Perché l’Italia affonda (2) – Inchiostro rosso

Siamo il Paese dove l’informazione è maggiormente orientata a sinistra e – di conseguenza – siamo anche il Paese dove si legge e ci si informa meno

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«Purtroppo, l’Italia ancora oggi sconta una arretratezza morale, politica e civile frutto dell’aver consentito al maggior Partito comunista europeo di occupare – sin dagli anni Cinquanta – tutti i gangli vitali della Nazione». Così scrivevamo nell’editoriale di pochi giorni fa. Ora è arrivato il momento di capire le dimensioni di questo problema che affligge il nostro Paese. Ieri abbiamo visto il mondo dell’istruzione; oggi affrontiamo quello dell’informazione.

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In Europa i giornalisti italiani sono i più schierati a sinistra. Lo affermano Matteo Salvini o Vittorio Feltri? No. Lo certifica l’ultimo rapporto di Worlds of Journalism Study (Columbia University Press, 2019), basato su sondaggi demoscopici condotti su oltre 27.500 giornalisti in 67 Paesi. Un rapporto naturalmente “sfuggito” ai grandi quotidiani, ripreso solo parzialmente da Il Giornale e da qualche sito, come TPI, che pubblica anche l’allegata tabella.

L’intensità del marx-giornalismo nei singoli Paesi europei è codificata in base al colore. Ebbene, come vedete, l’Italia è l’unico a trovarsi nell’area del “profondo rosso”, più a sinistra di Spagna e Svezia, mentre al loro opposto, nelle diverse gradazioni di azzurro, ci sono Austria, Ungheria, Repubblica Ceca e Gran Bretagna, con una stampa più conservatrice.

La tabella è stata poi analizzata da Luigi Curini, professore ordinario di Scienza Politica all’Università degli Studi di Milano, in un articolo pubblicato, però, in Francia dall’Iref (Institute for Research in Economic and Fiscal Issues). Al centro dello studio c’è la connessione tra la partigianeria politica dei media e la scarsa fiducia dei cittadini verso i giornalisti (in calo ovunque, secondo l’ultimo report della Reuters, ma decisamente a picco in Italia, ormai costantemente da un decennio).

I due fenomeni sono strettamente collegati tra loro. Anche perché in Italia si assiste al “curioso” fenomeno di una base elettorale che, negli ultimi anni, si è progressivamente spostata sempre più verso destra, mentre l’informazione (stampa, tv, siti) è sempre più di sinistra. Il problema ovviamente è alla base.

I giornalisti rappresentano un’altra di quelle caste di “intoccabili” che frenano la crescita sociale, politica e quindi economica del Paese. Sono una consorteria arroccata nella difesa di antichi privilegi: contratti d’oro, pensione autonoma, vantaggi amministrativi e fiscali che, ormai, riguardano solo una élite di privilegiati. Quelli che sono entrati nei giornali dalla metà degli anni Settanta fino allo scorso decennio.

Poi “la pacchia” è finita, sono incominciati i fallimenti, i licenziamenti e la professione oggi è praticata soprattutto da un piccolo esercito di “disperati” non garantiti, non tutelati, non assunti e pagati una miseria. Questa truppa di giornalisti precari viene in buona parte arruolata per “cooptazione” nelle sedi di partito o nell’associazionismo schierato; gli altri si devono necessariamente e acriticamente adeguare al politicamente corretto.

Se non lo facesse non potrebbe scrivere e, comunque, ci pensano i corsi di “deontologia” promossi dall’Ordine dei giornalisti e resi obbligatori per legge, a insegnare le parole da usare e i concetti o le idee vietate. Un autentico lavaggio del cervello che ricorda più la “rivoluzione culturale” maoista che non il “libero pensiero” illuminista.

Qual è il risultato più evidente? Quello che i media raccontano un’Italia che non esiste… fatta di “pericolo fascista” e di silenzio sulla nuova ondata migratoria, di clamore sulle Sardine e omertà sulla crescente disoccupazione e povertà.

Si continua a “pompare” sull’antisemitismo o sul razzismo quando, poi, i dati ufficiali testimoniano che, in realtà, l’Italia non è né razzista né antisemita (come abbiamo recentemente dimostrato). Lo stesso discorso vale per per le notizie dall’estero, dove la sa schieratissima informazione italiana è stata colta in contropiede dal successo di Trump o, in Gran Bretagna, sia dal referendum per la Brexit sia dalla vittoria di Boris Johson.

Questo perché continua a sopravvivere il vizio, tipico della Intelligencija marxista, che costruisce teoremi basati su pre-concetti ideologici che, poi, devono andar bene per tutti: devono essere “la Verità”, il dogma indiscusso (coma avviene per molti episodi storici, anche recenti). Peccato che, invece, al resto del mondo, delle tesi dei nostri pennivendoli rossi non gliene importi nulla e, a quanto pare, ormai anche alla maggioranza del popolo italiano.

Ecco perché cresce la sfiducia nell’obiettività della stampa, che aumenta soprattutto quando si tenta di accreditare la teoria delle “fake news” che hanno ingannato i cittadini.

Per capire come funziona basterebbe fare l’esempio del “caso Bibbiano” che i media mainstream prima hanno bollato, appunto, come fake news poi se ne sono dovuti occupare per la pressione popolare ma, ancora oggi, con il naso storto e cercando di minimizzare, irridere, falsificare.

In conclusione, anche questo è un fattore di crisi e un indice di arretratezza del Sistema Italia. Un problema che ha risvolti economici (con il crollo delle vendite, dell’occupazione, degli investimenti pubblicitari) e sociali (con la sfiducia generalizzata). Contro il cancro della disinformazione ideologizzata: la ricerca (bloccata dai Baroni rossi) non ha ancora trovato una cura.

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