27-1 – Intervista al figlio dell’unico italiano della “Schindler’s List”

Un racconto privo di retorica che ricostruisce una pagina drammatica di storia ma fornisce anche un insegnamento di speranza

tempo di lettura 14 minuti

Daniel Vogelmann è il figlio dell’unico italiano presente nella ormai Schindler’s List (resa famosa dall’omonimo film di Spielberg), ovvero nell’elenco di ebrei che furono trasportati nella fabbrica dell’imprenditore tedesco Oskar Schindler, a Brünnlitz, in Cecoslovacchia, che li ha così salvati dall’internamento nei campi di concentramento. Nella sua casa fiorentina la prima cosa che si nota è una foto in bianco e nero che ritrae una bellissima bambina. «Si chiamava Sissel, aveva otto anni quando varcò la soglia di Auschwitz, era la mia sorellina». Daniel Vogelmann sarà la nostra guida in questo viaggio nel tempo.

Quando è venuto a conoscenza della presenza di suo padre Schulim nella lista di Oskar Schindler?

«Poco dopo l’uscita del film, che risale al 1993; lui non condivise mai con me alcunché dei fatti che sono raccontati nell’opera di Spielberg. Fu un mio amico a segnalarmi un documentario dove apparivano i fogli originali della Schindler’s List; il nome di mio padre si leggeva chiaramente. Successivamente ho fatto eseguire delle ricerche direttamente presso l’archivio dello Yad Vashem, a Gerusalemme, che mi hanno dato la conferma ufficiale. È di pochi anni fa l’apertura, a Bad Arolsen, in Assia, degli archivi contenenti vari dossier segreti sui crimini del Terzo Reich; anche in questi era contenuta una lista originale di Schindler con 1117 nominativi, uno solo è italiano; la riga riporta “39.Ju.Ital.69l77 Vogelmann Szulim 28.4.O3 Buchdruckermeister” (maestro tipografo). Questa è stata un’ulteriore conferma».

Di quale nazionalità è originaria la sua famiglia?

«Provenivano dalla Polonia, mio padre Schulim è nato vicino a Leopoli in Galizia nel 1903, durante la Grande Guerra fuggì con la famiglia a Vienna. Aveva 15 anni quando partì per andare in Palestina. Nachum, mio nonno, lo accompagnò alla stazione e lo salutò dicendogli: “Cosa vuoi che ti dica? Di mangiare con coltello e forchetta? Sii onesto!”. Furono le sue ultime parole al figlio; non si videro più».

Come arrivò a Firenze?

«Dopo tre anni, trascorsi in quello che diverrà, nel 1948, lo stato di Israele, si trasferì in Italia. Mio padre era un ebreo osservante, educato in una famiglia di ebrei ortodossi e suo fratello, Mordechai, era uno stimato rabbino che fu chiamato a Firenze a insegnare Talmud nel prestigioso Collegio Rabbinico. Mordechai chiamò quindi Schulim nel capoluogo fiorentino e gli procurò un lavoro che gli permettesse di rispettare le festività ebraiche. Venne assunto con la mansione di compositore a mano dall’editore e libraio ebreo Samuel Olschki, proprietario anche della Tipografia Giuntina. Dopo qualche anno, si sposò con Annetta Disegni, figlia del rabbino capo di Torino; dalla loro unione nel 1935 nacque Sissel».

Una giovane famiglia che muoveva i primi passi verso il futuro…

Sissel e Schulim Vogelmann

«E invece si stavano incamminando verso il periodo più tragico della nostra storia. I sogni e i progetti furono spazzati via nel 1938 con la promulgazione delle leggi razziali. Lei venne licenziata dalla sua cattedra all’Istituto Duca D’Aosta, Sissel dovette lasciare l’asilo pubblico per quello ebraico. Poi i tedeschi occuparono l’Italia l’8 settembre del 1943. Mio padre, con Annetta e la piccola Sissel, tentò di fuggire verso la Svizzera, ma vicino a Sondrio vennero arrestati dalla milizia fascista e riportati a Firenze. Li collocarono in un campo di internamento vicino Bagno a Ripoli (villa La Selva) e da lì, poco tempo dopo, furono trasferiti nel carcere milanese di San Vittore».

