15 – “Non poteva dirglielo!”

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— Ilaria! Ilaria!
La voce della sorella, che si accompagnava a una mano agitata con lo scopo di segnalare la propria posizione all’uscita degli “arrivi” dell’aeroporto, strappò a Ilaria un sorriso di tenerezza. Evidentemente Clara non doveva avere molta dimestichezza coll’incombenza dell’andare a prendere chi tornava da lei. Il terrore di non essere vista, di mancare l’aggancio col viaggiatore da recuperare, le aveva fatto perdere quell’usuale pudore che la caratterizzava ormai da anni. Profilo basso, voce sommessa e cercare il più possibile di non farsi notare. L’ultima volta che qualcuno si era occupato di lei era finita in carcere, e certe esperienze segnano: chi si scotta ha paura perfino dell’acqua fredda.
Ma quel goffo entusiasmo della sorellastra ebbe il merito di scaldare un po’ il gelo che le era sceso dentro e che nel volo aveva cristallizzato pensieri, emozioni e sentimenti.
Non s’aspettava che la venisse a prendere all’aeroporto.
Quando dal Charles de Gaulle aveva inviato a Clara un sms per chiederle  di poter trascorrere la notte da lei, ai naturali interrogativi che quest’ultima le aveva rimandato era stata presa dallo sconforto. Nemmeno da Clara sarebbe stata a casa?
Eppure, era abbastanza intuibile che la sorella chiedesse “ma non vuoi andare a casa?” oppure “ci sono problemi?” o cose del genere, non tanto per tergiversare sulla sua ospitalità, quanto per capire la reale motivazione di quell’insolita richiesta. Ma quando uno è in preda alle proprie angosce, perde di vista anche le logiche più elementari. Il buio che ti si fa dentro oscura anche la luce di fuori.
Uno stretto abbraccio fugò tutte le paure. Quella sorella le voleva bene davvero, e quella premura era tutto ciò di cui aveva bisogno per affrontare il domani.
Ma qualsiasi amore non può fare a meno di porsi delle domande, e Clara, pur felice di ospitare la sorellina, non riusciva a smettere di trovare strana quella decisione.
“Ma perché non sei voluta andare a casa?”
Questa domanda picchiava nella testa di Clara come un martello che cercasse di sfondare una parete senza riuscire a farsi strada. Non che le mancasse la franchezza, per carità. Non era certo lei quella che temeva di affrontare argomenti spinosi per un eccesso di scrupolo o per la paura di essere giudicata importuna. Era l’aria smarrita di Ilaria a frenarla.
Non ci voleva un raffinato psicologo per capire che qualcosa aveva turbato Ilaria. Il suo sguardo, sempre vivace, attento, quasi aggressivo, era adesso quasi attonito, disorientato. Come quello di un cucciolo che ha perso il riferimento e vaga, confuso, alla ricerca di qualcosa che simuli il genitore, o il padrone, o un qualsiasi altro che possa essere riconosciuto come una sicurezza abituale.
Ilaria era partita per Parigi come una conquistatrice, ma tornava con la mesta aria della sconfitta.
Cosa era successo laggiù?
Era necessario capire, ma senza ferire, senza aggredire quella reduce che sembrava già averne passate abbastanza. La vita può essere un tritacarne, Clara lo sapeva bene, e bisogna fare attenzione a non frugare tra le piaghe come il celebrato chirurgo che, con la sua mancanza di pietà, bonifica le infezioni e ridà la salute agli infermi.
Queste cazzate erano buone ai tempi di Maroncelli. Ma da allora la medicina ha fatto qualche passo avanti.
— Allora, com’è andata con Giovanni Natali?
Clara buttò lì questa frase, una volta salite in macchine, scegliendo la formula che le pareva meno aggressiva. L’impulso l’avrebbe portata a uscirsene diversamente — “allora, sappiamo chi è quella merda di Rudy?” oppure “allora, abbiamo qualche informazione su quel bastardo di Rudy?” — ma forse prenderla un po’ alla larga poteva risultare meno traumatico.
