13 – “Quel ragazzo si faceva chiamare Rudy…”

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Giovanni Natali abitava in un appartamento di rue de Turenne, nel 4° arrondissement, in pieno Marais. Il quartiere una volta popolare era diventato una delle zone più cool di Parigi: vecchie case ristrutturate, ristorantini invitanti, negozietti alla moda avevano trasformato l’antico ghetto proletario in una zona ambita, di tendenza ed estremamente chic.
Mentre dalla fermata del metrò si dirigeva verso la residenza del professore, Ilaria non poté fare a meno di rilevare, con un filo di ironia, che a quel quartiere era successa la stessa cosa capitata alla lotta di classe. Non aveva modificato granché, ovvero i ricchi restavano ricchi e i poveri poveri, ma aveva fatto acquisire classe a chi faceva la lotta.
Era una buona battuta per sciogliere il ghiaccio con il Natali?
Probabilmente no.
L’influenza di sua sorella Clara stava prendendo il sopravvento. “I compagni si combattono con l’ironia, non la sopportano proprio”, diceva sempre.
Doveva starci attenta. Non era lì in vacanza o per abbandonarsi a facezie, o, peggio ancora, per insospettire il professore. Doveva metterlo a suo agio: solo così si sarebbe sbottonato e magari, con un po’ di fortuna, avrebbe rivelato tutti i segreti di Rudy.
— Oui? – rispose una voce neutra al citofono numero 6 dell’edificio di rue de Turenne numero 25, un vecchio palazzo imponente, ristrutturato con garbo a riprova di come la modernità possa convivere con l’antico senza guastarne la maestosità.
— Sono Ilaria Marchi, ho un appuntamento con il professor Natali — disse in italiano Ilaria un po’ confusa, dimenticandosi di essere a Parigi.
Ma la voce non si scompose e reagì affabile.
— Ah, buongiorno. Prego, entri, quinto piano.
Come le porte dell’ascensore si chiusero, Ilaria si accorse di aver perso un po’ della sua baldanza. Ma cosa le era saltato in mente di arrivare fin lì per rompere le scatole al vecchio residuato di una storia che non solo non le apparteneva, ma di cui pure si fingeva studiosa? Lei era un medico internista, avrebbe potuto al massimo prendere la pressione al Natali, auscultargli i polmoni, ecco tutto quello che avrebbe potuto fare. Ma che si credeva, di essere in un thriller storico-politico? Un personaggio di Ken Follett?
Mentre saliva verso il quinto piano, cercando di vincere l’improvviso desiderio di invertire la rotta per riprendere la via di casa, provò a ripetersi la parte che mille volte aveva messo a punto prima di partire per Parigi.
Aveva anche simulato sia con Giacomo che con Clara la sua intervista al Natali e s’era trovata perfetta. Già, perfetta in Italia; lì in Francia sembravano saltare fuori tutte le magagne della sua strategia. Era forse un problema geografico?
— Benvenuta, si accomodi.
Un sorriso benevolo l’accolse sul pianerottolo, di fronte alla porta spalancata di un appartamento, cancellando di botto incertezze, prove e paure. Si era in scena e si doveva recitare. Fino in fondo, e senza esitazioni.
Il sorriso apparteneva a un uomo magro, dall’aspetto un po’ dimesso, che attendeva in piedi, con le spalle lievemente curve, davanti all’ascensore. Capelli di media lunghezza, brizzolati, una barbetta tagliata rasa, spruzzata più di bianco che di grigio, conferivano al soggetto la possibilità di una sessantina d’anni portati con vezzo giovanile. Jeans, scarpe da vela e un maglione girocollo blu da cui faceva capolino una camicia a quadretti ribadivano una rivolta comportamentale alla sentenza biologica dell’anagrafe.
Insomma un personaggio molto simile a quello che ci si poteva immaginare fosse Giovanni Natali.
— Il professor Natali? — chiese Ilaria sfoderando uno dei suoi magici sorrisi mentre gli andava incontro tendendo la mano, per scambiare quella stretta che ha annullato la galanteria.
— In persona, cara, in persona — rispose calorosamente il professore prendendo la mano della donna e stringendola tra le sue, nel rifiuto di quel saluto virile che un po’ dovunque ha ipocritamente, decretato l’eguaglianza tra i sessi senza però naufragare in un improbabile baciamano che, in un rivoluzionario del suo stampo, sarebbe stato tremendamente fuori tempo.
Il professore sa il fatto suo, pensò Ilaria mentre si lasciava accompagnare all’interno dell’appartamento.

