18 – “La vita va avanti… ma non è sempre una bella cosa”

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Ilaria si era sentita addosso tutta la violenza del marito. Il fatto che Andrea l’avesse colpita aveva creato tra lei e quell’uomo un fossato invalicabile. Aveva sperato di riuscire a capire, di poter togliere a quegli eventi terribili accaduti tanti anni fa la paternità del marito. Come se le sue azioni fossero state compiute da un altro Andrea, da un uomo che adesso era molto diverso, un uomo che era appieno il marito che conosceva. È vero che noi siamo quello che facciamo, ma possiamo anche sbagliare e c’è, ci deve essere, la possibilità di cambiare, di lasciarsi alle spalle i propri errori. Di pentirsi, insomma. La redenzione! Ecco cosa cercava Ilaria: la possibilità di redenzione. Quel poco di religione che aveva masticato nella sua vita lo garantiva. Se c’è il peccato c’è anche il pentimento e quindi la redenzione. Anche il ladrone sulla croce…
Ma quell’uomo che aveva davanti non era certo un redento. Aveva solo cercato di sfilarsi dalle conseguenze di ciò che aveva fatto, prima negando e poi cercando di giustificarsi. Di quel ragazzo morto trent’anni prima e di quegli altri finiti in galera non gli importava nulla. Il primo era solo l’esponente di una razza dannata, e gli altri effetti collaterali di un’azione finita male. La sua arroganza, il suo arrivismo, il suo protagonismo, il suo essere sempre davanti a tutti, era sempre quello. Non era più tempo di spranghe, ma i denti rimanevano affilati e pronti a colpire nei modi e nei tempi correnti. La belva era lì, era sempre quella, anche se ripulita, azzimata e confusa nella buona società.
Non era quello il marito che voleva.
Ma, forse, neppure Ilaria era la moglie che Andrea voleva.
A dispetto della passione, di quell’amore, sì, proprio amore, che provava per quella donna, un sentimento quasi insolito che gli riempiva il giorno e la notte come poche altre cose, in Andrea si andava definendo la consapevolezza che quella donna non capiva. Peggio, che non avrebbe mai potuto capire!
D’altro canto, faceva parte di quella pletora di giovincelli venuti su in un mondo facile, dove tutto è possibile, dove non si ha coscienza di un cazzo. La vita è solo un grande video-game esistenziale, dove si può giocare mille volte, senza rischi, senza dover mai pagare veramente una posta. Dove non si sa cosa vuol dire combattere.
E lui, invece, aveva combattuto. Prima i fascisti: una mala pianta che andava sradicata senza pietà. E poi per la sopravvivenza. L’esilio, lo studio, il ritorno da vincitore per poter dimostrare cosa valevano lui e le sue idee. In un mondo ostile in cui il potere, come sempre, scatenava i suoi sgherri contro quelli, come lui, che lo volevano abbattere. E che doveva essere dominato: non più con la rivoluzione, romantico ideale di anni giovanili, ma con l’astuzia, l’infiltrazione e la conquista lenta ma inesorabile del territorio.
Cosa ne sapeva di queste cose quella sciocchina?
Lo facevano ridere quelli che criticavano le rivoluzioni socialiste contando i morti, i gulag, il sangue. Come se fosse possibile cambiare il mondo senza sparare un colpo. Cazzate per i gonzi che credono nelle democrazie borghesi: dove il potere rimane ben saldo sempre nelle mani dei soliti, con in più la beffa dell’illusione che sia il popolo a comandare.
Cazzate!
Già, cazzate. Eppure, quella donna con tutte quelle cazzate gli faceva girare la testa.
Cosa doveva fare?
Poteva rinunciare a se stesso?

