16 – “Noi siamo quello che facciamo”

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A meno che…
Certo, a meno che… e quel pensiero aveva iniziato a frullarle in capo da quando era uscita da casa di Clara.
Malgrado la notte quasi insonne Ilaria s’era alzata presto. Appena aveva sentito i rumori della sorella che preparava il caffè aveva abbandonato quel letto che s’era trasformato nel supplizio di Procuste, anziché un giaciglio cui affidare il proprio riposo. S’era preparata in fretta cercando di evitare gli sguardi compassionevoli, e al tempo stesso indagatori, della sorella. Non se la sentiva di mentirle ancora, e l’unico modo per uscirne era cercare di andarsene il più rapidamente possibile. Ci sarebbe stato tempo dopo per spiegare tutto alla sorella: prima doveva affrontare Andrea, poi… poi avrebbe preso una decisione.
D’altro canto, c’era il piccolo Jacopo che aspettava la sua mamma e sarebbe stato crudele farlo aspettare ancora.
Tutti quelli che amano sono disposti a credere a qualunque giustificazione, pur di evitare di inchiodare l’amato alle proprie scellerate responsabilità; e, come tutti quelli che amano, Clara accolse senza stupore la fretta della sorella. Doveva correre dal suo bambino, che diamine! Mica poteva perdere tempo a chiacchierare con lei!
La prima cosa che Ilaria s’era ripromessa di fare in quella giornata impegnativa era passare dalla segreteria dell’Università per controllare fino a quando Andrea era rimasto iscritto, prima di trasferirsi a Parigi. Era una specie di prova del nove. O forse era lei che voleva convincersi della necessità di una prova del nove. Ovviamente se Andrea non fosse risultato iscritto nel 1975 all’Università in città, tutto quanto riferito dal Natali sarebbe, di conseguenza, divenuto fasullo. Poteva essere tutto solo un insieme di coincidenze: Natali poteva essersi confuso, poteva esserci più di un Rudy… magari uno scambio di identità… magari un sosia… magari poteva vincere alla lotteria Italia… già, le probabilità sarebbero state più o meno le stesse.
Ma non si doveva lasciare nulla di intentato: su cose come queste si doveva andare sul sicuro, e la conferma dell’iscrizione non era difficile da verificare. Ilaria aveva un buon contatto con la segreteria. Era stata la curante della figlia di uno dei responsabili dell’ufficio, un brutto caso di diabete che aveva curato con professionalità e dedizione. Probabilmente era stato un colpo di fortuna, ma per il padre della bambina Ilaria si era trasfigurata in una specie di Madonna e non le avrebbe negato nulla. Un piccolo piacere come quello, poi, un gioco da ragazzi.
Un gioco al massacro, altro che: Andrea nel 1975 era iscritto all’università in Italia e aveva chiesto il trasferimento a Parigi proprio alla fine dell’anno. Non c’erano dubbi: era lui. Aveva mentito o almeno non aveva detto tutta la verità. Non aveva fatto tutta l’università in Francia, ma solo gli ultimi tre anni.
E Andrea era Rudy, questo era ormai una certezza. Inutile cercare prove e controprove. Ogni scoperta era solo un dolore in più che colpiva dritto al cuore.
Però c’era anche un’altra cosa. Un nuovo pensiero molesto che aveva timidamente fatto capolino tra la ridda di domande e di perché che la tormentavano come un supplizio senza fine. E questo pensiero, dapprima inibito e neppure preso troppo sul serio, piano piano aveva acquisito una sua sostanza. Una consistenza dura e scivolosa come quella di una pallina in acciaio, una pallina da flipper per intenderci, che andava a sbattere contro tutto il resto, suscitando lampi e fragori come appunto accade in quel gioco da bar.
E diveniva quel “a meno che” avviato a diventare una nuova ossessione.
In sintesi: come aveva fatto Andrea, alias Rudy, a scomparire così nel nulla ma, soprattutto, a non essere mai più ritrovato, neppure quando la giustizia aveva cominciato a vergognarsi di non aver fatto la sua parte e aveva ingabbiato i responsabili del pestaggio?
Andrea non era uno sprovveduto, d’accordo, tant’è che erano in pochissimi a conoscere il suo pseudonimo, e probabilmente se l’era squagliata subito dopo il fattaccio. Ma era sufficiente, questo?
