17 – “Ciao… Rudy”

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— E allora?
—E allora cosa?
Il suono di queste parole incrinò il silenzio che, come una cappa densa e gelatinosa, era calato nella camera da letto dove Ilaria e Andrea s’erano ritrovati.
Un silenzio spesso e uniforme, uno di quelli che solitamente seguono momenti di sonore concitazioni e giacciono, privi di aspettative, nel ricordo dei suoni ormai irrimediabilmente perduti. Dato l’ambiente, avrebbe potuto essere il silenzio che segue un amplesso particolarmente sfrenato, dove ai gemiti e ai sospiri si sostituiscono le grida e gli incitamenti che al di fuori dell’intimità segreta dell’alcova oltrepassano abbondantemente ogni decenza, ma che il mix di amore, passione e desiderio, in proporzione soggettivamente variabile e mai definita, sa trasformare nell’eccitante colonna sonora del sesso.
E proprio questo era l’epilogo che si aspettava Andrea.
Rientrato dal suo congresso che, al solito, l’aveva visto svolgere un ruolo di primo piano, sapeva che a casa ad aspettarlo ci sarebbe stata Ilaria. Avrebbe dovuto essere rientrata il giorno precedente da quella gita un po’ stramba a Parigi, e, sicuramente soddisfatta per aver soccorso un’amica nel momento del bisogno, sarebbe stata tutta per lui. Non c’è come la coscienza delle pene d’amore altrui per farci apprezzare le gioie che invece il nostro ci dà. E quindi…
S’era invece reso subito conto che il copione avrebbe subito delle modifiche.
Entrando in casa era stato immediatamente colto dal sospetto che qualcosa di strano covava nell’aria. Non si sentiva un rumore. Né lo stereo, né la televisione erano accesi. Nessuna voce. Neppure i gridolini di Jacopo che a quell’ora avrebbe dovuto mangiare, e dunque nemmeno le filastrocche di Ilaria che accompagnavano i bocconi per il bimbo. Assolutamente nulla.
Incredulo per quell’inaspettata assenza s’era messo a perlustrare le stanze come un animale che ha perso la pista e ne cerca a casaccio le tracce. Poi, in salotto, trovò Ilaria che guardava fuori dalla finestra.
— Amore?…
Altre parole non poterono uscirgli perché la voglia di vederla, la paura di averla persa, la gioia di averla trovata ma lo stupore per un’accoglienza immaginata diversa, avevano bloccato ogni capacità espressiva. Anche l’azione ne risentì: fermo sulla soglia, si trattenne dal correre a prendere la moglie tra le braccia. Doveva riordinare le sue sensazioni.
Ma Ilaria non gliene diede il tempo.
— Ciao… Rudy
Quel saluto uscì dalla bocca di Ilaria senza nessuna premeditazione. Non aveva mai pensato di iniziare così. Fino ad un secondo prima si stava ancora arrovellando su come affrontare il marito. Aveva spedito il piccolo Jacopo con la baby-sitter dalla sorella, dicendole che poi le avrebbe spiegato tutto, e a Clara tanto era bastato.
A Ilaria serviva campo libero per poter parlare apertamente con Andrea: ma sui tempi e i modi della cosa non riusciva a prendere una decisione. Le sembrava di essere sulle montagne russe dell’emotività. Invece era necessario mantenersi lucidi, freddi, distaccati e trattare la cosa con fermezza ma cautela.
Ma la sua lingua aveva deciso altrimenti.
Andrea schivò le parole di Ilaria con noncuranza.
— Amore, finalmente… non ti trovavo, ma dov’è Jacopo? Quando sei tornata? Come stai? Cosa fai lì?…
Fece due passi per avvicinarsi alla moglie, che però arretrò mantenendo la stessa distanza.
— Ciao, Rudy, bentornato.
Se non puoi più schivare devi provare a parare.
— Ma, cara… cosa stai dicendo?
— Ti ho salutato, Rudy.
— Ma Ilaria, come mi hai chiamato? Cosa…
— Perché? Non ti facevi chiamare così, una volta?
— Ilaria, che cazzo stai dicendo?
