Pensiero critico: Werner Sombart

Continua la nostra carrellata domenicale - affidata alla penna di Gennaro Malgieri - che ci presenta gli autori da conoscere e leggere per contrastare l’attuale appiattimento culturale

tempo di lettura 7 minuti

Werner Sombart (1863-1941) è stato uno dei fondatori della moderna sociologia. Tra i suoi contemporanei è almeno pari (nonostante in molti lo neghino) a Max Weber e a Ferdinand Tönnies. Ma anche Roberto Michels (tedesco di nascita, italiano per scelta) non è stato da meno rispetto alla geniale triade nel campo della sociologia politica.

La scuola germanica, dunque, nei primi decenni del secolo scorso, ha dominato di gran lunga in Europa fornendo agli studiosi di sociologia i leitbilder, vale a dire le linee-guida interpretative della mutevole realtà sociale, economica e politica che caratterizzerà la prima metà del Novecento, e segnatamente gli anni Venti e Trenta.

Certo, su altri piani, ai citati studiosi vanno affiancati i nostri Gaetano Mosca e Vilfredo Pareto le cui opere, lette oggi in parallelo con quelle dei “classici” sociologi tedeschi, offrono un’apertura alla comprensione del passato per capire il presente.

Le dinamiche, per esempio, del capitalismo in generale e della borghesia in particolare che ne ha incarnato lo spirito, osservate da Sombart risultano sotto ogni profilo assolutamente attuali, soprattutto in rapporto alle devastazioni della globalizzazione anarchica.

Di Sombart è nuovamente il caso di interessarsi, dopo un lungo oblio, interrotto da pubblicazioni sporadiche e da polemiche che lo condannavano prima come marxista, poi come nazista, quando in realtà era un conservatore illuminato capace di vedere più in là delle querelles del suo tempo, per il semplice fatto che la crisi del capitalismo e quella della borghesia, da lui studiate ci rimandano alle analisi che offrì al mondo accademico e politico soprattutto negli anni Venti e Trenta. Fu un incompreso che oggi, paradossalmente, è straordinariamente attuale avendo precorso le devastazioni di due capisaldi della modernità.

La dimostrazione, per chi non avesse modo di impegnarsi nello studio più approfondito delle opere sombartiane maggiori, e volesse comunque farsi un’idea di questo studioso complesso ed originale, è data dal piccolo ma illuminante saggio La crisi del capitalismo (Mimesis).

Lo scritto (recuperato da un volume collettaneo apparso in Italia nel 1933, è un’agile descrizione della crisi del sistema capitalista in Germania, paradigma di altri analoghi sistemi, le cui conseguenze sarebbero state foriere di tragedie in Europa e non solo.

Sombart analizza le distorsioni e le aporie derivanti da un’economia di mercato senza regole, come quella che oggi sperimentiamo, prevedendo l’esito catastrofico del disinvolto utilizzo del capitalismo da parte delle oligarchie nell’asservimento della politica all’economia. Vale a dire nella supremazia del profitto sulle ragioni e le necessità dei popoli e delle nazioni.

Una storia, considerando il presente, cominciata dunque tanto tempo fa e della quale non s’intravede una accettabile conclusione.

Per uscire dal labirinto di pericoli che individua per la Germania negli anni Trenta, Sombart indica nella “economia programmatica” la realistica soluzione. Essa, scrive: «non è da intendersi come un disciplinamento centralizzato e collettivistico di tutta la vita economica; giacché si riconosce il diritto all’esistenza di diverse forme economiche una accanto all’altra, convinti come si è, che soltanto una pluralità di forme economiche possa soddisfare le esigenze del carattere nazionale e delle esigenze delle diverse zone economiche all’interno di un paese».

Il disegno di Sombart è abbastanza semplice e tutt’altro che utopistico: distinguere le funzioni economiche in tre sezioni, posto che il capitalismo fuori controllo avrebbe impoverito e annichilito le nazioni, come stava accadendo in Germania, favorendo, in contrapposizione, l’affermazione o dell’istero-nazionalismo o del comunismo.

Tra i due contrapposti rischi, Sombart immagina una “terza via” che si sarebbe dovuta conformare a tre principi: un’economia dei pubblici poteri, un’economia sottoposta al controllo dello Stato, un’economia affidata ai privati. Dal momento che Sombart riteneva l’iniziativa privata il volano dell’intera economia nazionale, reputava necessario fissare alcune attività che avrebbero dovuto caratterizzare l’intervento pubblico e statale. Ai pubblici poteri, sosteneva, erano da affidare credito bancario, gestione delle materie prime e forze nazionali, comunicazioni e infrastrutture, difesa nazionale, imprese su larga scala di interesse collettivo. Un puro “controllo” da parte dello Stato sarebbe di conseguenza stato indispensabile sul commercio estero, nella fondazione di nuove imprese con un capitale consistente (ai suoi tempi quantificato oltre i centomila marchi), sulle scoperte e le invenzioni.

È questa, in estrema sintesi, la risposta, come osserva Roberta Iannone nell’introduzione al saggio, «di chi anela a una vita economica organizzata e di chi aspira a una siffatta organizzazione dal punto di vista nazionale».

Il proposito è chiaro: riportare l’economia a un ruolo subalterno alla politica che dovrebbe, dunque, provvedere a limitare l’ingerenza del capitalismo nella vita associata onde evitare di asservire questa ai suoi fini.

Conclude Sombart: «Le riforme devono cominciare con l’attuazione di un lungimirante programma per la lotta contro la disoccupazione, con energiche misure per la conservazione del nostro ceto agricolo e con il disciplinamento delle relazioni commerciali con l’estero, in modo rispondente allo scopo prefisso».

La crisi del capitalismo, il cui titolo originale era Correnti sociali della Germania di oggi, riprende e riassume il più noto saggio sombartiano L’avvenire del capitalismo, nel quale, con spirito che non esitiamo a definire “profetico”, lo studioso tedesco con grande anticipo scorge nelle pieghe di un una dottrina e di una prassi economiche i prodromi di inevitabili, come purtroppo constatiamo, disavventure quando il mercato diventa misura di tutte le cose. Anche – e soprattutto – della libertà dei popoli.

Per “Pensiero critico” sono già stati pubblicati: Roger ScrutonPaul ValéryEduard Limonov, Emil Cioran

Lascia un commento

Articolo precedente

“Caso Genovese”: la prudenza, la faziosità e i depistaggi

Prossimo articolo

1982: al CES di Las Vegas dal VIC-20 al Commodore 64

Gli ultimi articoli di Blog