Un nomignolo e una fuga non hanno mai protetto nessuno, siamo seri.
Andrea de Andreis era figlio dell’allora molto più illustre di lui Pompeo de Andreis, senatore del principale partito di governo, uomo di grande potere e di infiniti contatti. Tessitore di accordi con l’opposizione, benvisto da forze dell’ordine e servizi segreti, probabilmente con qualche aggancio in Vaticano, insomma uno dei soliti potenti. Non è che il potere si sia scoperto solo oggi. C’era anche ieri e l’altro ieri, identico, arrogante, intoccabile e assoluto.
Questo era sufficiente? Per organizzare la fuga sicuramente, e una latitanza dorata anche. Per proteggere l’esilio forzato per tutto il periodo degli anni di piombo e un po’ dopo, anche. Ma per resistere al cambiamento? Quando c’era stato il lavaggio delle coscienze, il tentativo di ritorno alla normalità, la necessità o la presa di coscienza o comunque il fatto che le cose non potevano continuare con quella specie di guerra civile strisciante e, alla fine, sconveniente per tutti? Quando, insomma, il vento aveva cominciato a cambiare, poteva il potere del vecchio genitore proteggere il rampollo omicida dal tentativo della Giustizia di recuperare la verginità?
Quando erano stati presi tutti, potevano essere sufficienti le coperture del patriarca de Andreis a non far saltar fuori il nome del figlio?
E qui saltava fuori quel maledetto “a meno che”.
Già, “a meno che” il nome e cognome di quel Rudy non fossero poi così sconosciuti a chi di dovere,  anzi… “A meno che” quel nome e cognome non fossero proprio quelli dell’uccellino che, insieme a quel brigatista pentito, quel tal Bottecchi, aveva cantato tutto il ritornello che aveva permesso di portare in galera tutti i componenti del commando assassino. Tutti… meno uno: ma la gratitudine per aver fornito le informazioni necessarie e il rispetto per cotale genitore potevano consentire una vittoria un po’ monca. Tanto nessuno ci avrebbe trovato da ridire: chi era interessato non sapeva, e chi sapeva non aveva alcun interesse a vedere Andrea de Andreis dietro le sbarre.
L’economia del risultato non sarebbe cambiata; e noi viviamo in un mondo in cui l’economia è la signora e padrona di tutto.
Insomma, un delatore! Andrea, il professor de Andreis, che in tutto quel casino che s’era rivelato nelle ultime ventiquattr’ore rimaneva pur sempre suo marito, nonché il padre di suo figlio, era un “infame”.
Così almeno Ilaria li aveva sentiti definire, nei vari blog sui quali s’era fatta la cultura degli anni Settanta. Alcuni li chiamavano pentiti, altri collaboratori di giustizia, ma per quelli che erano rimasti duri e puri non erano altro che infami.
È pur vero che spesso i duri e puri sconfinano nell’imbecillità più totale, ma, in fondo, qualche ragione ce l’avevano.
Il fenomeno del terrorismo, della lotta armata, della sovversione è stato smantellato dai pentiti. Personaggi che, per ottenere sconti di pena, la reintegrazione nella società, la possibilità di una nuova vita avevano ripulito la propria coscienza svelando nomi, fatti e progetti. Consegnando amici e compari con cui avevano condiviso la strada del sangue con un semplice “basta, io mi dissocio, ti fotto e vengo perdonato”.
Una confessione, insomma, che sgorgava da cuori macerati. Un sicuro aiuto per la Giustizia, che comunque s’è bevuta anche un po’ di menzogne in tutta quella smania di rivelare.
In parole povere, una cosa da infami.
Ma cos’altro poteva scoprire su quel personaggio che aveva per marito?
Mentre rientrava a casa, Ilaria riandò col pensiero alla sua amica Elisabetta. Una sua collega che aveva scoperto per caso che il marito aveva una relazione con un’altra donna. Un fulmine a ciel sereno. Un sasso che andava a devastare la tranquillità di uno stagno familiare che riteneva tranquillo e sicuro. Un evento così comune nella vita di coppia, che si pensa possa accadere solo agli altri.