— Che cazzo sto dicendo?!? Perché? Neghi forse di esserti mai fatto chiamare così? Quando eri in Avanguardia Operaia? O magari non ne hai mai fatto parte?
— Ma Ilaria che cazzo dici?
I toni della voce si stavano alzando. Ma non era il litigio che Ilaria andava cercando. Sebbene l’ostinazione del marito a negare quello che a lei non era più possibile nascondere le bruciasse come un insulto diretto, non era la soddisfazione del proprio ego ferito quello che voleva. Doveva capire, e in quel modo non sarebbe arrivata da nessuna parte.
Fece un respiro profondo e poi disse:
— Ascoltami, Andrea…

Gli raccontò tutto. Dalle suggestioni del romanzo alla realtà vissuta attraverso le esperienze della sorellastra e del suo amico Giacomo, dalla conoscenza del professor Natali alla terribile scoperta della fotografia, fino alla burocratica evidenza dell’iscrizione alla facoltà di medicina non a Parigi, come Andrea aveva sempre sostenuto, ma in Italia e al successivo completamento del corso di studi in Francia. Insomma, un resoconto preciso, incontrovertibile e totalmente indiscutibile del fatto che il professor de Andreis fu nel 1975 membro del servizio d’ordine di Avanguardia Operaia, conosciuto nell’ambiente come Rudy, e come tale artefice ed esecutore dell’omicidio di Stefano Bianconi e…
Qui Ilaria fece una pausa. Perché per conoscere suo marito si doveva partire da qui e da qui cercare di capire.
— Perché vuoi tirare in ballo una storia di trent’anni fa?
Andrea era tutto fuorché uno stupido e, inchiodato dalle parole pacate ma inesorabili della moglie, rinunciò repentinamente alla negazione come difesa. Ilaria sapeva, e sapeva le cose giuste: negare sarebbe stato solamente ridicolo, e Andrea il ridicolo non lo sopportava.
Ilaria rimase impietrita di fronte alle parole del marito.
— Cose di trent’anni fa?! Ammazzare a sprangate un ragazzino è una cosa destinata a dissolversi nel tempo? Trent’anni sono sufficienti per rendere obsoleta una cosa così? — rispose Ilaria cercando di tenere a freno lo sdegno che le saliva impetuoso dallo stomaco.
Andrea sospirò, provando una ritirata strategica verso la camera da letto: ambiente più consono per le riappacificazioni, perché a quello si doveva arrivare, e al più presto.
— Tu non puoi capire — buttò lì Andrea, come un’esca per essere certo che la moglie lo seguisse.
— Ah, non posso capire? Cosa non posso capire? …Chi è mio marito? Ecco quello che vorrei capire!
Andrea si mise seduto sul letto. Prese fiato, cercando di guadagnare il tempo necessario per creare la giusta atmosfera per un’arringa degna di Antonio nel Giulio Cesare e riprese a parlare.
— Non puoi capire perché quegli anni non li hai vissuti. Era un mondo molto diverso da quello in cui tu vivi. La politica era il pane quotidiano: per dare coscienza alle masse dei lavoratori, per difendere la democrazia, per combattere quel male assoluto che è il fascismo. E il fascismo stava guadagnando spazio. C’erano tentativi di colpi di stato, le bombe, le bombe che i fascisti hanno messo dappertutto…
— Mi pare che i processi e le indagini da trent’anni a questa parte non abbiano scoperto granché… — lo interruppe Ilaria.
Ma Andrea, senza scomporsi e anzi assumendo quel tono didascalico che gli era familiare e che spendeva, non senza soddisfazione, quando dalla sua cattedra gettava briciole del suo sapere ai cuccioli di medico ansiosi di imparare, riprese.
— La verità giudiziaria ha scarso significato quando la verità storica ha ormai visto la luce. Non sono sentenze da quattro soldi, confezionate da una magistratura la cui legittimità sarebbe tutta da discutere, a decretare cosa è giusto e cosa è sbagliato. Noi sappiamo che erano i fascisti a mettere le bombe. Punto. Non serve di più per dimostrare nulla.