— Bene — rispose la sorella.
“Bene”?
Che cavolo di risposta era?
Questo pensiero attraversò il cervello di entrambe le sorelle non appena Ilaria ebbe finito di parlare.
Clara la osservò stupefatta. Ma cosa voleva dire “bene”? Aveva scoperto chi era Rudy? Aveva avuto informazioni in proposito? Ma, per Giove, era andata a Parigi con quell’obiettivo, se ne tornava con l’espressione di un cane bastonato, e tutto quello che aveva da dire era “bene”?
D’accordo non essere aggressivi, rispettare i tempi e le emotività della minore, ma a tutto c’era un limite. E quel “bene”, buttato lì come una moneta distratta nella mano di un mendicante, era veramente oltre il limite.
Ma anche Ilaria si guardò dentro stupita. Cosa voleva dire con quella risposta?
Prendere tempo? Riprendere fiato in quel tremendo casino in cui s’era trasformata la sua vita?
Se c’era una cosa che Ilaria non aveva mai voluto imparare a fare era mentire a sé stessa. E, ancora una volta, si costrinse ad accettare quel principio. Dietro a quella parola non c’era né caso né distrazione. Ma la precisa volontà di tagliar fuori la sorella da quanto aveva scoperto a Parigi.

Non poteva dirglielo!
Non poteva dirle che Rudy era suo marito. Non poteva rivelare che quello che aveva ideato, organizzato, guidato e iniziato con la prima sprangata l’orribile massacro di un adolescente di nome Stefano Bianconi, era nientemeno che il professor Andrea de Andreis, suo cognato.
Non lo poteva fare.
E questa consapevolezza le trafisse il cuore come un dardo doloroso. Perché quella sorella, che aveva appena imparato ad amare, che l’aveva accolta e compresa, che rappresentava per lei il rifugio dove aveva sentito il bisogno di ripararsi ora che era smarrita in mezzo alla tempesta, quel riferimento a cui avrebbe voluto aprire il cuore, era in realtà l’unica persona a cui non avrebbe mai potuto raccontare la verità. Solo la menzogna era possibile.
Perché la verità avrebbe scavato un solco irrecuperabile tra Clara e Andrea. L’omicida del Bianconi era per Clara e per quelli come lei — sì, i fascisti, passati o presenti che fossero — il mostro orrendo, l’essere più spregevole sulla faccia della terra. Quel Rudy, e non senza ragione, incarnava l’odio di un’intera generazione, il limite oltrepassato il quale solo al sangue è lecito dire la sua. Non poteva esserci giustificazione e nemmeno perdono. Senza neppure chiedere spiegazioni.
E queste, le spiegazioni, Ilaria sentiva di doverle concedere al marito. Al padre di suo figlio. All’uomo con cui aveva deciso di condividere la vita.
All’uomo che era sì l’assassino di Bianconi. Ma non solo. E questo doveva ancora crederlo con tutte le sue forze.
Ma Clara non avrebbe potuto capirlo.
— Scusa? — chiese Clara cercando di controllare il tono della voce.
— No, volevo dire che è andata bene, nel senso che il professore è stato molto gentile, disponibile, fin troppo logorroico. Ah, non la finiva più di raccontare dei suoi trascorsi da sovversivo… una palla!… ma di Rudy nulla. Non lo conosceva, non ne aveva mai sentito parlare. Del resto, il suo passaggio in Avanguardia Operaia è stato molto più fugace di quanto Giacomo credesse. Insomma, un buco nell’acqua. Solo una gran rottura…
Un gran sorriso concluse le parole di Ilaria.
La coscienza della menzogna aumentò il gelo che Ilaria sentiva dentro.
Eppure, alle menzogne un po’ s’era abituata.
Non le capitava di raccontarle quotidianamente ad alcuni suoi pazienti? A quelli, gli inguaribili, ai quali doveva proporre una terapia tanto misericordiosa quanto inutile. A quelli, i senza speranza, ai quali nascondeva l’ineluttabilità della sentenza edulcorando o tralasciando la certezza dell’inesorabile. A quelli, ed erano la maggioranza, ai quali non riusciva a dire che la vita dopo la malattia non sarebbe stata mai più la stessa.
