14 – “Chi era l’uno, chi era l’altro?”

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L’aeroporto Charles de Gaulle era come al solito gremito di persone. Un crocevia di razze e persone dirette verso tutti gli angoli della terra. Un appassionato di geografia si sarebbe fermato incantato a osservare i nomi delle città del mondo che si incrociavano sui tabelloni degli orari, promettendo quell’incredibile mosaico di usi, costumi e abitudini differenti che è il nostro globo. Un miracolo di varietà proiettato su una sfera lanciata nello spazio siderale.
Gli aeroporti facevano sempre una duplice impressione a Ilaria. Da un lato eccitavano il suo lato nomade — viaggiare era una delle cose che le piaceva di più, e trovarsi nel punto di partenza verso tutte le possibili mete che avrebbe voluto raggiungere, appagava già in parte quella sua smania di andare. Dall’altro lato, invece, l’affollamento dell’aerostazione moltiplicava quel senso di smarrimento che la solitudine evocava sempre in lei.
Perché mai più avrebbe avuto occasione di rincontrare tutta quella gente, tutte quelle persone così differenti e così concentrate sul proprio destino, che aveva incrociato per un lasso di tempo compreso tra una manciata di ore e le frazioni di un secondo. Perché, come le destinazioni, i destini erano diversi e divergenti e confermavano in maniera plateale che si è soli nell’universo. Soli in mezzo alla moltitudine.
Migliaia di storie che s’intrecciano e si sfiorano senza toccarsi. Sentimenti, speranze, paure, amori — che alla stessa stregua di sudori, odori, pulsioni e necessità corporee rendono ogni essere umano biologicamente e psicologicamente identico a un altro — in realtà non accomunano, ma separano, differenziano, distinguono. Perché il mio odore, come la mia speranza, è differente dal tuo, indifferente al tuo e a volte, più spesso di quanto si creda, importuno al tuo o da esso importunato.
Quell’uomo, quella donna, quel vecchio, quel bambino, quel negro, quell’orientale, quel nordico che diventano figure reali e vive solo perché s’imprimono sulla mia retina, in realtà per me non esistono. Sono presi dalla propria storia da cui io sono, inesorabilmente, se non per una casualità tanto bislacca quanto rara che miracolosamente ci fa vivere la stessa trama, tagliato fuori. Così come loro sono esclusi dalla mia.
Che siano santi o terroristi, padroni o servitori, che li attendano la gioia o il dolore, la felicità o la morte al termine del loro viaggio, per me non cambia nulla. Sono e saranno lontani. Monadi che percorrono la propria rotta lontano dalla mia.
E noi siamo soli, soli, assolutamente soli su questo affollato mosaico di colori che è il pianeta terrestre.
Assolutamente soli.
Così si sentiva Ilaria.
Seduta su una di quelle scomodissime seggioline a schiera che affollano gli aeroporti di tutto il mondo — ma perché non mettono delle poltroncine comode dove sdraiare tutta la stanchezza che nelle ore di attesa si moltiplica e che ogni viaggiatore ha sperimentato sulla propria pelle? — Ilaria avvertiva che la prima delle due sensazioni che abitualmente provava quando era in un’aerostazione, l’eccitazione per la meta da raggiungere, era adesso totalmente annullata.
Restava la solitudine.
Quella che le si era conficcata nello stomaco appena uscita dall’appartamento del professor Natali, e che aveva iniziato a espandersi per tutto il suo corpo accompagnandola al Charles de Gaulle. Quella che adesso ricopriva ogni cosa, stendendosi come una patina su quel viavai di gente che non badava a lei e che a lei non interessava.
Era sola, con addosso un dolore che nessuno conosceva e che non sarebbe importato a nessuno.
Ogni tanto, guardandosi intorno, in quel deserto che ormai le appariva il mondo, cercava di capire che cosa fosse successo.
La sua missione aveva avuto un esito positivo: ecco cos’era successo. Fin troppo positivo. Era arrivata a Parigi con la speranza, nemmeno troppo convinta, che il famoso Giovanni Natali potesse darle qualche informazione che la potesse aiutare nella ricerca dell’assai meno famoso, ma più famigerato, Rudy. Un omicida impunito e feroce, uno che aveva stroncato a mazzate sul cranio la vita di un ragazzino sedicenne, uno che… Uno che era suo marito.
