Umberto Napolitano

Napolitano gliele canta a Sala…

Non è uno scontro istituzionale tra presidente “emerito” e sindaco demerito, solo una nuova canzone che certo non poteva andare a Sanremo...

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Nei giorni in cui infuria Sanremo, noi riscopriamo Umberto Napolitano, perché il cantautore bresciano (classe 1947) il prossimo 11 febbraio presenta ufficialmente il suo nuovo album, la cui cover “Gli angeli di via San Pietro” è accompagnata da un video che è on line già da dicembre e ha riscosso un certo successo.

Il titolo si riferisce a via San Pietro all’Orto, una delle tante dimore a cielo aperto degli “ultimi” di Milano: una canzone interpretata con grande energia e sensibilità.

D’altra parte, Umberto Napolitano non è certo una “new entry”. Qualcuno se lo ricorda, quando al XXVII Festival di Sanremo, nel 1977, cantava una canzone d’amore: “Con te ci sto”, che raccontava in maniera romantica la “prima volta” con una splendida ragazza a piedi nudi e in minigonna che, verso la fine dell’esibizione, entrava in scena, sorridente, e gli soffiava addosso bolle di sapone.

Per quei tempi, l’abbigliamento di Napolitano era forse irrituale per un Festival ancora ingessato e presentato da Mike Bongiorno; d’altronde, quelli erano gli anni della contestazione.
Infatti, Umberto Napolitano è sempre stato contro corrente, uno dei primi cantautori di protesta. Tra le sue canzoni più belle ricordiamo: “Meglio libera”, magistralmente interpretata (nel 1976) da Loredana Berté.

Torniamo però a questo suo nuovo lavoro che farà discutere anche solo per il fatto che verrà presentato a Radio Padania. La canzone principale (il testo è di Claudio Bernieri) sembra proprio dedicata al sindaco di Milano e a quanti vantano il suo “modello” di città per soli ricchi sedicente “inclusiva e accogliente” (come piace dire oggi ai politically correct) ma, in realtà, sempre più degradata.

Il testo, anche in questo caso, è di denuncia: mentre sfila la moda (il “petrolio” dei milanesi) “la stazione è un dormitorio” (…) Sui nostri marciapiedi “la mercanzia del pakistano” (…) “Se poi davanti al supermercato a ogni ora c’è una africano, che chiede i soldi al pensionato, col cappellino teso in mano”… E ancora: “Se da San Siro sino a via Bolla ci trovi solo case occupate e chi ci entra più non le molla”… “Ma dove sono i milanesi, se tutti i bar son dei cinesi”.

Il pezzo inizia con parole dedicate a chi (non certo migrante) ha “perso il lavoro, quel posto fisso che valeva oro”; a chi ha sentito la propria moglie gridare: “Io voglio il divorzio” e, così, si è ritrovato tra le grinfie di un avvocato “che ben la difende, la tua casa, così, lei se la prende”.

Sono moltissimi, infatti, gli italiani che, nella ricca Milano, oggi vivono per strada, proveniendo magari da una vita assolutamente normale che il turbocapitalismo disumano ha annientato.

Viene spontaneo chiedersi se qualcuno del Comune di Milano passeggi mai per le vie della città e sia cosciente di chi siano e da dove provengano quei “barboni” che, ormai, si vedono ovunque. Nella canzone si affronta anche il delicato tema dell’alcolismo che, in questi casi, sopraggiunge a causa della solitudine e della disperazione.

Se Amadeus avesse davvero voluto “scandalizzare”, invece che cantanti mascherati che violentano le donne e altri che cantano con tutine trasparenti, avrebbe dovuto far presentare “Gli angeli di via San Pietro”. Ne avremmo lette davvero delle belle sui giornaloni del pensiero unico.

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