Ma quelle menzogne venivano facili. Erano necessarie, pietose, piene di misericordia per chi le riceveva e per chi le raccontava. Andava bene così, farsi paladini della verità avrebbe solo aggiunto dolore a dolore.
Almeno così pensava Ilaria, e come lei la gran parte dei suoi colleghi.
E ora questa bugia non era meno pietosa e necessaria? Rivelare a Clara la doppia identità del marito non avrebbe anche in questo caso aggiunto dolore a dolore?
Dove stava la differenza?
Perché faceva così male?
— Sicura che sia andato tutto bene? Hai un’aria piuttosto depressa…
Clara non riuscì a trattenersi. Ma chi voleva prendere in giro? Perché non le raccontava per bene cosa era successo?
— Ma no, ma che dici! — trillò Ilaria. – È che sono molto stanca. In aereo non ho riposato niente e sostenere l’intervista con quel Natali, che continuava a parlare e parlare mi ha veramente sfinita…
La solitudine, ecco.
Questa era la differenza.
Quando negava la cruda verità ai suoi pazienti, lei rimaneva ben ancorata al mondo dei sani. Quelli che l’avevano abbandonato erano loro, i malati. Erano loro quelli costretti ad andare alla deriva abbandonando la terraferma degli altri. E la menzogna, che sempre separa gli uomini, non faceva altro che confermare il distacco che già, con l’infermità, s’era venuto a creare.
Stavolta invece la falsità portava lei alla deriva. Era lei che si staccava dal mondo dei sani, rimanendo sola con quella ferita nel cuore, che la rivelazione di Natali le aveva involontariamente inferto senza pietà. E se l’unica speranza per non soccombere all’isolamento della malattia è la possibilità di condividerlo con coloro che ci amano, in questo modo Ilaria aveva la piena coscienza di negarsi l’unica salvezza.
Era sola e non poteva farci nulla.

La serata trascorse con la cadenza di una partita a scacchi.
Clara intenta a capire cosa fosse veramente accaduto, a scrutare qualsiasi indizio potesse indurla a comprendere cosa si muovesse nel cuore della sorella, e quest’ultima a sviarne i sospetti, a ricostruire la normalità, a ricreare l’intimità esistente prima della sua partenza.
Rudy venne più volte citato da Clara. Ma, come se l’esistenza di quel personaggio improvvisamente avesse perso consistenza, Ilaria lasciò scivolare via il discorso. Un capitolo chiuso: Natali non era servito a nulla e Giacomo s’era sbagliato. Pazienza, la vita è altrove.
Alla fine, Clara dovette arrendersi e, tenendo per buona la giustificazione della sorella a passare la notte da lei, cioè che il marito non era a casa e che il piccolo Jacopo, data l’ora, se l’avesse sentita tornare non sarebbe più riuscito a prendere sonno, le due donne si augurarono la buona notte chiudendo in stallo quella strana serata.
Il buio venne incontro a Ilaria con il suo carico di angosce.
Si avvicinarono subdole, risucchiandole l’anima nel turbinio di una sciarada impossibile da risolvere.
Ma perché era successo tutto questo? Perché la sua vita, che procedeva sui binari sicuri di un’esistenza scelta, voluta e… beh, sì, insomma proprio voluta era forse un’esagerazione. Vi si era trovata dentro, ecco. Come capita a tutti. Magari uno inizia con dei progetti diversi, certe speranze, vaghe idee, però ben radicate dentro di sé da una volontà caparbia seppure ingenuamente acerba, ma poi il corso degli eventi modifica tutto e si finisce dalla parte opposta a quella dove s’era pensato, o forse sperato, di andare.