Altro che “qualche informazione”.
Natali non solo le aveva detto chi era, ma gliel’aveva fatto vedere, lì, in bella mostra, stampato sopra un’istantanea che non dava scampo. Quel giovanotto serio e assorto, quello che stava in prima fila nella manifestazione dei giovani gauchistes, quello che si faceva chiamare Rudy, con quel nomignolo di battaglia copiato dai partigiani di trent’anni prima, era suo marito. Non c’era da sbagliarsi!
Quando il professor Natali aveva affermato “quel ragazzo si faceva chiamare Rudy” Ilaria era sbiancata in viso. Quelle parole l’avevano colpita come uno schiaffo in piena faccia, e s’era quasi sentita svenire.
Il professore s’era addirittura spaventato.
— Signorina, si sente bene? —  aveva detto, invitandola a sedere sulla poltrona.
E lei, malgrado facesse fatica a reggersi in piedi, aveva cercato di far finta di niente.
— Sto bene, sto bene, grazie, solo un po’ di stanchezza. Sono in viaggio da stamattina presto e…
Aveva farfugliato cose così di fronte al suo interlocutore, che non s’era per nulla tranquillizzato.
Era andato a prenderle un bicchier d’acqua. Un gesto benedetto, perché la sua brevissima assenza le aveva permesso di recuperare un po’ di autocontrollo e ricomporsi dietro la sua maschera di ricercatrice universitaria. Una maschera con cui cercava di nascondersi da tutti quei perché che l’assalivano come lupi affamati.
Ma come era possibile?
Era possibile, e quella foto lo dimostrava senza scampo.
Dio mio.
Ilaria aveva terminato la sua intervista in fretta e furia. Giovanni Natali non era stato in grado di aggiungere molto di più riguardo Rudy, anche perché, dopo aver visto impallidire la donna, s’era fatto ancora più attento e reticente. Ma lei non aveva bisogno di sentire altro. Quello che aveva visto e compreso era più che abbastanza per capire che nella sua vita s’era abbattuto un meteorite pesante tonnellate.
Uscita dalla casa di Natali s’era diretta subito all’aeroporto e i suoi lupi le erano venuti dietro, assalendola con sempre maggior ferocia.
E adesso?
Rudy era suo marito, suo marito era Rudy, no, era stato Rudy o forse Rudy era diventato suo marito: chi era l’uno, chi era l’altro? Chi era Rudy? Chi era suo marito? Chi è suo marito?
Una litania confusa di incredulità le scoppiava in testa come i petardi di un pazzo carnevale.
Rudy era suo marito. Non c’era altra storia.
E se si fosse sbagliato?
«Ma che cazzo stai dicendo, vecchio imbecille?»: erano queste le prime parole venutele alla bocca non appena Giovanni Natali aveva rivelato l’identità di Rudy.
Per fortuna l’educazione che le avevano impartito era incisa profondamente dentro lei e le aveva fatto morire la frase sulle labbra.
D’altronde il professore poteva benissimo sbagliarsi. Erano passati tanti anni, è facile confondersi, scambiare le identità, sovrapporre i nomi, dimenticare le date, i luoghi, le persone. Un nome, poi, cos’è mai un maledettissimo nome…
Certo che poteva sbagliarsi.
Certo un cazzo!
Natali non era certo un anzianotto smemorato che confonda gli aneddoti, mischiando i ricordi con la propria fantasia. Natali era uno molto lucido, che aveva tutto il suo passato stampato in testa senza una minima sbavatura. Inoltre, non aveva avuto nessun dubbio, nessuna incertezza. Ricordava perfettamente il tempo, l’occasione, il volto e quel cazzo di soprannome, senza alcun tentennamento. Sapeva quello che diceva. Non si sbagliava, questo è sicuro.
Un’omonimia!
Questo poteva essere: una banalissima omonimia.
Niente di più probabile che esistessero due studenti di medicina, che spariscono dall’Italia alla fine del millenovecentosettantacinque, vanno a Parigi e sono ignoti ai più se non per il soprannome che si danno: Rudy!