— I fascisti? Come Stefano Bianconi? Cioè quel ragazzo è responsabile di Piazza Fontana? Di Brescia e dell’Italicus? Di Bologna no perché è successo dopo che lui era morto. Pardon, dopo che l’avete ammazzato…
Andrea, interrotto da Ilaria, si guardò intorno infastidito. Quella donna non voleva proprio capire. Ma lo faceva apposta?
— Non importa che fosse lui l’esecutore materiale. Apparteneva ad un pensiero, a un’ideologia che quelle bombe le aveva nel DNA. Faceva parte di quella razza…
Razza? Ilaria si stupì di sentire quella parola uscire dalla bocca del marito. Andrea s’era sempre fregiato del suo antirazzismo come di una caratteristica fondamentale del suo essere. Così come per la tolleranza e il rispetto delle minoranze, per quanto rumorose e intemperanti potessero essere. Com’è che ora un ragazzo di diciassette anni veniva a forza arruolato in una specie di razza di Caino per la quale c’era non solo l’assenza di pietà, ma addirittura la determinazione alla cancellazione fisica?
Le tornarono in mente le parole che una volta Clara le aveva detto, in una delle loro lunghe chiacchierate sugli anni Settanta.
— La cosa che più mi infastidisce dei compagni — le aveva detto allora la sorella — è quella tremenda frattura fra le cose che dicono e quello che fanno. A parole sono i più democratici, i più aperti, i più dialoganti, mentre poi si rifiutano di accettare qualsiasi cosa che non provenga dal loro ambiente circoscritto, disposti sempre a sostenere la loro verità con qualsiasi mezzo e la violenza innanzi tutto. Alla faccia della tolleranza…
Allora Ilaria non aveva dato molto peso alle parole di Clara: era infatti un punto di vista molto di parte, e come tale doveva essere considerato. Adesso però ne intravedeva una qualche ragione.
Anche riguardo alle bombe connesse al DNA, Clara le aveva detto una cosa.
— Ci accusano di essere dei bombaroli, quasi che nella nostra tradizione di lotta gli attentati con l’esplosivo fossero un evento ricorrente. Ma si dimenticano, questi figlioli dei partigiani, che le bombe hanno cominciato a metterle loro? Forse che la memoria di via Rasella, quell’inutile attentato ai riservisti del Tirolo che non ha generato la sanguinosa rappresaglia delle Fosse Ardeatine — un’involontaria, almeno per le vittime, vendemmia di martiri per la causa — e di tutte le altre esplosioni che anarchici e filomarxisti in genere hanno seminato in giro per il mondo, sono finite nel dimenticatoio?
In fondo, di via Rasella e di tutte le tragedie connesse ai travagliati eventi della storia a Ilaria non importava granché. Sapeva che nelle umane vicende gli uni han sempre cercato di dare le colpe agli altri, e che trovare una qualche obiettività etica è un problema non da poco. La sopravvivenza del più adatto, quel tremendo assioma biologico che Darwin svelò essere il motore dell’evoluzione, non è altro che l’evidenza di come il giusto e lo sbagliato, nella storia, siano categorie più che opinabili. Ma se è difficile stabilire dove sta la ragione, è altrettanto problematico accettare come verità assoluta un punto di vista, specie se questo è quello decretato dai più “adatti”, ovvero i sopravvissuti, o meglio, i vincitori.
In questo, la frequentazione con Clara era stata estremamente illuminante, e per questo Ilaria faceva assai fatica a capire le incrollabili certezze del marito che, a distanza di trent’anni, continuava a difendere strenuamente le proprie scelte con la medesima forza e convinzione.
— Ma ammesso che le bombe siano state messe dai fascisti — proseguì Ilaria rivolta al marito — mi pare che la verità storica cui tu ti riferisci si rivolga a questi ultimi solamente come a una manovalanza di invasati diretti da interessi ben diversi. Non era certo la base militante, ma neppure la struttura politica di quelli che allora in qualche modo portavano l’eredità del fascismo, a esserne coinvolta. O sbaglio?
Andrea non rispose, ma si mise a giocherellare con le cianfrusaglie che ingombravano il comodino. Quella storia lo stava stancando. Non doveva certo rendere conto delle sue azioni passate a una ragazzina che nemmeno sapeva di cosa parlava. Era ora di finirla.