Medicina, la laurea — e che laurea, a pieni voti —, e poi la specializzazione. Sempre la prima in tutto, a sgobbare sui libri, e poi in ospedale, giorno, notte, senza orario, perennemente pronta, continuamente disponibile, una corsa in salita, a perdifiato… e poi? Poi Andrea. Lui, affascinante, il migliore, quello che l’aveva scelta tra le tante a sua disposizione. Difficile resistergli, impossibile non cedere alle lusinghe, incredibile non capitolare di fronte a quella attrazione intellettuale. E poi il sesso, il sesso con il Maestro, quello che ne sa più degli altri ma fa sesso con te. Carne e cervello in un mix erotico-intellettuale a cui è impossibile dire di no.
E quindi l’amore, e poi Jacopo, l’amore elevato alla enne e, insomma, la vita cambia binario e ci si ritrova sulla tratta “moglie del professor de Andreis” -“madre del suo bambino”, vita agiata e senza problemi per andare dritta verso una vecchiaia confortevole e dolce.
In fondo non peggio di tante altre possibilità.
E invece no, cazzo!
Ci si è messa di mezzo quella dannata storia. Quel maledettissimo libro — ma perché diavolo si leggono i libri? Chi gliel’aveva fatto fare? — con quella storia poi, una storia di trent’anni fa, che non gliene frega più niente a nessuno, quel ragazzo… quel povero Bianconi del cazzo… di cui appunto non fotte niente a nessuno… roba passata, morta e sepolta… eh già, è proprio il caso di dirlo… quel povero ragazzo, sprangato a morte per… per niente, in fondo… sprangato a morte da… da uno che non è mai stato preso… da uno che è diventato l’illustre professor de Andreis, mentre allora era solo l’Andrea, no, nemmeno, un ridicolo Rudy del cavolo, uno che non si fermava davanti a nulla, uno che ammazzava senza problemi, uno che in fondo è solamente… suo marito.
Oddio!
Era orribile solo a pensarlo.
Ma perché?
Ma, per tutti i santi del paradiso, Ilaria lo conosceva bene il suo consorte. Era uno arrogante, va bene, forse un po’ arrivista, d’accordo, altrimenti come sarebbe diventato docente all’Università? Uno che magari non guardava in faccia nessuno: doveva infatti aver sbaragliato una nutrita concorrenza per arrivare dove era arrivato. Tutto quello che si vuole, magari aveva anche un po’ di pelo sullo stomaco ma… cazzo, l’Andrea è uno bravo, uno buono, uno dolce, uno delicato, un raffinato, un colto, intelligente, capace, dedito alla professione e ai pazienti. Si occupava dei malati, perdio!
Ma come può uno così ammazzare a sprangate un ragazzino di diciassette anni?
La sciarada non si risolveva, c’era poco da fare.
Gli occhi di Ilaria fendevano il buio senza trovare risposte. In quel buio, che era diventato denso come la melassa, c’erano solo domande.
E un dolore, che pungeva acutamente proprio lì, dove sta il cuore. Ed era un dolore che conosceva bene, che aveva visto molte volte.
Il dolore di chi in un attimo, senza capire il perché, senza potersi dare una ragione, vede la vita che si modifica repentinamente e che non sarà mai più la stessa. Un dolore che aveva visto comporsi sul viso di tanti suoi pazienti che ricevevano sentenze senza appello e che divenivano consci immediatamente, nonostante i ridicoli tentativi di rassicurarli e le manfrine che potevano solo blandire verdetti inappellabili, che da quel momento più nulla sarebbe stato lo stesso. E quel “lo stesso” era la condizione che pareva più desiderabile e voluta che mai.
Eppure, non aveva imparato nulla. Che la vita potesse repentinamente cambiare dal paradiso all’inferno lo sapeva bene. Ma la funesta mutazione capitava solo agli altri. I malati erano quelli al di là del confine e lei, come tutti coloro che se ne occupavano, restava ben al di qua del confine. Mai mischiarsi coi malati.
I malati erano gli altri.
Gli altri erano quelli a cui cambiava la vita.
Forse non c’era nulla da imparare. Solo che adesso era passata al di là del confine. Adesso faceva parte degli altri.

(15 – Continua)

 

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