L’autarchia hi-tech della Cina preoccupa gli USA

Il Partito Comunista Cinese ha imposto alle pubbliche amministrazioni di rimuovere entro 3 anni software e hardware di produzione straniera dai computer di lavoro

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Se fino a qualche decennio fa la supremazia di una nazione si misurava dagli armamenti a disposizione, oggi sta entrando in gioco una nuova componente: la tecnologia informatica.
Il caso della Cina dimostra che, per dominare il mondo, non servono eserciti ma che, oltre agli investimenti nell’industria, occorre puntare molto anche sull’innovazione tecnologica.

L’obiettivo cinese è, infatti, quello di diventare la prima potenza mondiale in questo settore, sia dal punto di vista commerciale, sia produttivo-industriale, ma anche di consumo. In parte già ci è riuscita, tanto che le multinazionali cinesi sono le prime che hanno investito nel 5G, la rete internet del futuro.

Oltre agli investimenti però, Pechino sta mettendo in atto politiche aggressive per contrastare il Paese che, nello scenario internazionale, rappresenta il suo diretto rivale: gli Stati Uniti.

L’ultima mossa di Pechino che va in questa direzione è la nuova direttiva dell’Ufficio Centrale del Partito Comunista Cinese, emanata l’8 dicembre scorso, che ha imposto alle pubbliche amministrazioni di rimuovere software e hardware di produzione straniera dai computer di lavoro. La notizia è stata ripresa solo dal Financial Times, che ha denominato questa politica con una sigla calcistica: “3-5-2”. In realtà la formula allude alla sostituzione tecnologica che avverrà a un tasso del 30% nel 2020, del 50% nel 2021 e, infine, del 20% nel 2022.

Sempre secondo le prime indicazioni, la sostituzione riguarderà tra i 20 e i 30 milioni di dispositivi, sistemi e reti locali in tutta la Cina. A rimetterci saranno soprattutto le grandi aziende americane come: Microsoft, Hp, Packard Bell che in terra cinese fatturano miliardi da molti anni.

Questa iniziativa del governo cinese, oltre che per incentivare le aziende nazionali ha finalità di controllo del sistema informatico di uffici e agenzie statali (quindi tutti, visto che in Cina le azeinde private quasi non esistono). Si inquadra, inoltre, nel clima della “guerra di dazi” in atto ormai da tempo con gli Stati Uniti. Iniziata nel 2018 con la minaccia di Donald Trump di tassare rispettivamente del 10% e 25 l’alluminio e l’acciaio, nel mirino degli americani sono finite, via via, anche le aziende tecnologiche cinesi, come: Huawei, Zte e Hikvison (intelligenza artificiale).

A tutto ciò risponde il “Piano China 2025”, un ulteriore programma di sviluppo approvato dal governo di Xi Jing Ping, grazie al quale, nei prossimi cinque anni, la Cina dovrà essere in gradi di fabbricare prodotti digitali totalmente indipendenti dalle industrie straniere.

Così, se fino a oggi, la guerra fra Stati Uniti e Cina in tema di tecnologia riguardava soprattutto la censura di social media, motori di ricerca e App (bloccate dall’ormai mitico “Great Firewall”) oggi in gioco c’è molto di più. Il primato nel mondo e il dominio dei mercati.

 

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