Ludopatia 2: lo Stato guarda e incassa

Negli anni si sono succeduti gli interventi per cercare di regolare e frenare il gioco d’azzardo; ora c’è bisogno di strumenti formativi, di cura e di recupero per chi è entrato nell’inferno del gioco compulsivo

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Seconda parte –
Continuiamo la nostra conversazione con l’avvocato Giulio di Matteo e la dottoressa Renata Trombi che, insieme al dottor Valerio Galeffi e alle dottoresse Monica Bianchera, Giada Mariarita Sala e Dora Aliprandi, fanno parte di un gruppo di studio denominato “Metodo Gioco Sano” artefice anche del recente e interessante incontro, svoltosi a Garda.

Un momento dell’incontro di Garda

Dottoressa Trombi, abbiamo visto ieri che i Casinò sono ormai in crisi mentre prosperano le piccole sale da gioco e il gioco on line. I danni per i ludopatici sono uguali?

«Non sempre. È chiaro che il danno che una persona ludopatica fa a sé stesso e alle proprie finanze, colpisce tutta la famiglia e fa star male tutto il nucleo familiare. Ricordiamo, che in alcuni casi, si arriva a perdere addirittura la propria abitazione e ogni altro bene. Però il dato più preoccupante è derivante proprio dall’anonimato del giocatore, mentre nei Casinò pubblici c’è l’obbligo di registrazione. Chi resta chiuso nella sua stanza a giocare on-line o passa ore in una sala di video lottery, sfugge a qualsiasi controllo e a qualsiasi tipo di intervento in tempi utili. Ecco perché riteniamo maturo il tempo per una proposta che aiuti lo Stato su vari livelli».

Certi slogan per pubblicizzare il gioco d’azzardo sono veramente paradossali: “Ti piace vincere facile”, però anche le diciture obbligatorie, come: “Gioca con intelligenza…” paiono banali.

«Sì: si comprende subito il tentativo di volersi lavare la coscienza in anticipo da parte dello Stato che sembra dirti, “Io te lo avevo detto prima di usare la testa”, è una toppa che è ridicola e priva di qualsiasi efficacia. Come dicevo precedentemente bisogna affrontare il problema partendo da un altro punto di vista».

Quale, avvocato Di Matteo?

«Per comprendere meglio la nostra proposta, serve ricordare un po’ di storia delle varie fasi del gioco d’azzardo in Italia. Nel 1997 i primi videopoker hanno varcato il confine italiano provenienti dai magazzini svizzeri dove erano stati stoccati a causa di una loro legge entrata in vigore che li rendeva fuori utilizzo. Entrando nei locali italiani, il loro utilizzo, non essendo ancora normato in Italia (facevano incassare dai 10 ai 15 milioni di lire mensili ai primi avventori che li istallarono), restava in un limbo che nessuno sapeva delineare. Non facevano parte della famosa “lista dei giochi proibiti” presente in tutti i bar, quindi regnavano indisturbati a tutto vantaggio dei proprietari dei bar e di quelli delle slot machine, che si dividevano equamente i proventi.
Agli inizi del 2000 siamo arrivati alla fase del “gioco lecito”, dove si rendevano legali le nuove macchinette che avevano progressivamente invaso il territorio italiano, lasciando però il nostro fisco con pochissime briciole. Per ovviare a questo inconveniente e cercare di limitare il più possibile l’inquinamento della malavita organizzata in questo settore, si passò – tra il 2002 e il 2004 – alla fase detta “gioco sicuro”. Tutte le slot sul territorio nazionale sono state collegate in rete con organi informatici del Ministero delle Finanze, affinché non ci fossero interferenze della malavita e perché fosse versata allo Stato il famoso PR.E.U.».

Cos’è?

«È il Prelievo Erariale Unico, che viene versato ogni 15 giorni dal gestore del luogo dove le slot sono presenti ed è calcolato in base agli introiti registrati in tempo reale dal sistema informatico a cui le slot sono collegate. I primi anni era del 13% ora è del 21%. Se non versi al fisco il dovuto, le slot vengono rese inutilizzabili da remoto, proprio dagli organi della Finanza».

Sembra efficace…

«Si, anche se negli anni, secondo un servizio del quotidiano Secolo XIX, sono state sequestrate già più di 600.000 macchinette “pirata” su tutto il territorio nazionale. Apparecchi che non avevano nessun collegamento con il sistema informatico fiscale dello Stato. La criminalità cerca sempre di sfruttare ogni possibilità di guadagno».

In tutto questo, non si era mai avvertita la necessità di combattere le ludopatie, dottoressa Trombi?

«In realtà il problema si era già presentato in migliaia di casi ma bisognerà aspettare, per un primo provvedimento ufficiale, il 2014-15, anni in cui, attraverso la “legge Beccalossi”, in Regione Lombardia, si introducono le “distanze minime” tra i luoghi del gioco e i siti ritenuti “sensibili” come: scuole, chiese, case per anziani, ospedali, centri sportivi, ecc. Ricordiamo che lo Stato aveva delegato alle Regioni ogni legislazione in materia».

Dopo cosa è successo, avvocato?

«Il 7 Settembre del 2017, c’è stato un accordo nazionale Stato-Regioni dove si sono delineate delle linee guida nazionali per una normativa omogenea in tutta Italia. Tra le righe espresse, si vede emergere con una certa chiarezza un modello di organizzazione dell’azzardo di tipo francese. Dove spariscono le slot machine dai bar, insieme ai gratta e vinci e a tutti gli strumenti di gioco “anonimo”. Apertura di alcuni Casinò nel Centro-Sud in aggiunta a quelli già esistenti a Nord; realtà ben strutturate e controllate, per evitare qualsiasi tentativo di riciclaggio. Autenticazione su tutte le persone con resoconto delle giocate per verificare l’effettiva corrispondenza con la possibilità derivante dal reddito. Se giochi troppo o perdi oltre una certa soglia ti blocco e magari ti indico luoghi dove fare percorsi di disintossicazione dalla ludopatia. In queste nuove realtà, i tabulati con l’autentificazione dei clienti e le loro giocate, verranno consegnati periodicamente alla Guardia di Finanza».

È la vostra proposta come “Metodo gioco sano”?

«Dopo “gioco lecito” e “gioco sicuro”, oggi è il tempo del “Gioco Sano”. Abbiamo elaborato una proposta formativa su più livelli tesa a cercare di intervenire in tempi utili verso quelle persone che perdono il senso della misura nel gioco d’azzardo. Vorremmo organizzare dei corsi, attraverso un metodo, da noi elaborato, che potesse fornire al personale e ai gestori delle sale gioco, sale scommesse ed eventuali nuovi Casinò sul territorio, strumenti atti ad intervenire su persone a rischio ludopatico. Aiutare i gestori e gli impiegati, con una formazione specifica, a incanalare i soggetti a rischio verso programmi di cura. Vorremmo coinvolgere ASL, Prefettura, Magistratura e tutte le persone di sostegno a eventuali terapie, per creare delle vie di cura per le persone che vivono l’inferno della ludopatia e lo fanno vivere anche ai loro familiari».
(2 – Fine)

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