Già, niente di più probabile: proprio come azzeccare la sestina del superenalotto due settimane di seguito.
Non c’era nulla da fare. Il sedicente Rudy era il professor Andrea de Andreis, che era pure suo marito e, incidentalmente, un omicida.
A Ilaria girava la testa. Come se fosse stata sulle montagne russe, un su e giù tra incredulità, rabbia, dolore e impotenza che le dava la nausea.
L’altoparlante annunciò il suo volo. Le gambe si rifiutavano di muoversi. L’idea di tornare a casa la terrorizzava. Voleva dire affrontare quella voragine che si era aperta nella sua vita e guardarci dentro.
Ma perché?
L’avverbio più spaventoso del genere umano. L’interrogativo dietro al quale si può celare la luce, ma anche il buio più pauroso. Quante volte è meglio non sapere.
Ilaria era trafitta dai perché come un novello San Sebastiano, ed erano perché che venivano da una lontananza assai remota. Perché aveva letto Il fiore strappato? Perché s’era così coinvolta nella vicenda di Stefano Bianconi? E perché s’era messa in testa di ritrovare Rudy? Perché era ricorsa alla sua sorellastra e aveva incontrato Giacomo Terzi? Perché era venuta fin quassù per conoscere il professor Natali? Perché Rudy era Andrea? E perché aveva ucciso? E perché non le aveva detto nulla? Perché aveva nascosto chi era, il suo passato? La sua vita?
Perché? Perché? PERCHÉ?

Ilaria, adesso, non capiva se provava più collera o sgomento ricordando la sufficienza con cui l’aveva liquidata il marito quando lei gli aveva chiesto di raccontarle un po’ degli anni settanta. “Ho fatto l’università a Parigi” aveva buttato lì, chiamandosi fuori in questo modo da ogni possibile coinvolgimento.
Spesso la menzogna è non dire tutta la verità. L’università a Parigi Andrea l’aveva frequentata davvero, ma dopo. Era più che probabile che nel 1975 fosse iscritto in Italia e dopo, solo dopo, si fosse trasferito a Parigi, dove si era poi laureato.
Come una scema, si trovò a sperare che non fosse così. Che non ci fosse la sua iscrizione in Italia, solo così avrebbe potuto credere che quel Rudy e Andrea non fossero la stessa persona.
Controllare all’università sarebbe stata la prima cosa da fare la mattina dopo.
A volte, quando non si vuol credere all’evidenza, ci si attacca a qualunque cosa.
Ma non si ottiene altro che evidenziare la propria stupidità.
Perché Andrea le aveva mentito?
Ma, soprattutto, chi era veramente Andrea de Andreis?
Mentre si avviava verso il gate di imbarco Ilaria sentiva che questa sensazione di estraneità la stava soffocando. Lei non aveva cognizione chi fosse suo marito. Quell’uomo con cui viveva, che l’aveva presa e fatta godere, che le aveva dato un figlio, a cui aveva promesso e con cui sperava di condividere il futuro, in realtà non sapeva chi era. Si sentiva addosso la tremenda sensazione di mani sconosciute che la toccavano, che la violavano, che le strappavano un’intimità cui non avevano diritto.
Avrebbe voluto urlare.
Ebbe un’esitazione prima di consegnare la carta d’imbarco alla hostess.
Pensò a Jacopo.
Doveva tornare. Doveva affrontare Andrea. Doveva sapere da lui. Doveva rimettere luce in quel buio che era calato sulla sua vita.
Sedendosi al suo posto Ilaria si ricordò che quella sera Andrea non era a casa. Era ancora via per un congresso e sarebbe tornato l’indomani.
Sì, domani era meglio. Domani avrebbe affrontato il problema. Stasera non ce l’avrebbe fatta. Decise di fermarsi per la notte dalla sorella. Non se la sentiva di stare sola.
Domani avrebbe avuto il coraggio.
Al decollo dell’aereo si ritrovò con la mesta speranza che ci potesse essere una bomba a bordo. Un’esplosione, e sarebbe finito tutto.

(14 – Continua)

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