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10 febbraio: perché è un Giorno “speciale”

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Il 30 marzo 2004, veniva promulgata la legge istitutiva della Solennità civile nazionale del Giorno del Ricordo per: «conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale».

Una delle pochissime iniziative che è giusto definire “storica” ascrivibili ai governi di centrodestra che, quasi mai, si sono realmente impegnati per dare al Paese una vera svolta culturale, etica e valoriale.

Purtroppo, l’Italia ancora oggi sconta una arretratezza morale, politica e civile frutto dell’aver consentito al maggior Partito comunista europeo di occupare – sin dagli anni Cinquanta – tutti i gangli vitali della Nazione. La storia del dramma nazionale delle Foibe ne è l’esempio più calzante e tristemente attuale.

La data del 10 febbraio fu scelta per ricordare il giorno in cui, nel 1947, con i trattati di pace di Parigi, la Jugoslavia si impossessava definitivamente dell’Istria, del Quarnaro, della città di Zara con la sua provincia e le isole della Dalmazia, nonché della maggior parte della Venezia Giulia. Tutti territori che facevano parte dell’Italia. Non solo dell’Italia unita (nata nel 1861) a cui appartennero ufficialmente solo dal 1924. Bensì di quella entità geografica, storica, linguistica e culturale che così fu definita dai greci, delimitata dai romani e sempre considerata anche dai popoli che, pure, la invasero e la occuparono. Perché era la corona dei re d’Italia (la corona ferrea) quella che conferiva autorità agli imperatori del Sacro romano impero da Carlo Magno in poi, ma con cui anche Napoleone volle cingersi. Perché era italica e latina anche la Serenissima Repubblica di Venezia che dominò l’Alto Adriatico per oltre settecento anni.

Il suo “Stato do Mar” comprendeva anche quelle terre, città e isole che ci sono state sottratte con la pace di Parigi e, ancora oggi (nonostante i bombardamenti alleati e l’occupazione slava) l’impronta veneta è presente e riconoscibile ovunque.

Tutte le coste di Istria, Quarnaro e Dalmazia erano abitate in maggioranza da una popolazione che parlava un dialetto simile al veneto e che si sentiva profondamente italiana. L’interno era, invece, abitato da popolazioni slave, dedite prevalentemente alla pastorizia, mentre gli italiani della costa erano commercianti e industriali, sicuramente ricchi in confronto agli slavi. E fu il combinato composto di molti sentimenti negativi a scatenare i massacri del 1943/ 45: l’ostilità nazionalistica, l’odio “di classe” e politico comunista, l’invidia e la cupidigia di possesso dei beni italiani. Il tutto amplificato dai drammi della guerra.

Oltre 10.000 italiani (ma il conto esatto non è mai stato possibile ed è certo superiore) “scomparvero” nelle due ondate di pulizia etnica attuate dagli slavo-comunisti; la maggior parte infoibati (cioè gettati nelle insenature carsiche) altri gettati in mare, altri deportati… Oltre 350.000 italiani dovettero lasciare tutto: case, beni, lavoro, affetti per fuggire a questa mattanza.

Fuggirono verso la Madrepatria (così la chiamavano) che fu invece matrigna, perché i comunisti italiani (alleati e complici di quelli jugoslavi) non volevano che fossero accolti. Nella rossa Bologna (che nessuno ha ancora espugnato) ai profughi fu impedito di scendere dai treni, fu negato loro il cibo e persino il latte per i bambini.

Cittadini di serie B che non dovevano raccontare le loro storie. Molte migliaia lasciarono l’Italia, chi rimase accettò di tacere e si ricostruì laboriosamente una vita.

L’orrore dell’eccidio negato fu anche il marchio d’infamia della neonata democrazia, con i cattolici pavidi complici dei veti imposti dal PCI. Per sessant’anni, a parlare di Foibe rimasero solo gli esponenti e le organizzazioni della destra.

Quando queste giunsero inaspettatamente al governo, ci si attendeva una stagione di rinnovamento culturale, di pacificazione nazionale, di storicizzazione del passato. In tal senso andavano tanto il lavoro del professor Renzo De Felice quanto le pubblicazioni di Giampaolo Pansa. La legge istitutiva del 10 febbraio sembrò, così, poter sanare un vulnus antico e chiudere una pagina amara. Invece…

Invece non fu così. L’insipienza culturale del berlusconismo, unita alla protervia e al radicamento post-comunista sono riusciti, negli anni, a trasformare questa data in un nuovo momento di scontro, di divisione e, ancora, di negazione della verità, di odio e spesso persino di violenza.

Come spieghiamo negli articoli di oggi e domani, sono state partorite fantasiose interpretazioni “giustificazioniste” quando non dichiaratamente negazioniste e, nelle scuole, sui giornali, nelle tv queste calunnie strisciano subdolamente per radicarsi nella memoria e nella coscienza dei più giovani.
In tutti gli enti pubblici governati dalla sinistra si eludono la lettera e lo spirito della Legge negando le commemorazioni o affidandole… all’Anpi, cioè ai partigiani. Come dire che i discendenti degli assassini commemorano gli assassinati. Un po’ come se l’associazione dei reduci delle SS fosse finanziata per commemorare la Shoà.

Questa, purtroppo, è quella “arretratezza morale, politica e civile” di cui parlavamo e che ancora blocca e paralizza l’Italia. Solo un Paese pacificato, unito e coeso può prosperare. Chi continua a seminare odio, menzogna e divisione raccoglierà solo decrescita, disoccupazione e miseria.

 

== DOMANI = per lo “Speciale 10 febbraio”:
– Intervista a Egea Huffner la “bambina con la valigia”
– La parola a Giovanni Adami, vice-presidente nazionale dell’Ades
– “Foibofobia”: il male oscuro della sinistra italiana
– La storia sconosciuta delle decine di sacerdoti infoibati
– Giustificazionismo e negazionismo – seconda parte

 

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