Scoperta la tresca, Elisabetta avrebbe dovuto affrontare il marito per sbattergli in faccia il suo tradimento, le sue bugie, la sua spaventosa faccia di merda ma, improvvisamente, per il dolore, la frustrazione e la rabbia aveva perso ogni determinazione e aveva chiesto all’amica consiglio e conforto.
Per Ilaria non era una cosa nuova. Nel suo ambiente le coppie duravano poco, e quelle che duravano spesso non sapevano della doppia o tripla vita del coniuge o facevano finta di non sapere.
In fondo, era la conclusione generalizzata, una scopata in più o in meno non fa una gran differenza.
Ma questa volta, vuoi forse per la particolare amicizia che la legava a Elisabetta, oppure per la profondità della sofferenza che aveva percepito nell’amica, aveva evitato di catalogare la vicenda nella pur spiacevole categoria del “già visto” e s’era data da fare per provare ad aiutarla, nei limiti del possibile.
Nell’esercizio di ascolto che sempre dà fondamento a qualsiasi tentativo di conforto, Ilaria era rimasta colpita da un sentimento di Elisabetta che affiorava tra gli altri. Oltre allo scoprire che il tuo uomo non è come pensi, che il tuo matrimonio non è come pensi, che sei stata tradita, ingannata e presa in giro, era evidente nell’amica l’offesa per essere stata messa in seconda posizione, perché un’altra era stata preferita a lei, per non essere più l’unico desiderio pensabile.
E questa evidenza di non essere più la prescelta o, ancora di più, di essere stata sostituita da un’altra che l’aveva soppiantata nel ruolo di  preferita era, certo, fonte di accresciuto dolore ma anche di acredine: che, in un certo senso, dava la forza e l’energia per trasformare l’amore ingannato in una rivalsa, permettendo di sfogare la sofferenza e trovare il vigore per rivendicare il torto subito e, in ultima analisi, liquidare il fedifrago senza tante cerimonie.
Come quelle tracce di un tempo trascorso di cui si serba soltanto una coscienza vaga negli scampoli di ricordi inspiegabilmente vivi, a Ilaria venne in mente una frase che Elisabetta a un certo punto aveva buttato lì: «se avessi scoperto che Luigi (il marito) è un assassino sarebbe stato meglio. L’aver scopato quella (e cioè averla anteposta a me) è assolutamente imperdonabile».
Una frase gettata così, non meditata, anche puerile nel suo contenuto. Come se l’andare a letto estemporaneamente, oggi, potesse in qualche modo evidenziare una scelta e di conseguenza una preferenza e non solamente — e forse anche tristemente — l’occasione di variare un po’ la monotonia della monogamia e conformarsi a quanto, in modo nemmeno tanto subdolo, la società suggerisce come beneficio della trasgressione. Ma tant’è. Quel coglione del Luigi era l’essere più mite del mondo e non avrebbe mai potuto uccidere qualcuno.
Ma quelle parole di Elisabetta ora le rimbalzavano nella testa e le procuravano un senso d’invidia. Già, perché se il peccato, e Ilaria si sorprese a pensare a questa parola così obsoleta, di Andrea fosse stato anche, o soprattutto, contro di lei, sarebbe stato molto più facile. La rabbia, la frustrazione, il sangue della ferita inferta al proprio orgoglio, o forse alla propria vanità, sarebbero saltati fuori e le avrebbero dato manforte nell’affrontare il marito adultero.
Invece così era tutto più difficile.
Si andava a cadere verso una zona di minore resistenza.
In fondo quelle “cose” accadute trent’anni fa non erano contro di lei. Non le appartenevano.
Vabbè, d’accordo, sprangare a morte in gruppo un ragazzino in fondo non è una bella cosa, ma allora andava così: erano anni difficili.
Ecco, così la responsabilità era degli anni, del periodo, della storia. Quella personale, se c’era, cadeva comunque in secondo piano.

Tutto risolto.
Che si macerava a fare? Perché il marito non le aveva raccontato dei suoi anni passati? Perché avesse passato sotto silenzio la sua esuberanza politica? E dai, non lo si poteva mica accusare di questo! Roba passata.
Mica tanto.
Un detto abbastanza comune riporta che “noi siamo quello che pensiamo”.