Ma prima che potesse riprendere la parola Ilaria incalzò, alzando la voce.
— Ma insomma, cosa aveva fatto quel ragazzo in fondo? Era un picchiatore? Era un manovale della dinamite? Di cosa lo accusavi?
— Ma io nemmeno lo conoscevo, non sapevo chi era, non lo avevo neppure mai visto in faccia… — rispose pacatamente Andrea.
— Ma allora?
— C’era stato un processo politico ed era stato giudicato. Il tribunale popolare l’aveva condannato e io dovevo eseguire. Punto, non c’era altro da dire o da capire. Solo da compiere la sentenza.
— Ma non hai sempre sostenuto che la violenza non è la strada giusta?
— Non sempre la violenza è sbagliata. C’è una violenza giusta, quella della giustizia popolare, quella che colpisce i nemici del popolo e della democrazia, quella che serve a impedire che gli avversari del progresso e dello sviluppo impediscano il procedere di entrambi. Può essere dolorosa, difficile, ma è necessaria, e in quei casi l’incertezza può essere fatale. Bisogna colpire, duro e subito.
L’incredulità impedì a Ilaria di rispondere subito. Aveva l’impressione di trovarsi in un incubo. Ma come era possibile che suo marito fosse un boia così determinato da non porsi neppure il dubbio se un’uccisione fosse giusta o sbagliata, giustificata o assolutamente senza senso? Era suo marito, cazzo, lo conosceva. Non era un assassino.
O forse no?
O forse le sfuggiva qualcosa, qualcosa che non riusciva a capire, qualcosa di un tempo che non comprendeva?
— Ma perché non mi hai mai detto nulla? — chiese quasi sottovoce.
— Sono cose passate, di un mondo che non c’è più, che senso avrebbe avuto riportarle a galla? Non pensavo nemmeno ti interessassero…
Andrea si distese sul letto, con la sensazione che quel brutto momento stesse per finire. In fondo, come aveva detto, erano cose passate…
— Ah, tu pensi che non mi possa interessare il fatto che mio marito abbia ammazzato una persona… Ma neppure quando ti ho chiesto di parlarmi di quegli anni hai fatto il minimo accenno a un tuo coinvolgimento, hai sempre detto che eri fuori, a studiare in Francia. Mi hai mentito, Andrea, mi hai mentito. Perché?
Il marito alzò le spalle.
— Non ha senso andare a rovistare nel passato, senza nemmeno possedere gli strumenti per giudicare…

Ilaria non riusciva a credere alle sue orecchie. Ora Andrea cercava di accusarla non solo di non capire, ma neppure di poter capire. Arroccato nella sua arroganza riteneva forse di essere un intoccabile, al di là del giudizio di quei poveri stupidi come lei? Questo era inaccettabile.
— O forse avevi paura che ti denunciassi?
Queste parole caddero nel silenzio come una deflagrazione assordante. Andrea scattò in piedi come punto da uno scorpione.
—- Ma come ti permetti? — chiese con voce strozzata.
— Come mi permetto io?!? Non mi devo permettere di cercar di capire? Di dire la verità? Mio caro professor de Andreis, cosa direbbero i suoi allievi se sapessero che all’età loro lei si trastullava a sfondare il cranio degli avversari politici? Lui, il salvatore dell’umanità, il guaritore degli infermi, in realtà non sarebbe dunque molto diverso da un qualsiasi assassino che per rabbia massacra il prossimo? Non è di questo che hai paura, Andrea?
— Tu… tu…   — Le parole stentavano a uscire. Andrea fece qualche passo verso la moglie, che indietreggiò spaventata. La stava forse minacciando? Se il marito aveva ucciso, era capace di uccidere; e ciò che succede una volta può ripetersi di nuovo.
Questo improvviso pensiero le attraversò il cervello e la disgustò. Non poteva aver paura di Andrea, non di quell’Andrea che conosceva, sempre gentile e premuroso. Ma qual era il vero Andrea? Il medico affermato e brillante dedito alla cura del prossimo o il boia dal sangue freddo che non conosceva né pietà né misericordia? Oppure era la stessa persona che, a seconda delle situazioni, indossava la maschera che più conveniva per ottenere i risultati voluti? Senza mai un cedimento, una debolezza, ma con la convinzione che le sue cause fossero sempre quelle giuste. Forse che il professor de Andreis non era altro che uno dei tanti fondamentalisti che allignano in ogni idea, religione, condizione e convincimento umano? Insomma, un uomo pericoloso. Ma era troppo tardi per avere paura, e bisognava andare fino in fondo.
