Photo by Nikolai Berger
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Alex Anderson si ricandida e porta Orwell al CES di Las Vegas

Il candidato fake che nel 2016 fece il giro del mondo torna per lanciare Orwell negli States

tempo di lettura 4 minuti

«No, grazie, io non voto negli Stati Uniti», oppure «scusi, è lei il candidato, vero? Possiamo farci un selfie insieme?» Tra le decine di migliaia di persone che varcano la soglia del CES di Las Vegas molti strabuzzano gli occhi quando si ritrovano tra le mani il volantino su cui campeggia il logo ANDER20N for President, peraltro reso ancora più digital dal 2 e lo zero che sostituiscono le lettere S e O. D’altra parte, quando siamo stati selezionati per partecipare, non abbiamo avuto il minimo dubbio: Orwell non avrebbe potuto avere testimonial migliore di Alex, a maggior ragione nel suo habitat naturale, ovvero gli Stati Uniti, e per giunta all’inizio dell’anno delle elezioni presidenziali. Assolutamente perfetto. Certo, ci vuole del coraggio (oltre a una bella faccia tosta) per viaggiare con due trolley pieni zeppi di materiale che, a prima vista, sembra veramente quello di una campagna elettorale di un candidato incandidabile perché non vero.

Eppure, come avvenne nel 2016, gli americani hanno accolto a braccia aperte Alex, confermando la loro attitudine a valutare positivamente tutto ciò che è out of the box, cioè fuori dagli schemi. Lo sono a tal punto, pensate un po’, da aver disintegrato tutti pronostici eleggendo un presidente oggettivamente sopra le righe come Donald Trump, che ha a sua volta smentito tutte le cassandre del mainstream a suon di risultati.

Una mentalità naturalmente abituata ad andare oltre è la precondizione affinché alla fiera tecnologica più famosa al mondo un espositore possa presentare al mercato americano la propria piattaforma web simulando, di fatto, una campagna elettorale. In Italia un’iniziativa del genere sarebbe irrealizzabile per infiniti motivi, a cominciare dalla mancanza dell’elemento sostanziale, ovvero l’elezione del presidente da parte del popolo. Quisquilie, direbbe Totò.

La brochure distribuita a Las Vegas (grafica di Nicolò Scorpo, traduzioni di Noemi Galbiati)

Fatto sta che, una volta aperte le porte della fiera, volantino dopo volantino, grazie ad Alex, allo stand di Orwell stanno facendo capolino centinaia di persone, sicuramente attratte dalla case history di cui non a caso si sono occupati i media di oltre 20 paesi, ma successivamente molto interessati anche alla piattaforma di Orwell e alla sua peculiarità principale: aiutare a comunicare meglio attraverso i contenuti di qualità.

Tra questi, ovviamente, non mancano affatto personaggi che sembrano usciti da un film di Quentin Tarantino, come ad esempio Steve, un colosso texano alto circa due metri venuto a cercarmi dopo aver visto il volantino da qualche parte in giro per la fiera. Una volta raggiunto lo stand mi si è piazzato davanti e, tenendomi stretta la mano ha cominciato a parlarmi con la sua voce stridula. Stranissima, per uno grosso come lui.

«Trump è il nostro presidente, lui è l’unico che fa i nostri interessi, per questo dobbiamo difenderlo tutti» ha esordito, stringendo sempre di più la mia mano «tu sei forte, per questo devi unirti a lui, perché non ti candidi come vicepresidente?» Hai voglia a fargli notare che la mia non è una candidatura vera e che, comunque, non è che uno possa svegliarsi al mattino e decidere arbitrariamente di candidarsi a vice di qualcun altro «le cose non funzionano così, Steve!» Avete presente Mario Brega? Sì, lui, quello che diceva «sta mano po’ esse fero e po’ esse piuma», ecco, americanizzatelo quel tanto che basta e avrete Steve.

Che, poi, a pensarci bene è quello che accade a me: americanizzatemi un po’ e avrete Alex. Quanto a voi, invece, orwellizzatevi un po’ e avrete una comunicazione online come si deve, parola dell’italiano che è riuscito a candidarsi alla Casa Bianca.

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