Rimaniamo in contatto

Ciao, cosa stai cercando?

Editoriali

Focolai di rivolta nel mondo contro il globalismo

Popoli in assetto di guerra. Paesi che stanno per esplodere. Disordini da un capo all’altro della Terra. Si ha la sensazione che si stia preparando il “Nuovo disordine mondiale”, senza alcun coordinamento, per creare le premesse di una sorta di “rivoluzione permanente” contro le élites, gli oligarchi che governano in nome e per conto del grande capitale finanziario.

Dieci anni sono passati dalla rivolta tunisina che inaugurò la mostruosità politica delle cosiddette “primavere arabe”; nove dalla nascita del movimento degli “Indignados” che mise soqquadro la Spagna, ma si fermò prima di varcare i confini per la risibilità di una organizzazione senza idee, ma animata solo da rancore e risentimento. In seguito, venne la mobilitazione degli studenti cileni, e poi, sempre nel 2009, l’apparizione a Wall Street di “Occupy”, che mostrarono un malessere diffuso derubricano a “episodi estemporanei di insoddisfazione delle classi subalterne” dai media.

Orta i fuochi si sono riaccesi. Laddove era ampiamente prevedibile che accadesse. Da Beirut, dove si protesta contro la corruzione che le élites globalizzate stanno alimentando a scapito dei ceti più deboli, a Santiago del Cile dove nell’ottobre scorso una rivolta, appena sedata ma che continua ad agitare il Paese, allarma non soltanto il presidente Sebastian Pineira la cui politica è funzionale solo alla tutela delle classi più abbienti e ha progressivamente depauperato il Cile. Tutta la popolazione è immiserita da una gestione dissennata da parte del governo che ha creato sacche di vero e proprio disagio sociale al quale hanno tentato di reagire dapprima gli studenti e poi il ceto medio. Sono stati dissuasi dal proseguire soltanto dalla proclamazione del coprifuoco che, per ora, ha messo tutto a tacere.

Però, anche in Sudan e in Ecuador si lotta contro l’impoverimento progressivo di tutti coloro che non partecipano al banchetto dell’oligarchia, mentre l’Iraq non sa nemmeno più se è una nazione.

Ogni giorno, in questi Paesi – al netto di quelli dove sono in corso bere e proprie guerre – c’è qualcuno che muore o viene arrestato. Come a Hong Kong, dove da mesi, uno dei regimi più liberticidi e oligarchici tenta di zittire chi protesta contro l’estradizione verso Pechino (che non era nei patti del ricongiungimento). E’ lo stesso governo che è alle prese da una parte con la conquista economica e tecnologica del mondo; dall’altra con una malattia che sta facendo centinaia, forse migliaia, di vittime.

Pubblicità. Scorrere fino a continuare la lettura.

Anche l’Algeria non vive giorni tranquilli dopo le elezioni-farsa del successore di Bouteflika e il controllo ossessivo dei militari sulla società, mentre l’inquietudine attraversa il Marocco dove, da mesi, non si sa che fine abbia fatto la regina.

La stampa occidentale se ne disinteressa. Vorrebbe riuscire a fare così anche della più grande contestazione al potere in un Paese europeo dalla fine della Guerra a oggi. Una contestazione che ha ormai delegittimato il presidente, i suoi ministri e gli oligarchi che li hanno inventanti come governanti. Parliamo, ovviamente della Francia di Emmanuel Macron.

Il malessere che bussa forte all’Eliseo si è manifestato nell’autunno 2018, quando i gilets jaunes lanciarono il primo sasso. Il giovane e ambizioso presidente si era messo in testa di aumentare il carburante agricolo per incamerare quattrini e depauperare la campagna e i contadini francesi. Il ceto medio comprese che non era soltanto una categoria a essere penalizzata, poiché la filiera del disagio avrebbe coinvolto tutti e si unì ai contestatori.

 Sbocciò da qualche parte l’idea tutt’alto che peregrina, secondo la quale Macron era davvero il “presidente dei ricchi” che lo avevano eletto costruendogli un partito su misura e “assassinando” le vecchie forze politiche, a cominciare dai derelitti e litigiosi ex-gollisti di Sarkozy, Fillon e Juppé.

Da allora, la mobilitazione sembra senza fine. Si sono poi aggregati i ferrovieri e gli studenti, ma le fiamme si sono alzate quando il governo ha varato la riforma delle pensioni piuttosto che tassare i nababbi francesi, riferimento sociale e culturale di Macron. Una riforma che sta facendo diventare la Francia incandescente poiché riguarda tutti. Tranne la piccola élite asserragliata a difesa dei suoi privilegi che il presidente non si sogna neppure di sfiorare.

Pubblicità. Scorrere fino a continuare la lettura.

Pretendendo di creare un “regime universale”, Macron ha istituzionalizzato di fatto  una rottura generazionale, dal momento che i lavoratori nati prima del 1975 non rientreranno nel nuovo sistema che, come ha scritto Serge Halimi su Le Monde diplomatique, «con il pretesto dell’uguaglianza, stabilisce che i quadri superiori non avranno più una pensione a  ripartizione oltre un certo stipendio». Il che significa che dovranno rivolgersi ai fondi pensionistici per assicurarsi la quota complementare. Chi gestisce tali fondi sono le Assicurazioni private, che si arricchiranno maggiormente con la trovata macroniana, mentre il Presidente promette un regime derogatorio per tutti coloro che «assumono funzioni sovrane di protezione della popolazione», vale a dire le forze dell’ordine. Del resto, qualcuno deve pur difendere l’Eliseo se dovesse correre qualche pericolo.

Macron è stato definito il “peggior presidente della Quinta Repubblica”. Non gli interessa soltanto far quadrare i conti, a spese delle classi più deboli ma, come ha scritto Sylvain Cipel sull’americano The New York  Review of Books, la riforma porterà «necessariamente un appiattimento verso il basso delle pensioni per milioni di lavoratori e i vantaggi persi non saranno compensati da stipendi più alti».

Perché lo sta facendo? Certo, per assestare il bilancio mettendo le mani nelle tasche dei cittadini più indifesi, ma il vero obiettivo «non è tanto gestire in modo più efficiente le pensioni, ma ridurre i costi. E la strategia del governo è stata di dividere i lavoratori, dicendo a quelli del settore privato che per tutelare le loro pensioni era necessario abolire i privilegi di quelli del settore pubblico».

Insomma, teoria e prassi della diseguaglianza e, come ha detto un intellettuale tra i più noti in Francia, Emmanuel Todd: «la lotta di classe è tornata». Contro ogni possibile immaginazione, mettendo i lavoratori gli uni contro gli altri ma tutti insieme contro il governo del giovanotto di Amiens.

Pubblicità. Scorrere fino a continuare la lettura.
Avatar
Articolo di

Articoli che potrebbero interessarti

Editoriali

L’Italia deve porre fine alla tragica realtà dell’esodo di massa di giovani africani che buttano in mare i propri documenti perché siamo l’unico Stato...

Editoriali

Macron, in Francia, ha praticamente chiesto scusa ai francesi per aver sottovalutato il pericolo Covid facendo anche svolgere le elezioni. Conte, invece, in Italia,...

Politica

«Ed ecco qui: l’Italia e altri. Stanno per accettare i prestiti MES che porteranno ad un’austerità rigorosa l’anno prossimo, a pietosi prestiti alle imprese...

Esteri

Sono giorni di grande allarme in Europa e nel mondo, prima di tutto per la salute di milioni di persone, poi per le conseguenze...

Vorremmo avvisarti quando pubblichiamo nuovi articoli!