A volte la vita di coppia è come un’antica anfora di terracotta.
Splendida nella forma e nei colori, se riceve un colpo non va in frantumi ma s’incrina, lasciando l’illusione di poterne rappezzare la frattura con un po’ di pazienza e di perizia. Certo, a un esame attento la toppa si vede e la meraviglia della fattura non è più così eccezionale ma, se messa in mostra con la luce giusta, può ancora fare la sua figura. Però all’interno, dai margini della spaccatura, una crepa metodica ha preso a correre lungo le pareti, minandone l’integrità e l’intera struttura. Silente, ingannevole e, soprattutto, inarrestabile. Cosicché la prima volta che si cerca di spostare l’anfora essa si sgretola, facendo tornare polvere ciò che polvere era.
Dopo quella notte di furia, la crepa iniziò a correre vertiginosamente lungo il matrimonio di Ilaria e Andrea.
La prima fuga dall’abitazione del marito era stata per Ilaria come una specie di risveglio. Messa di fronte alla necessità di doversi occupare del quotidiano senza il ruolo di signora de Andreis, Ilaria aveva ritrovato un senso dell’esistere che andava al di là dell’essere madre e moglie e … geisha e… medaglia del pluriblasonato professore. Era un medico, e bravo per giunta. Per quale assurdo motivo doveva rinunciare a tutto quello che s’era costruita in anni di fatica e insonnia? E poi era una ragazza giovane, non ancora assuefatta agli ambienti signorili dei ristoranti alla moda o delle prime delle rappresentazioni teatrali. Non era poi così male divorare un kebab con il o la collega dopo una guardia protrattasi oltre un orario civile. Né andare a sentire un concerto di qualche squinternata banda rock in un sottoscala che sapeva di canne e sudore.
C’era ancora una vita, là fuori, che l’aspettava.
Dal canto suo, Andrea aveva cercato varie riconciliazioni con la moglie, ma non era approdato da nessuna parte.
All’inizio, e l’infastidiva anche ammetterlo con se stesso, era impacciato dal timore che, in uno di quegli impeti incontrollabili che pigliano i ragazzi quando s’infatuano per una qualche causa, Ilaria volesse rendere pubblico il suo coinvolgimento in quella vecchia storia. Erano cose passate, d’accordo, ma è noto come nel suo ambiente tutti fossero pronti a dare eco a voci e storie inventate per infangare il nome e l’onorabilità. Anche quando non c’entrano un cazzo. Anche se uno è un professionista capace e integerrimo c’è sempre chi cerca di scoprire se, per caso, da ragazzo sei andato una volta a puttane per dipingerti come un pedofilo maniaco e, conseguentemente, corrotto e inattendibile.
Lui era il professor de Andreis, un bravo professionista che s’era guadagnato la cattedra universitaria, che non s’era risparmiato, che guariva i malati e distribuiva il suo sapere affinché non venisse perso tutto quello che aveva fatto: e non sarebbe stato giusto rinunciare a tutto, buttare nel cesso un qualcosa di così importante per un incidente che nessuno ricordava più.
E poi allora si era in guerra, perdio, lo volevano capire?
Ma nemmeno quando fu sicuro che Ilaria non aveva alcun interesse a rendere pubblico quell’episodio, riuscì a recuperare quella sicurezza a cui l’aveva abituato la vita matrimoniale. Quella donna lo disprezzava! E dopo tutto quello che aveva fatto per lei!
L’aveva trattata come una regina, le aveva donato agio, fama e anche una certa ricchezza. La portava e l’esibiva al suo fianco come il più raro dei suoi tesori e lei… lei non faceva altro che guardarlo di traverso, scrutarlo come un animale di cui si tema un’inaspettata ferocia, tenerlo a distanza osservandone il comportamento come avrebbe fatto un naturalista di fronte ad una specie sconosciuta e da poco scoperta. Laddove c’erano state devozione, amore e passione, adesso Andrea non trovava che timore, educazione e un insopportabile gelo.
Non aveva senso andare avanti così.

