Macron, il burocrate che volle farsi statista

All’Eliseo dicono che sia un “dio caduto”. Probabilmente non è mai salito in quell’empireo al quale aspirava.

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Non è stato Emmanuel Macron, come ci si poteva attendere, il protagonista del vertice di Berlino sulla crisi libica. È stata Angela Merkel, insieme con altri capi di Stato e di governo, a rappresentare le istanze europee. Il presidente francese è apparso piuttosto defilato, se così si può dire. Forse era anche meglio considerando che, della tragedia libica, la Francia, nella persona dell’ex presidente Sarkozy, porta interamente la responsabilità, condivisa peraltro con altri “grandi statisti” del calibro di Cameron e di Obama.

Tuttavia, si ha l’impressione che Macron stia vivendo ormai nell’ombra, sovrastato dalla crisi di una Francia che lo contesta continuamente. Questa è, infatti, ormai una costante: in circa tre anni di mandato ha subito più scioperi, agitazioni e contestazioni di qualsiasi altro presidente. Si può dire che non si sia occupato di altro – mentre i partners internazionali guardano con una certa perplessità in merito alla sua effettiva capacità di governare.

Prima i gilets gialli, poi i ferrovieri, quindi i pensionati lo hanno messo in discussione pesantemente. Da ultimo anche le associazioni bioetiche lo attaccano, come è avvenuto domenica con un imponente corteo.

La solitudine politica dalla quale è avvolto è accentuata dallo sfarinamento del partito che aveva creato, En Marche!: la sua classe dirigente, rabberciata alla bell’e meglio, infatti, non ha spinta propulsiva, è inerte nel fronteggiare gli attacchi al leader. Le altre forze politiche sembra che non aspettino altro che la caduta o la consunzione, dell’“uomo nuovo” per riuscire a batterlo, tra due anni.

Certo Macron ha ereditato una Francia già percorsa da inquietudini di vario genere. La più significativa manifestatasi al tempo di Hollande era stata l’esplosione della crisi del ceto medio. La spina dorsale del Paese è come collassata. La gente ha sperato nel nuovo presidente, però Macron ha rifiutato programmaticamente il principio dell’intermediazione con le parti sociali, per poi scoprire che queste lo avevano abbandonato: ognuno per la sua strada.

Lui rinserrato all’Eliseo, dove, con difficoltà, tiene insieme la squadra di governo, i cui membri più autorevoli in due anni lo hanno lasciato accusandolo sostanzialmente di “autocratismo”. La piccola borghesia, i lavoratori, gli impiegati, perfino i grandi funzionari di Stato hanno aspettato segnali convincenti, ma la risposta è stata una maggiore tassazione – dai carburanti agricoli alle case – rispetto alla quale la rabbia monta quotidianamente.

Intanto, il sistema tecnocratico-finanziario, che era il vero sponsor di Macron, ha continuato la sua marcia trionfale: i ricchi sono diventati più ricchi e il ceto medio si è impoverito dovendo sopperire alle esigenze di un debito pubblico non indifferente (per quanto lontano dal record italiano).

Ogni tanto, quando proprio non riesce più a tenere il Paese insieme, Macron fa marcia indietro. Così è stato sulle pensioni: per evitare il prolungarsi delle astensioni dal lavoro ha mitigato la riforma, ma soltanto rimandando di due ani l’entrata in vigore del provvedimento.

Le Monde ha scritto che il percorso imboccato dal primo ministro Eduard Philippe è «pieno di ostacoli», non volendo né un taglio delle pensioni, che ridurrebbe il potere d’acquisto dei pensionati, né un aumento dei contributi che peserebbe sulle aziende fino a farle collassare. Come uscirne?

Non se ne esce, capiscono i francesi. I quali davanti all’amletismo del governo si sono rinchiusi in se stessi. Si può dire che escono di casa solo per andare in strada a dimostrare contro il governo nel fine settimana.

Il malessere francese è dato non soltanto dall’economia che segna il passo, dalle categorie che si sentono tradite, dalle banlieu che pullulano di inquietudini, dalla catastrofe del multiculturalismo fallito – come in ogni dove – che dà luogo a incomprensioni e diffidenze. Chi frequenta soprattutto Parigi ha l’impressione che la Francia abbia perduto quella coesione fondata su un’idea di Stato nazionale che è stata la sua forza per decenni, che ha segnato la Quinta Repubblica sgretolata dai governi Sarkozy, Hollande e Macron.

La stessa grandeur è diventata una barzelletta. In tutta la Francia il disordine lo si tocca con mano, la produzione è ai limiti del sopportabile per sopperire alle esigenze di un Paese che ha molti problemi da fronteggiare. Come ha scritto ancora Le Monde «l’opacità con cui il governo si è mosso sulla riforma delle pensioni è il segno di un disagio molto profondo che tocca quasi tutti i settori vitali».

Dal maggio 2017 la vita è peggiorata sotto tutti i punti di vista. La decadenza si vive con sconcerto. Le classi più dinamiche temono non solo per l’economia, ma anche per il livello di vita individuale che è enormemente mutato. Insomma, si sta peggio di sempre.

L’immagine stessa della nazione, rappresentata dalla città di Parigi, è deturpata come mai lo era stata in precedenza. La capitale è ormai ridotta a qualcosa che imita nel peggio Roma; dimenticata da chi dovrebbe provvedere al suo decoro e alla sua immagine che oggi è quella della fine di un’epoca. Scendere nella metropolitana equivale a farsi un giro agli inferi: c’è di tutto, tranne che l’ordine. I volti rabbuiati della gente raccontano un disagio che in decenni di frequentazione della capitale non avevamo mai riscontrato. Molti giovani sembrano rassegnati e sorseggiano il loro bicchiere di rosso davanti ai bistrot come se ciò che accade intorno fosse una fatalità impossibile da rimuovere.

Ci si chiede perché Macron non faccia nulla, semmai fosse capace di fare qualcosa. La verità è che la sua idea “monarchico-repubblicana” della presidenza, mal si concilia con le esigenze della Francia. Incedendo al Louvre, la sera dell’insediamento presidenziale, riteneva di parlare a un Paese coeso, compatto, forte. Prometteva con facilità la realizzazione di obiettivi che evidentemente gli sembravano alla portata. Ha dovuto fare i conti con una realtà frastagliata davanti alla quale già Sarkozy, anche per motivi caratteriali, mostrò la sua pochezza, pur essendo politicamente più strutturato di Macron e avendo un seguito maggiore e più legato a lui e al gollismo.

Ecco, Macron plana sul nulla. Non nutre un’idea-forza alla quale possa appellarsi. Anche il “Grande dibattito”, seguito all’insorge dei gilets jaunes, è finito nel nulla. La tecnocrazia e la finanza non assemblano una nazione.

Macron ha cercato di consolidare il primato di due nazioni, la Francia e la Germania, alla guida dell’Europa e il suo disegno di rifondazione dell’Unione è stato volto solo a questo fine. La Merkel, ormai, è in uscita, lui è ampiamente contestato nel suo Paese, l’Europa arranca da tutti i punti di vista e non ha uno spirito unitario per fronteggiare le crisi che l’assediano. Macron è come se fosse un alieno di fronte a tutto ciò e la Francia lo capisce.

Non saranno le pensioni o la bioetica a farlo cadere ma le condizioni critiche che si affastelleranno attorno a lui, fino a quando prenderà atto di non poter più resistere a una pressione popolare che sfogherà il suo dissenso nelle urne.

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