I Grandi alla “conquista” dell’Africa

Ex Paesi coloniali e nuove potenze emergenti si contendono spazi di controllo e sfruttamento nel Continente nero sulla pelle delle popolazioni locali

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L’Africa sta diventando sempre di più centrale nello scacchiere geopolitico mondiale. A dispetto della disperazione degli africani che fuggono dal Continente massacrato da regimi sanguinari, terrorismo, élite affaristiche che schiavizzano le popolazioni, corruzione, malattie endemiche e prostituzione… le grandi potenze si sono attrezzate per spolpare il molto che c’è ancora, soprattutto come risorse minerarie, forza lavoro a basso costo, bellezze naturali che fanno gola al turismo ricco, paradisi dove si possono fare investimenti al riparo da curiosità indiscrete.

Il 19 gennaio scorso, alla vigilia dell’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, Boris Johnson ha invitato a Londra numerosi rappresentanti di Paesi africani – tra i quali: Nigeria, Congo, Kenya, Egitto, Ghana, Senegal, Malawi, Mozambico, Costa d’Avorio, Uganda, Ruanda, Tunisia e Mauritania – insieme a rappresentanze politiche britanniche, imprenditori ed esponenti della finanza africani, per sottoscrivere un mega-progetto di investimenti diviso in undici affidi commerciali per un valore complessivo di 7,6 miliardi di euro.

Questi investimenti «coprono una varietà di settori tra cui: infrastrutture, energia, vendita al dettaglio e tecnologia e puntano a fornire posti di lavoro e crescita di alta qualità nel Regno Unito e in Africa» secondo quanto riferisce lAgenzia Nova.

L’ambizione del primo ministro britannico, on questo vertice, è quella di lanciare una nuova strategia per lo sviluppo in Africa, che si concentrerà maggiormente sulle infrastrutture e il commercio, in cui sono chiamate a svolgere un ruolo centrale anche le imprese del Regno Unito.

Pochi giorni prima, invece, si era tenuto a Pau, voluto da Emmanuel Macron, il summit Francia-G5-Sahel, esattamente con lo stesso intento.
Nel corso dell’incontro non si è parlato, però, del cambio della moneta unica nelle ex-colonie, vale a dire della sostituzione del franco Cfa con una moneta unica per tutti i 15 Paesi francofoni (ma anche anglofoni) appartenenti alla Comunità economica per gli Stati dellAfrica occidentale (Ecowas/Cedeao). Una questione assai spinosa, di cui vi abbiano raccontato.

Nessuna, insomma, delle due grandi ex-potenze coloniali vuole lasciare alla Cina e alla Russia campo libero in Africa, e men che meno agli Usa, in un mercato che, nei prossimi decenni, se abilmente strutturato (come ha promesso Xi Jinping) può divenire una vera fonte di opportunità economiche e finanziarie.

Non se ne disinteressano neppure gli arabi, soprattutto i sauditi che, in Africa, hanno avamposti di notevole importanza e non celano le loro ambizioni nell’accaparrarsi la torta della fornitura di armi e di tecnologia in cambio di insediamenti che consentano il controllo di un’area vasta e densamente popolata.

Anche la Turchia non fa mistero del suo interesse per lAfrica. Ad aprile si terrà una conferenza sugli investimenti nel continente, ma Erdogan è già molto attivo e si sta occupando direttamente, con visite ravvicinate, dell’Algeria, del Senegal, del Gambia e del Marocco (oltre che della Libia). Una vera e propria “campagna africana”.

Boris Johnson vuol compensare ciò che perderà in Europa con l’implementazione degli interessi britannici in Africa. Non è peregrina l’idea che si è fatta di un “colonialismo morbido”, in grado di tornare in Africa non come “usurpatore”, ma come “mallevadore” di una nuova società, peraltro molto giovane e interessata a uscire dallo stato di minorità in cui si trova.

Del resto, lo scopo delle oligarchie africane coincide con l’intento dei Paesi più dinamici, come quelli citati: migliorare le infrastrutture in aggiunta a una politica sui passaporti, fortemente sollecitata dagli africani, meno rigida di quella che è praticata dall’Unione europea.

Il governo di Londra ha fatto sapere che «Il primo ministro Boris Johnson userà il Summit Regno Unito- Africa sugli investimenti per tentare di fare in modo che la Gran Bretagna diventi un partner privilegiato per gli investimenti in Africa», almeno fino alla fine di quest’anno, vincolata com’è ancora dal trattato doganale che la lega al mercato unico europeo.

Il Regno Unito ha quindi deciso di dotarsi di un apparato economico e finanziario indipendente dai commerci con lUE, anche per contrastare gli investimenti fatti in Africa da altri Stati. A Londra non nascondono di puntare alle classi medie africane in ascesa che hanno capacità di spesa e possono incrementare i consumi, diversa dalla maggior parte di altri africani che vivono in aree desolate come quelle sub-sahariane o del Corno d’Africa infestate peraltro dal terrorismo islamista.

Al momento, da quanto si sa, il Regno Unito non intende invece stabilire, a differenza della Francia, una presenza militare ed economica in quelli che erano i suoi vecchi possedimenti coloniali. Sarebbe un’inutile gatta da pelare a fronte del disimpegno armato statunitense.

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