Una sera, dopo che Ilaria era ritornata a casa — “proviamoci ancora”, s’era detta, e con le stesse parole s’era ripresentata al marito — Andrea decise di tentare con la seduzione carnale. Già, il sesso. L’unico vero mastice che può tenere insieme una coppia: finché quello funziona si superano tutte le bufere. Ma quando il sesso non trova più un suo ruolo, non c’è amore, rispetto, stima o affetto che saldino con altrettanta tenacia. La coppia si sgretola, al limite si rimane amici, ma il più delle volte si arriva a detestarsi.
Una scopata val più di tanti discorsi: di questo Andrea era più che convinto.
Fu un disastro.
Ilaria si sforzava di nascondere il disagio che gli approcci del marito le causavano. Andrea, perfettamente conscio di questo, cercava un’eccitazione che, ovviamente, non veniva. Non aveva più vent’anni e se non c’era la partecipazione cui era abituato, tutto il peso dei suoi anni andava a gravare proprio lì, dove pesi non ce ne sarebbero dovuti essere.
Il sorriso accondiscendente e un po’ perfido di Ilaria mise fine alle manovre.
Non ci furono altri tentativi, e di lì a due mesi la decisione di separazione consensuale fu presa ragionevolmente da entrambi. Erano persone civili e beneducate e non era il caso di strapparsi i capelli.
Persone civili e beneducate…
Già, erano proprio questo.
Lasciarsi senza scene, con educazione, nessuno strepito sui soldi, accordo sul figlio che, ovviamente, come dev’essere in un paese che chiude un occhio sul libertinaggio finché non va a intaccare il valore assoluto della maternità indifesa, deve restare appunto con la madre, e qualsiasi possibilità di lite edulcorata da un mesto sorriso che, seppur conscio di un fallimento che fa soffrire, fa presagire la possibilità di un futuro che dà speranza.
Cosa c’è di più civile e beneducato di questo?
E di questo Ilaria non riusciva a trovare una spiegazione.
Ma com’era possibile che un uomo così avesse massacrato a sprangate un suo simile senza provare un rimorso così lacerante da strappare il cuore?
Misteri della psiche umana. O forse dell’anima?
Ma tra le cose che Ilaria non riusciva a capire c’era anche lo spostamento del centro di gravità del proprio sentire che, avvenuto spontaneamente e senza volontà, la lasciava perplessa quando ne affrontava razionalmente la realtà.
L’omicidio di Stefano Bianconi sembrava aver perso consistenza.
Nel senso che se quella storia aveva fatto affiorare un avvenimento tragico, delittuoso e anche vergognoso della vita del marito, non era più quello il motivo principale che l’aveva portata a decidere riguardo la separazione. Se è vero che per quella storia aveva scoperto un aspetto del professor de Andreis che non solo non sospettava, ma che le faceva orrore, non era per l’omicidio di Stefano che se ne andava da casa.
Semmai, quella storia aveva acceso una luce. Aveva illuminato quella vita in cui, senza rendersene conto prima, ora si vedeva intrappolata. Una vita che l’aveva ammaliata, ma che in realtà non aveva scelto consapevolmente, se non come una vaga ipotesi di futuro da fiaba. Una situazione in cui s’era ritrovata immersa ma da cui, ora, si rendeva conto di voler fuggire. E quella fuga, senza mai ammetterlo con se stessa, l’aveva sognata da tempo.
E si sentiva in colpa per questo.
Perché non era per la morte di Stefano che lasciava il marito. Quel ragazzo era stato la scintilla della luce, non era la luce. C’era poco da fare, era così.
Ilaria trovò senza fatica il cimitero in cui Stefano era sepolto e andò a trovarlo.
Come rendere omaggio a un vecchio amico.
Un amico che ci ha aperto gli occhi e ci ha mostrato la strada.
Un amico che abbiamo perso e, tutto sommato, non importa come e perché, ma che ci ha fatto vedere dove dobbiamo andare.
Un amico. Non c’interessa se fascista o comunista.

Clara diede di matto quando Ilaria le raccontò tutta la storia. Nel senso che non perse la compostezza, questo no, non era più da lei, ma si sentì esplodere il cuore.
Era quello che aveva temuto e che ora le si parava davanti, faccia a faccia: l’assassino di Stefano Bianconi non solo aveva un nome e un volto, ma era lì, a portata di mano, bastava allungare un braccio e lo si poteva toccare.
Non riuscì nemmeno a consolare, congratularsi, o comunque compartecipare, non sapeva neppure lei cosa fosse meglio, con la sorella per la decisione di lasciare il professore. Non aveva mai visto di buon occhio quel matrimonio: quel medico spocchioso era troppo vecchio, troppo tronfio, troppo tutto per la sua sorellina. E che si levasse dai coglioni era solo una benedizione.
E che Ilaria se ne fosse resa conto, che si fosse decisa, che finalmente ripigliasse in mano la sua vita era solo un bene. Ma non era quella la cosa importante.
Qui c’era la resa dei conti!
Più di trent’anni di oblio avevano nascosto quella carogna che aveva sprangato il camerata Bianconi. Più di trent’anni a sapere invendicato quel sangue versato, quel cervello spiaccicato sull’asfalto per niente, se non per un odio inutile e fine a se stesso.
Più di trent’anni: e ora si poteva fare giustizia. Non vendetta, giustizia!
Nelle lunghe discussioni avute con Ilaria, tra i racconti della sua scoperta, delle liti con il marito, fino alla rivelazione che la sua strada era arrivata ad una svolta, Clara non ce la fece a impedire a se stessa di provare amarezza per due constatazioni.
La prima: per la sorella, il fatto che Stefano fosse morto a causa delle sue idee, e che chi l’aveva ucciso l’avesse fatto anche lui per le sue idee, era assolutamente irrilevante; per Ilaria la collocazione ideologica non aveva alcuna importanza.
Per Clara no.
Per quanto cercasse di rendere obiettivo il suo punto di vista, Clara non riusciva a dimenticarsi della storia che aveva sulle spalle. Non riusciva a dirsi che in fondo non era successo niente, che trent’anni avevano cancellato tutto e il mondo era diverso, e neppure serviva constatare che gli omicidi, le porcherie, le sopraffazioni erano state commesse in egual misura da una parte e dall’altra.
Clara era perfettamente consapevole che tra i suoi “camerati” v’erano state di quelle carogne da far inorridire i barbari più sanguinari, che la violenza era praticata da entrambi gli schieramenti, che i torti e le ragioni non sono mai da una parte sola, ma… ma!
Ma Stefano era uno dei suoi, uno dei suoi per giunta innocente come un agnello pasquale, uno che le apparteneva, uno che era del suo stesso sangue — se le idee fanno parte del sangue.
E le idee, quelle idee, fanno parte del sangue, c’è poco da fare. Di questo lei non si sarebbe mai potuta liberare.
La seconda: Ilaria aveva intenzione di fargliela passare liscia. D’accordo, lasciava il suo bel professore, ma tutto finiva lì. Il professor de Andreis avrebbe continuato a fare il professor de Andreis, medico stimato, cattedratico ammirato, professionista ricco e invidiato, sciupafemmine inveterato e maledetto bastardo impunito.
Questo era davvero troppo!
Non poteva finire così.
Doveva fare qualcosa. Ma cosa?
Doveva ammazzarlo!