Dopo cosa accadde?

«Il 30 gennaio del 1944, con altre 607 persone, vennero portati alla Stazione Centrale dove, al tristemente noto “binario 21”, li attendeva un treno con destinazione Auschwitz. Il viaggio durò 7 giorni: partirono in 610, tornarono a casa in 20, tra questi mio padre. Annetta e Sissel non tornarono più, furono uccise il giorno stesso del loro arrivo al campo, il 6 febbraio 1944. Lui riuscì a sopravvivere grazie alla sua professione di tipografo che si rivelò molto utile per i nazisti che volevano stampare documenti bancari, sterline e dollari falsi per mettere in crisi la Banca Centrale inglese e americana. Per questo lavoro “particolare” fu trasferito a Plaszow ed è proprio nel campo di lavoro del famigerato comandante Amon Goeth che deve essere entrato in contatto con coloro che lavoravano per Oskar Schindler a Cracovia. Ricordandosi ancora qualcosa della lingua polacca riuscì a farsi inserire nella “lista” di quanti furono trasferiti nella fabbrica di Schindler a Brünnlitz (Cecoslovacchia) passando per Gross Rosen. Fu liberato alla fine di aprile del 1945, tornò a casa a piedi e con mezzi di fortuna. Una volta arrivato a Firenze ritrovò la Tipografia Giuntina. Successivamente la acquisì divenendone l’unico proprietario e riuscì a ricostruirsi di nuovo una famiglia: si sposò con Albana Mondolfi vedova Passigli, madre di Guidobaldo, e nel 1948 nacqui io».

Suo padre non ha condiviso con lei qualche ricordo di quei tragici anni?

«Pochissimo. Ricordo la sua visibile amarezza, quando mi raccontava dell’indifferenza e dell’incredulità manifestata dalle persone, quando tentava di raccontare cosa aveva vissuto. Credo che, con grande amore paterno, abbia voluto proteggermi dalla violenza e dall’orrore che certi ricordi tragici hanno il potere di emanare anche a distanza di tempo. Sulla sua tomba vi è riportata una frase dell’Ecclesiaste (cap. 7 vers. 1), che credo possa dire molto della sua vita e del suo pensiero: “Meglio un nome buono che un olio buono”».

Questa esperienza come ha influenzato la fede di una persona osservante come suo padre?

«In modo determinante. Noi non abbiamo “altro” che il Dio di Israele, l’Altissimo. Siamo stati educati a credere in un Dio descritto come l’Essere impronunciabile e innominabile, ma presente; misterioso e nascosto, ma vicino al suo popolo; forte e elargitore di giustizia, ma al nostro fianco. Questo Dio potente, il nostro “Dio degli eserciti”, sembra aver fermato i propri passi alle soglie d’ingresso dei campi di sterminio, dove invece è entrato il suo popolo. È difficile avere una grande e incondizionata fede nel Dio di Israele dopo Auschwitz. Quando gli chiedevo se credesse ancora in Dio lui mi rispondeva: “Un essere superiore ci sarà…”».

Com’è nata l’idea della casa editrice Giuntina?

«Negli anni Settanta iniziai a lavorare nella tipografia di famiglia; nel 1974 mio padre è mancato (lo stesso anno di Oskar Schindler). Per me è stato un colpo devastante. Ma proprio nel momento di maggiore sofferenza iniziai a maturare la decisione di fondare una casa editrice e, nel 1980, il progetto ha preso forma».

La Giuntina, può considerarsi il suo modo di riappropriarsi della sua storia familiare?