— Non è per il professor de Andreis, — proseguì implacabile Ilaria — per l’insigne e illustre medico di successo che hai taciuto, sempre, sul tuo passato? Che hai cercato di rifarti una verginità, lasciando che i tuoi compagni venissero incriminati e condannati senza mai sentire il bisogno di farti vivo, di spiegare le ragioni… ammesso che ci siano ragioni da spiegare…
— Non aveva senso pagare tutti — azzardò Andrea.
Ilaria storse la bocca.
— Già, aveva più senso collaborare con la polizia per garantirsi l’immunità, vero?
Andrea ricevette questa frase di Ilaria come un pugno in pieno viso. Vacillò, ma si riprese, alzando la voce.
— Tu non sai… non hai il diritto di dire certe cose…
— No, certo non so, e non so perché tu hai sempre taciuto. Hai sempre mentito… ma il diritto ce l’ho, il diritto di sapere che uomo sia mio marito, quest’uomo che non conosco e che non riconosco più…
— Basta! Non ti permetto…
Andrea si avvicinò ancora alla moglie, stringendo i pugni fino a farsi diventare le nocche bianche. Il volto era congesto, le giugulari turgide. Sembrava una vescica piena di gas pronta a scoppiare.
Ma Ilaria era irrefrenabile.
— Ah, non mi permetti? Cosa non mi permetti? Di dire la verità? Il grande professore è al di sopra della verità? Decidi tu cosa è la verità? Cosa è giusto e cosa è sbagliato? Sei abituato a decidere tu per i tuoi collaboratori, i tuoi assistenti, i tuoi studenti, che pensi di avere il monopolio della verità? Decidi tu quale violenza va bene e quale va male? Professore, professore… mi fai pena. L’integerrimo uomo di scienza non è altro che un pentito da quattro soldi, questa è la verità. Tu sei un… come si dice? Un infame, ecco!
Lo schiaffo arrivò repentino, secco, violento.
Spinta dal ceffone del marito Ilaria finì a terra e l’incredulità si dipinse sui volti di entrambi. Ma un improvviso furore ridiede forza alla donna che, rimettendosi in piedi e toccandosi la guancia in fiamme, si mise a gridare rivolta al marito.
— Non ti permettere mai più di toccarmi, schifoso bastardo! Le tue mani sono sporche di sangue, mi fai schifo, hai capito? Schifo! Non mi fai paura… solamente pietà.
Andrea fece due passi indietro e chinò il capo.
— Scusami… scusami davvero, non volevo…
— Non volevi? — Ilaria gridò con un acuto da far accapponare la pelle. — Ah, certo, non volevi… già, quante cose non volevi, magari non volevi neppure sprangare quel ragazzino, sprangarlo a morte e forse neppure tradire i tuoi compagni, venderli alla giustizia in cambio della tua tranquillità, vero?
Quindi proseguì abbassando il tono della voce.
— No… che non volevi queste cose non lo hai mai nemmeno detto…
— Ti posso spiegare tutto — soggiunse Andrea con un filo di voce.
— È troppo tardi – rispose Ilaria col medesimo tono.
Il silenzio occupò la stanza. Nell’oscurità le due sagome erano sedute ai lati opposti del letto dandosi le spalle. Si sentiva solo il sommesso rumore dei pensieri e il cigolio delle anime dolenti che attendevano non si sa che. Il tempo passò, fluendo inesorabile e ineluttabile come il destino: illusione dell’uomo è affannarsi per mutarlo.
Quindi Andrea parlò.
— E allora?
— Allora cosa?
— Cosa pensi di fare?
Nel lievissimo tremito della voce del marito, a Ilaria parve di scorgere il timore di una verità scoperta. Un sorriso amaro accompagnò le sue parole.
— Me ne vado, Andrea, ti lascio.

(17 – Continua)

 

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