Luci e ombre di un progetto “storico”

Trump e Netanyahu annunciano al mondo un Progetto di pace in Palestina... ma un "certo mondo" storce il naso o si volta dall'altra

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L’Italia, lo sappiamo per aver avuto per mesi i balconi pieni di bandiere arcobaleno, è un Paese che ama la Pace e lo ribadisce con una annuale marcia ad Assisi dove si abbraccia tutto il mondo buonista, immigrazionista, accogliente democratico che conta.
Eppure, questa volta, il “Piano di pace” presentato dai presidenti americano, Donald Trump, e israeliano, Benjamin Netanyau, proprio non è piaciuto. “La tragica farsa dell’accordo del secolo” titola Repubblica; “Una farsa” concorda l’Internazionale, “Non si realizzerà mai” secondo il Fatto Quotidiano, “Una presa in giro” secondo Famiglia Cristiana, “Un no globale al piano farsa di Trump” ribadisce Globalist, “Un monumento all’arroganza” per Articolo 21.

Che i due non stiano simpatici c’è da crederlo, ma che abbiano in mano più potere, denaro e bombe atomiche di chiunque altro dovrebbe quantomeno indurre a una maggiore attenzione e serietà nei commenti.

Qual è il senso di tanta ostilità? Di sicuro ci sono aspetti molto discutibili in questo Progetto (come in tutti quelli che l’hanno preceduto) non sufficienti, però, per bocciarlo a priori. Infatti, non tutti la pensano come i solerti giornalisti democratici italiani. Gli stessi – sia detto tra parantesi – che plaudevano al conferimento del premio Nobel per la Pace a un altro presidente USA, quel Barak Oboma che, nel solo 2016, fece sganciare la bellezza di 26.172 bombe su 7 paesi diversi: Siria, Iraq, Afghanistan, Libia, Yemen, Somalia e Pakistan.

Andiamo avanti, però, e cerchiamo di capire i pro, i contro e i perché.
Il Piano Trump è chiaramente sbilanciato a favore di Israele; questo era ovvio, anche solo assistendo alla presentazione a cui non era stata invitata l’Autorità palestinese. Pochi, però, hanno fatto notare che, invece, erano presenti gli ambasciatori di Oman, Emirati Arabi Uniti e Bahrein. Una fetta significativa di quel mondo arabo sunnita che ha come fulcro l’Arabia Saudita.

Un mondo che – ne abbiamo parlato cercando di spiegare i retroscena della crisi iraniana e libica – è sempre stato alleato degli USA ma, da un decennio, anche di Israele, in funzione anti-Iran quindi anti-sciita. Pare, quindi, che questa fetta di mondo arabo abbia definitivamente abbandonato la “causa palestinese”, che non rende nulla né economicamente, né politicamente.
C’è, però, un’altra fetta del mondo sunnita che non la pensa così e che, proprio nel conflitto libico, ha trovato il suo punto di aggregazione. Parliamo della Fratellanza musulmana che, in Libia, appoggia il presidente Fayez al-Sarraj, contro il generale Haftar aiutato da Egitto e, appunto, Stati del Golfo.

Se invece di ragionare sempre e solo con la mentalità da ultrà da stadio – per cui una cosa se la fa Trump, che è un nemico, per i nostri “sinistri” giornalisti è una schifezza – si ragionasse a più ampio raggio, ci si accorgerebbe subito che, quanto appena detto, è confermato da altre due dichiarazioni.

Ovviamente contro il piano Trump (quindi anche contro i Paesi arabi del Golfo) ha tuonato il presidente turco Erdogan che, ormai, si è posto palesemente alla guida di questo Terzo mondo arabo sunnita, nella logica che fu dell’Impero ottomano.

A favore ha, invece, “sussurato” il premier russo Putin, che ha avuto un colloquio semi-segreto con Netanyahu. Nessun proclama, ma un “invito” alle parti (rivolto evidentemente ai palestinesi) a prendere seriamente in considerazione l’opportunità. A Putin preme chiudere la questione Siria e per farlo ha bisogno che Israele cessi le sue azioni ostili. Poi c’è la Libia dove, come sappiamo, Putin è stato quasi costretto a interventire a favore di Haftar per “pareggiare” l’iniziativa turca. Infine, c’è l’Iran, grande nemico di Israele, degli Usa e degli Arabi del Golfo… Fondamentale alleato, invece, per l’equilibrio e la sicurezza dei confini russi.

Ecco quindi che, dopo questa carrellata, il problema palestinese incomincia ad apparire anche a noi “secondario”. Certo il Piano Trump non è la panacea di tutti i mali ma potrebbe essere un’occasione interessante. La strategia dei “due Stati” non è certo nuova (risale al 1967) mentre la novità è la capitale comune, un modo per legalizzare scelte già fatte… Certo lo Stato palestinese così frammentato, privato di risorse e, per giunta, disarmato è davvero una presa in giro. In cambio, i Palestinesi ricevono solo la promessa di aiuti economici consistenti e del blocco degli insediamenti israeliani.

Tuttavia, come si diceva a proposito della diplomazia nel mondo arabo (e israeliano), ora si apre il suk, la trattativa. La cui vera base sono proprio i 50 miliardi di dollari di investimenti (non di donazione…) promessi dal Piano. Soldi che fanno gola a molti Paesi, sia a quelli le cui economie incominciano a vacillare, sia a quelli che vogliono controllare i flussi energetici della regione. Vi sembra forse un caso che Putin abbia avuto un lungo colloquio con la Merkel su questo tema?

Alla fine, però, un po’ di prosperità, lavoro, sicurezza e rispetto sarebbero il minimo dovuto e l’unica contropartita accettabile per un popolo a cui gli israeliani hanno tolto tutto e che calpestano (e massacrano) impunemente ogni volta che vogliono.

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