Be’, insomma, la voglia ci stava tutta, ma una cosa è la voglia, un’altra è l’azione.
Come già s’era detta quando Ilaria era partita alla ricerca del fantomatico Rudy, quella soluzione era impraticabile.
E non perché si sentisse incline al perdono, portata all’oblio, proiettata verso il futuro o perché non potesse tornare indietro. Quell’omicidio non era perdonabile, né dimenticabile e neppure accettabile come uno scomodo scotto da pagare all’evoluzione delle vicende umane — un retaggio del passato che fa da viatico ad un mondo migliore.
Niente di tutto questo.
Molto più semplicemente, non poteva uccidere il de Andreis perché non era in grado di farlo.
Non personalmente, certo: la violenza non era mai stata cosa sua nemmeno nei cosiddetti anni di piombo. Tanto più una violenza che assomigliava più ad un’esecuzione che ad uno scontro di guerra. Ma nemmeno poteva rivolgersi a qualche vecchia conoscenza che, forse, in tema di violenza si sarebbe fatta meno scrupoli.
Non aveva più quei contatti e, comunque, commissionare un omicidio o anche solo far girare la voce della storia del de Andreis sarebbe stato molto, troppo pericoloso. La galera l’aveva già conosciuta quel tanto che basta per desiderare di non rivederla mai più.
Questa riflessione, ora che non era più un’ipotesi ma la rinuncia di una soluzione plausibile, la faceva un po’ vergognare, ma tant’è. Non ce l’avrebbe mai fatta.
Però, almeno denunciarlo, consegnarlo alla giustizia, seppure con la g minuscola e anche un po’ sporca… questo sì che andava fatto. Per poter continuare a guardarsi allo specchio!
Clara ribadì questa decisione proprio mentre si osservava allo specchio prima di uscire per recarsi in questura.
Con passo svelto e deciso si diresse verso la fermata del tram ripetendosi la dichiarazione di accusa: «mia sorella, medico presso… leggendo il libro di un certo Bianconi sulla ben nota vicenda dell’omicidio del giovane Stefano, Bianconi appunto anche lui… il quinto uomo del commando di cui non s’è parlato al processo… e poi tramite un mio amico è arrivata al professor… sì in Francia, a Parigi… la fotografia e l’ha visto… proprio suo marito il professor Andrea de Andreis, noto cattedratico del… e sì, lo ha ammesso anche lui perché ha, sì, studiato a Parigi, ma dopo… e…».
E mentre si ripeteva mentalmente le parole per l’esposizione della denuncia il passo rallentava, si faceva meno deciso, più esitante.
Le avrebbero dato della pazza. Della mitomane, nel migliore dei casi.
Quella storia non stava in piedi, pareva totalmente inverosimile e, soprattutto, non c’era nessuna prova. Solamente il racconto di Ilaria che già di per sé aveva scarso valore ma che, soprattutto, la ragazza non avrebbe mai ripetuto davanti ai poliziotti. Per lei era storia chiusa. Finita come finito era il suo matrimonio. Si doveva voltare pagina.
Ma lei, Clara, sarebbe riuscita a voltare pagina?
La vita va avanti, si disse Clara rientrando lentamente a casa, ma non è sempre una bella cosa.

(18 – FINE)

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