«Certamente. Dal 1980 a oggi abbiamo pubblicato circa 800 opere divise in cinque collane; i miei libri si rivolgono soprattutto ai non ebrei, affinché conoscano la cultura ebraica in tutte le sue forme. Il primo libro pubblicato, nella collana Schulim Vogelmann dedicata a mio padre, è stato La notte di Elie Wiesel, quando ancora era sconosciuto ai più, appena qualche anno prima che gli conferissero il Nobel per la pace. La Giuntina fece uscire in Italia anche qualche opera di un certo… Abraham Yehoshua, quando non era assolutamente conosciuto».

Come giudica l’attuale politica israeliana?

«Credo che sia evidente a tutti una fase di stallo derivante anche dalla situazione di grande equilibrio interno tra i maggiori partiti israeliani. Oggi vige uno “status quo” dove nessuno è disponibile a fare un passo in avanti. Le politiche di nuovi insediamenti che si profilano all’orizzonte possono produrre altri rischi per la pace, ma è importante continuare sulla strada del dialogo con quelle forze che vogliono costruire un futuro di pace reale per tutti».

Che opinione ha sul numero crescente di islamici in Italia?

«È un dato di fatto. Credo si possa avere un buon rapporto anche con loro. Tutto dipende da ciò con cui nutriamo il cuore: cosa coltiviamo nell’animo, cosa viviamo culturalmente e spiritualmente, di cosa ci vogliamo cibare con gli occhi e con la mente. Credo che amiamo tutti scenari di pace, per noi, i nostri figli, i nostri nipoti, nel rispetto reciproco di religioni diverse e modi di vivere diversi; non comprendo quando qualcuno si vieta di celebrare feste cristiane con simboli della vostra fede, opponendo frasi come: “perché offendono o discriminano i non cristiani o i non credenti”… Bisognerebbe invece insegnare il valore e il significato delle feste religiose, delle maggiori religioni, a tutti, fin dalle scuole elementari. La conoscenza reciproca, soprattutto di ciò in cui crede profondamente l’altro, attenua molto la diffidenza e l’ostilità».

Ai parla tanto di recrudescenza dell’antisemitismo. Cosa non è stato fatto?

«Non si valuta che è un fenomeno presente a sinistra, come nelle frange di estrema destra. In Europa preoccupano molto le profanazioni di cimiteri ebraici da parte di formazioni neonaziste, preoccupano le uccisioni di persone ebree e una persistente cultura antiebraica che serpeggia ancora in certe aree del vecchio continente. Preoccupano molto anche certe frasi che ancora oggi sentiamo pronunciare da persone delle istituzioni, considerate da chi le pronuncia “semplicemente” forti critiche al governo di Israele (di per sé più che legittime). Basti citare la nuova assessore alla cultura (!) del Comune di Napoli che in passato aveva definito gli israeliani come “porci, accecati dall’odio, negazionisti e traditori finanche della vostra stessa tragedia”. A Firenze, durante la cena dell’Associazione Nazionale ex Deportati nei campi nazisti, la presidente di un circolo di sinistra ha affermato che “gli ebrei hanno imparato dai nazisti…”. Credo ci sia ancora molto da lavorare per sconfiggere ignoranza e pregiudizio da qualunque parte essi provengano».

È mai andato ad Auschwitz?

«Ci sono andato qualche anno fa, dopo un lungo periodo di riflessione. È inutile dire che le emozioni forti e i pensieri ti assalgono già mentre attendi il treno. Una volta arrivati all’interno del campo il ricordo di Sissel mi ha rapito. Anche se la sua permanenza sappiamo essere stata breve, cercavo di immaginarla in quei terribili luoghi, con gli altri bambini o magari con sua madre. Spero solamente che non si sia mai sentita sola…».

Sissel accompagna i suoi pensieri nella quotidianità, immagina di incontrarla un giorno?

«Ogni giorno, il mio pensiero si volge a lei come a mio padre. Avrei tante cose da dirle. Spero che un giorno potremo finalmente incontrarci. Come fanno le bambine, correrà verso di me sorridendo e mi dirà dolcemente: “Ah, tu sei Daniel…”. Sentire il suo abbraccio sarà bellissimo… e sarà per sempre».

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