse si aggiungono, così, le toghe rosse. Temutissime, con ragione.
Perché sempre pronte a intervenire, in nome e per conto di una sorta di superiorità antropologica, di una funzione che avvertono in senso quasi sacerdotale rispetto a quella Costituzione che però, alla fine, essi stessi sembrano più interpretare che difendere, a danno, ovviamente, di chi non la pensa come loro…

Qualcuno ancora si chiede come sia stato possibile ciò in quella che un tempo era definita “la Patria del dirittto”. Il tutto inizia nei primi anni Sessanta, quando i giovani mandati dal Pci a studiare legge e a passare gli esami di magistratura incominciano a indossare la toga.

Così, nel 1964, nasce Magistratura democratica, ma è negli anni Settanta che si sviluppa, si tempra, si salda e si radica in tutti i Tribunali.

«Il nostro comune assunto teorico è che l’attuale giustizia è una giustizia di classe», al punto tale da «imporre un processo di riappropriazione popolare», recita una mozione approvata al congresso di Roma del 1971. Questo il brodo culturale nel quale la corrente interna alla Anm si alimentò, tanto che c’è chi ritiene che anche nel terzo potere andrebbe cercata quella “contiguità” al terrorismo rosso di settori dello Stato e della cultura di cui tanto si è parlato dopo il sequestro Moro.

Contiguità o familiarità: Federica Saraceni, brigatista condannata in via definitiva per l’omicidio del giuslavorista Massimo D’Antona, è la figlia di Luigi Saraceni, fondatore di Md e deputato per due legislature nelle file dei Ds e dei Verdi. Come non sfuggirà che il capo Br Franceschini, appena arrestato nel ’74, chiese al giudice Caselli se lui non fosse di Magistratura democratica e come mai, quindi, venisse a interrogarlo. Franco Castelli, il militante di Avanguardia Operaia condannato per l’omicidio di Sergio Ramelli era fratello di Claudio Castelli segretario nazionale di Md.

Naturalmente si tratta solo di episodi. Fatto sta che, tornando al loro percorso storico, quando le toghe rosse vedono macchiarsi di sangue le strade d’Italia solo una parte di esse prende le distanze dalla retorica giustificazionista dei “compagni che sbagliano”. Qualcuno, invece, va a studiare da vicino come funzionano le vere magistrature comuniste. Francesco Misiani, storico fondatore di Md ricorda così (in una testimonianza raccolta da Annalisa Chirico) il suo viaggio in Cina nell’estate del ’76 insieme al collega togato Franco Marrone: «Accompagnammo una delegazione dell’allora Partito comunista d’Italia invitata dal Partito comunista cinese. Eravamo subito dopo la Rivoluzione culturale e riuscimmo persino a esaltare il processo popolare in Cina, di cui avevamo avuto un saggio all’interno di uno stadio dove vennero condannati per acclamazione quattro disgraziati. Avemmo la sfacciataggine di esaltare quel tipo di processo sostenendo che lì si realizzava la partecipazione del popolo all’amministrazione della giustizia. Al contrario di quanto avveniva nelle nostre aule di giustizia».

Insomma, c’è stato almeno un momento in cui chi amministrava la giustizia guardava con compiacimento a chi predicava violenza politica e a chi la praticava, per instaurare una dittatura del proletariato.

Bisogna anche ricordare, con infinta tristezza, quei PM che si riunirono nella sede bolognese del Pci all’indomani della tragica bomba dell’agosto 1980, per concordare – a tavolino – il teorema accusatorio.
Negli anni ’90, i magistrati cresciuti alla scuola del Pci diventano protagonisti della scena politica con “Mani pulite”. Cossiga, il presidente picconatore, ebbe spesso da dire, come antagonista alla “casta” giudiziaria politicizzata, incredibilmente capace di schivare anche il referendum sulla responsabilità oggettiva dei magistrati.

Poi, con Berlusconi arriva la pacchia. La ben nota sequela di inchieste nei confronti del cavaliere costituisce il fiore all’occhiello dell’operato della magistratura politicizzata. Da allora, eliminare “per via giudiziaria” l’avversario politico è diventato uno schema comune a tutte le fasi storiche. Non per nulla si sta ripetendo ora con Salvini.

Quando, nel 2009, Berlusconi viene colpito al viso da un attentatore, sulla mailing list di Magistratura democratica ci si chiede: «Ma siamo proprio sicuri che quanto accaduto sia un gesto più violento dei respingimenti dei clandestini in mare, del pestaggio nelle carceri di alcuni detenuti o delle terribili parole di chi definisce eversivi i magistrati?».
D’altra parte, nel 2013, il ben noto Erri De Luca, definisce Magistratura democratica: «una generazione politica appassionata di giustizia, perciò innamorata di lei al punto di imbracciare le armi per ottenerla». 

Poco per volta, con il crollo di credibilità dei partiti, la magistratura politicizzata si pone sempre più come organo “supplente” sconfinando spesso da quella severa divisone dei ruoli che la Costituzione aveva immaginato.

Tutto ciò mentre di uno scandalo di proporzioni bibliche, come il caso Palamara, non si ha più notizia, anche se sono passati ormai sei mesi da quando la Procura di Perugia è stata investita della questione delle nomine al Csm concordate tra magistrati e politici del Pd.

Quel che è peggio, però, per noi, è che sia l’intera macchina della Giustizia a non funzionare più. Un processo civile può durare 20 anni, una causa penale può avere sentenze diverse per ognuno dei tre gradi di giudizio. I Tribunali sono sempre più allo sbando, sommersi di arretrati ma con interi staff della Procura pronti a imbarcarsi in indagini politiche (che danno lustro sui giornali) mentre la plebe, il popolo, può aspettare i loro comodi, di rinvio in rinvio… ora anche senza prescrizione.

Il tutto in un regime di assoluta immunità, perché questa casta di privilegiati è intoccabile, mai perseguibile, neppure quando commette errori evidenti, ritardi inammissibili, ingiustizie riconosciute. Ancora una volta sulla pelle di cittadini indifesi.
È questa è la “rivoluzione” che sognava Magistratura democratica?

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