Gioventù depressa: quando la fuga è… la solitudine

In una società priva di riferimenti, con famiglie prive di tempo e di attenzione si può cadere vittime di vere e proprie “sette”

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Seconda parte –
Abbiamo visto ieri quanto alta sia ormai la percentuale di giovani e giovanissimi che sono vittime di difficoltà psicologiche, forme depressive e disturbi di comportamento di vario genere che possono sfociare anche in atti di autolesionismo fino all’estremo dei tentativi di suicidio.
Riprendiamo ora la conversazione con il dottor Andrea Bilotto, psicologo e psicoterapeuta, esperto di disturbi comportamentali adolescenziali e postadolescenziali.

Abbiamo iniziato a parlare ieri di autolesionismo: si può tracciare un identikit degli adolescenti con questo tipo di disturbo comportamentale?
«Per l’80% è un problema al femminile, di ragazze che non riescono a vivere serenamente insieme agli altri e hanno un forte malessere esistenziale. La fascia di età può andare dai 12 ai 18 anni. Si procurano bruciature preferibilmente alle mani, mentre i tagli vengono fatti nelle parti del corpo più detestate, soprattutto braccia e fianchi».

Dove imparano queste pratiche?
«È importante dire che, come in altri disturbi che vedremo più avanti, il ruolo dei social e di internet è fondamentale. Purtroppo, esistono molti gruppi occulti di adolescenti che “condividono” sui social i loro riti e i loro tagli. L’emulazione è molto presente come anche il proselitismo che tende a catturare i soggetti più fragili per immergerli in un vortice da cui non è semplice uscire da soli».

Gruppi che assomigliano molto a delle “sette”…
«Sì, ci sono vari punti in comune, come l’isolamento del componente che fa parte del gruppo (o vuol far parte del gruppo) dalla famiglia e dagli amici, oppure il “sottostare” a riti collettivi che prevedono tagli, rigorosamente da filmare e dimostrare con l’invio del video agli altri componenti del gruppo. Qualche anno fa, attraverso internet e i social, fu richiesto a un considerevole numero di persone di incidersi la “Balena blù” sul corpo».

Assomigliano molto agli EMO?
«Forse ne sono una derivazione. Anche negli EMO (nome che deriva da un genere musicale) una delle caratteristiche erano i capelli a copertura parziale del volto per nascondersi al mondo e agli altri, niente a confronto degli Hikikomori, in forte crescita anche da noi».

Chi sono gli Hikikomori?
«Il termine giapponese significa: stare in disparte o più precisamente, isolarsi. In Italia, con buona approssimazione, si calcolano poco più di centomila giovani, mentre in Giappone interessa circa un milione di adolescenti e postadolescenti. Sono ragazzi e ragazze che si isolano totalmente dal mondo in preda a una fobia sociale, avendo estreme difficoltà relazionali, si chiudono nella propria camera e lì vivono tutto il giorno, tutti i giorni, per anni…non vanno a scuola e non lavorano. Ci sono vari livelli di isolamento: da quelli estremi (non si esce di camera neanche per lavarsi e il cibo deve essere posto in prossimità della propria porta, senza entrare) a forme più “leggere” dove si esce di camera molto raramente».

E i genitori in tutto questo?
I genitori in molti casi sono rassegnati e accettano la situazione passivamente, aderendo fedelmente alle richieste dei figli, prima tra tutte: il divieto assoluto di entrare in camera dove passano il loro tempo su internet o a giocare alla Play Station. D’altra parte, anche il ritorno alla realtà, se non guidato e sostenuto da un percorso psicoterapeutico, può essere traumatico. È successo che, la morte dei genitori ha costretto alcuni Hikikomori (per mancanza di approvvigionamento) a uscire, dalla stanza, esponendoli psicologicamente ad uno stress violento e molto pericoloso».

Cosa bisogna fare appena si ha la consapevolezza che effettivamente qualcosa non quadra?
«Non sottovalutare ma neanche improvvisarsi psicologi. Bisogna rivolgersi a esperti che possano improntare un intervento mirato caso per caso. Ai genitori spetta il compito di una grande azione di prevenzione e monitoraggio, con comportamenti sempre costruttivi che rafforzino l’autostima del giovane e creino una visione positiva del futuro, potenziando le caratteristiche del ragazzo o della ragazza».

Gruppi o comunità, virtuali e non, possono essere veramente pericolose?
«Si il rischio può essere reale. Questi gruppi sui social, oltre a tentare di isolare l’adolescente, iniziano immediatamente un’azione di demolizione di tutte le cose che ritengono di ostacolo all’arruolamento del soggetto. L’uomo è un soggetto sociale quindi, in un tempo in cui la società è priva di riferimenti, far parte di una comunità che “vive e sente” quello che sento e vivo io, può essere molto rassicurante; può colmare insicurezze e vuoti affettivi, può in altri casi dare una specie di “identità” a chi ritiene di esserne privo. L’importante per questi gruppi è andare oltre il limite… per aiutarsi e identificarsi ascoltano musica Trap che in alcuni casi è composta da testi o demenziali o inneggianti la violenza a 360 gradi. Il bisogno di identificarsi in qualcosa contro qualcuno è un fenomeno più frequente di quello che si crede».

(2 – fine)

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