Un’asserzione che Ilaria non amava molto, e che invece modificava, molto più pragmaticamente, con “noi siamo quello che facciamo”.
L’azione è il timbro del nostro essere.
A pensare, e a pensare bene, siamo tutti capaci. Il mondo è pieno di scrittori, filosofi e moralisti che hanno riempito pagine e pagine di concetti edificanti, di panacee esistenziali, di consigli e suggerimenti per vite piene, buone e degne di essere vissute fino a cento anni e oltre e poi, nella loro vita, in quella pantomima  che ti costringe ogni giorno a decidere quale debba essere, di fronte alla continue richieste del quotidiano, il comportamento, questo era dei più meschini, abietto, pieno di vizi e storture. Insomma, anche i maestri del pensiero possono in realtà essere delle comuni carogne.
Ma il meccanismo funziona anche al contrario.
A quanti, nella propria vita, non è capitato di pensare a mettere in pratica un’azione, diciamo, poco ortodossa? Organizzare un furto, una truffa? Uno stupro addirittura, quando la voglia ti assale e ti pulsa nel cervello come l’unico comando cui sia possibile rispondere? O un omicidio, quando l’ingiustizia, la cattiveria, o l’impotenza dei tuoi diritti ti fanno ritenere che solo quello possa essere la via per ottenere una qualche giustizia?
Ma nella maggioranza dei casi quei pensieri non si trasformano in azioni. E non solo perché le circostanze non sono favorevoli, o perché c’è paura dell’eventuale ritorsione, e nemmeno per un’intrinseca debolezza di chi non si risolve ad agire.
È perché un conto è desiderare in un attimo di togliere la vita a qualcuno, un altro è privarlo per sempre della stessa. Un conto è desiderare l’annientamento di un avversario, un altro è spiaccicargli la testa sull’asfalto finché non ne viene fuori la materia grigia.

L’azione è il vero confine. C’è chi si ferma al di qua e chi si butta al di là.
E la popolazione dell’al-di-qua è differente da quella dell’al-di-là. Non c’è storia.
Chi passa il confine, marca con la sua azione la sua esistenza. Andrea aveva varcato il confine. Aveva segnato la sua scelta con il sangue: una cosa che molti, forse la maggior parte, trovatisi in condizioni analoghe, non avevano e non avrebbero mai fatto.
E oggi?
In caso di necessità, di convenienza, di opportunità, avrebbe ancora segnato la sua scelta con il marchio del sangue?
Il fatto che fosse un professionista affermato, dedito alla cura dei malati (o della propria vanità?), inserito nel meccanismo di una placida esistenza borghese, poteva cancellare quelle azioni con il colpo di spugna di una scelta diametralmente opposta — dare la vita contro l’antico dare la morte? Oppure non era altro che un adattamento a condizioni differenti che non richiedevano il risveglio della belva? O, ancora, forse oggi la belva usava differenti strategie pur non essendo meno belva di prima?
Nuove domande affollavano l’anima di Ilaria.
E poi ancora: ma oltre ad essere un assassino era anche un infame? O era veramente un pentito? Uno che, resosi conto dell’enormità delle proprie azioni, decide di espiare e di scaricarsi il cuore da tutto il male accumulato?
Oddio, se Ilaria si metteva a pensare a un pentito le veniva in mente l’iconografia dei Padri del deserto. Quegli eremiti che per espiare sia le colpe proprie che quelle dell’intera umanità si ritiravano in romitaggio nei luoghi più desolati della terra a cibarsi di locuste e di acqua rubata alle pozze.
Il professor de Andreis con i suoi abiti firmati e le cravatte di Hermès, l’abbronzatura ritoccata dalla lampada UVA e la pletora di discepoli — e discepole — che pendevano dalle sue labbra come pulcini adoranti la Chioccia con la c maiuscola, non somigliava molto a quelle figure tramandate dalla tradizione. Ma si sa, i tempi e i costumi cambiano.
Troppe domande.
Era il momento delle risposte.
E l’unico che poteva darle era proprio Andrea. Ma doveva smettere di fingere, e mostrare chi fosse il vero Andrea.
Col terrore di scoprirlo, Ilaria tornò a casa ad attendere il rientro del marito.

(16 – Continua)

 

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