«Basta minimizzare, giustificare o negare quello che accadde»

Intervista a Emanuele Merlino, presidente dell’Associazione 10 Febbraio che, dopo “una rosa per Norma”, propone ora il ricordo del medico Geppino Micheletti...

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«Ogni anno, il 10 Febbraio nel Giorno del Ricordo, facciamo memoria organizzando in tutta Italia molte manifestazioni affinché gli italiani ricordino cosa è successo e come si è manifestato il genocidio nei confronti del nostro popolo, contro il giustificazionismo, il minimalismo o addirittura il negazionismo di alcuni gruppi della sinistra italiana». Emanuele Merlino, 42 anni, laureato in storia e consulente al Senato della Repubblica, è il presidente dell’Associazione 10 Febbraio; che svolge un ruolo importante tra le diverse che si occupano del genocidio e dell’esodo degli istriano-dalmati.

Emanuele Merlino

Quando nasce e con che scopi la 10 Febbraio?

«Nasce nel 2005, poco dopo l’approvazione della Legge, e si organizza affinché la storia tragica di chi è stato ucciso nei territori istriano-dalmati e di chi ha dovuto abbandonare quelle terre non venga dimenticata, offesa o negata, da chi vorrebbe cancellare questa giornata per non ricordare i crimini che furono commessi dai partigiani comunisti titini».

Perché questo revisionismo?

«Perché in alcune vicende che sono accadute dal 1943 al 1947, c’è stata collusione e connivenza tra formazioni partigiane comuniste italiane e titine. C’era una comprensibile alleanza ideale e bellica, che tuttavia, ovviamente, non giustifica i tanti crimini commessi. Adesso, chi fu alleato e colluso con gli assassini comunisti titini, vorrebbe cambiare quella storia e addirittura negarla, affinché i crimini commessi al tempo siano giustificati o cancellati. Le parole d’ordine per una gran parte della sinistra italiana, in particolare per l’Anpi, sono: minimizzare, giustificare o negare quello che accadde».

Cosa fate operativamente con la vostra Associazione?

«Dal 2005 abbiamo avuto un aumento esponenziale delle iniziative su tutto il territorio nazionale. Il lavoro di attenzione sul Giorno del Ricordo sta portando molti frutti. Siamo andati, con i nostri rappresentanti, a parlare nelle scuole, in conferenze pubbliche, abbiamo organizzato fiaccolate e commemorazioni ai diversi luoghi dedicati ai Martiri delle Foibe o a Norma Cossetto. Cerchiamo di far comprendere come questo giorno, e la tematica di cui parla, siano una pagina di storia italiana strappata, che va raccontata con onestà e rispetto, senza pregiudizi».

Avete avuto delle difficoltà in questi anni?

Sì, certo, c’è ancora molta ignoranza e molta opposizione ideologica da parte di amministrazioni comunali che non permettono che si parli del tema o che si possano intitolare strade e piazze a Norma o ai Martiri. Abbiamo difficoltà a entrare nelle scuole, con un ostruzionismo burocratico puerile e ridicolo che spesso ci impedisce di parlare agli studenti. Abbiamo riscontrato tanta ignoranza storica anche in alcuni professori di licei, che affermavano cose completamente prive di ogni sostanza reale. A Padova, la giunta comunale era solidale con chi ci aggrediva durante una nostra conferenza pubblica. Insomma, c’è ancora molto da lavorare contro il negazionismo…».

Perché, secondo lei, c’è questo grande impegno da parte contrario?

«Perché per alcuni la guerra civile non deve mai finire. Se finisce, a loro non rimane niente, non hanno costruito niente. A loro serve tenere alto il livello della contrapposizione e dello scontro, serve perché hanno una mentalità e una cultura che si basa unicamente nell’essere “anti”. Hanno un bisogno vitale di avere sempre nemici da combattere, questo per loro è fondamentale, giustifica da sola la loro presunta “indispensabile presenza” per l’umanità… Qualsiasi minima deviazione, o correzione rispetto alla storia falsata di cui si sono autoconvinti, fa loro mancare la terra sotto ai piedi. Non sono neanche capaci di comprendere che l’azione sbagliata, e a volte criminale, di alcune centinaia di partigiani, non può intaccare un ideale. Le storie vanno raccontate correttamente e con rispetto, non come uno vorrebbe che fossero andate le vicende».

La 10 Febbraio, ha una modalità operativa che la identifica?

«Nei nostri incontri, cerchiamo di portare le persone a un approccio corretto con la storia, contestualizzando tutti i fatti di cui parliamo, andando a illustrare i periodi precedenti i fatti presi in esame e a verificare insieme ai partecipanti anche i tempi successivi, gli sviluppi provocati dalle vicende. Un percorso che ci permette di avvicinarsi al fatto storico, con rispetto, metodo, educazione alla storia».

Quali attività state proponendo?

«Oltre alle manifestazioni del Giorno del Ricordo, abbiamo organizzato la giornata “Una rosa per Norma” il 5 ottobre di ogni anno, in ricordo del barbaro assassinio di Norma Cossetto avvenuto nella Foiba Villa Surani (Istria), a opera dei partigiani comunisti jugoslavi e italiani. In questa giornata siamo tutti invitati a deporre una rosa, presso le vie o i monumenti dedicati a Norma o ai Martiri delle Foibe. In mancanza di questi luoghi la rosa può essere deposta al monumento ai caduti della propria città. Il 5 Ottobre 2019, hanno aderito ufficialmente 121 comuni italiani e centinaia di associazioni locali. Ieri, poi, abbiano inaugurato la via Norma Cossetto a Lecce».

Progetti futuri?

«Vorremmo istituire, nel prossimo luglio (probabilmente il 17 o 18) un appuntamento per ricordare l’opera del coraggiosissimo medico italiano Geppino Micheletti, medaglia d’argento al Valor civile e medaglia d’oro del comune di Pola. Medico coraggioso fino all’eroismo, per aver operato i feriti della strage di Vergarolla, la domenica del 18 agosto 1946. In quella esplosione, provocata dai partigiani titini, morirono il fratello Alberto e la cognata ma, soprattutto, i suoi due unici figli, Carlo e Renzo, di 5 e 9 anni, recatisi in spiaggia come tanti altri bambini per una gara natatoria. Durante fu fatto esplodere in un mucchio di mine (che erano state dichiarate inoffensive). L’esplosione degli ordigni uccise oltre 80 italiani e un inglese. Un terzo di questi erano bambini. Nonostante fosse informato della morte dei figli, continuò a occuparsi per più di 24 ore dei pazienti gravemente feriti e mutilati all’ospedale di Pola. Questi sono gli esempi che noi portiamo».

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