Libri, libri dappertutto: questa era la caratteristica più saliente dell’alloggio che pure non mancava di una certa preziosità nell’arredamento. Qualche mobile in stile, quadri e disegni al posto di stampe o poster, riproduzioni vere (che, escludendo l’appartenenza del professore alla cerchia ristretta dei collezionisti miliardari, erano l’affermazione di una conoscenza diretta tra lo stesso e i pittori e dunque di una reale frequentazione artistica del Natali) e un po’ di suppellettili di pregio.  Tutto più che sufficiente per far ritenere quell’abitazione più che interessante anche a una rivista di arredamento. Ogni cosa, però, passava in secondo piano davanti alla profusione di libri che sembrava cancellare qualsiasi altra cosa. Era come se l’appartenenza alla categoria degli intellettuali venisse esposta in ogni ambiente, ma non come ostentazione, bensì come un bisogno di affermare il proprio modo di essere, l’esigenza di sottolinearne la diversità nei confronti della massa. Perché la cultura, così sembrava dire la casa di Giovanni Natali, era uno stile di vita, una scelta di fondo, una parte da cui stare. Tutto il resto veniva dopo.
A Ilaria venne in mente l’appartamento della sorella: nonostante il disordine e l’arredamento molto più dozzinale —spia di un differente posizionamento economico — l’abbondanza della carta stampata nella casa di Clara non era poi molto dissimile da quella di casa Natali. Era come se Clara e Giovanni appartenessero a una medesima casta sociale che aveva fatto del sapere e dell’erudizione il proprio habitat. E faceva meraviglia che i due intellettuali si fossero fatti una guerra all’ultimo sangue per quasi dieci anni, come se tutta la conoscenza ricavata dallo studio e dall’approfondimento li avesse avviati lungo due sentieri divergenti destinati non solo a non incontrarsi mai, ma ad allontanarsi sempre di più.  Nemmeno la cultura, dunque, poteva appianare le diversità che da sempre distinguevano gli esseri umani all’interno della medesima specie, impedendo loro di massacrarsi l’un l’altro come nemmeno gli animali riescono a fare?
A dispetto di quanto si potrebbe pensare, la pace nel mondo non è affare da intellettuali. Anzi.
— Allora, cara, cosa posso fare per lei?
Il sorriso e la cortesia di Giovanni non riuscivano a spegnere la luce inquisitoria che baluginava nello sguardo del professore. Due occhietti piccoli, mobilissimi e intelligenti scrutavano la ragazza come un apparecchio a raggi X. Infatti, l’amabile domanda del Natali risuonò nelle orecchie di Ilaria come un “cosa vuole da me veramente?”.
Seduta sul divano, Ilaria si sentì smarrita. Le parole faticavano a uscire. Doveva ritrovare la concentrazione.
Quante volte s’era trovata, nei colloqui con i suoi malati, a dover raccontare delle mezze verità, se non addirittura delle bugie, per non far perdere la speranza, per infondere coraggio, per convincere a continuare trattamenti che in cuor suo sapeva molto probabilmente inutili? O, peggio ancora, ad affrontare parenti imbufaliti che, spesso a torto ma talvolta anche a ragione, si scagliavano contro errori e inadempienze della struttura sanitaria che lei rappresentava e che si trovava, volente o nolente, a dover difendere? Possibile che quel professorino che pareva un giovanotto invecchiato potesse metterla così a disagio?
— Mi perdoni, professore, ma non le nascondo l’emozione che provo di fronte a un personaggio così famoso e importante come lei. Per un’intera generazione lei ha rappresentato un’idea… una possibilità di cambiamento e per questo ha combattuto, lottato e…
— …e sono stato sconfitto? — anticipò ridendo il Natali. Ma di fronte all’espressione desolata di Ilaria si affrettò a continuare.
— Be’, diciamo che non abbiamo vinto e, infatti, mi trovo qui in esilio. Ma non esageri, non sono così importante e famoso come lei dice. Ecco, possiamo dire che ho partecipato, ho contribuito a un tentativo di… di cambiamento, ecco.
Gli occhi del professore si fecero meno perforanti. L’adulazione di quella bella ragazza non era spiacevole e non sembrava così pericolosa. Quel vecchio marpione di Giacomo s’era trovato proprio una bella amichetta. Era sempre stato un gran tombeur de femmes, e col tempo non doveva aver perso la mano. Una punta di invidia si insinuò nel cervello di Giovanni Natali, mentre Ilaria, ritrovate la calma e la determinazione, andava a spiegare il suo ruolo di ricercatrice della facoltà di Storia alle prese con lo studio dei movimenti extraparlamentari di sinistra nell’Italia del dopo ’68. Oltre tutto Giacomo era sposato, lui no. Non gli sarebbe dispiaciuto godere anche lui di quella giovane bellezza che pareva così compunta e preparata. Sono quelle che danno più soddisfazione. Apparentemente sembrano algide e dedite solo allo studio e alla professione, ma quando poi le accendi si rivelano delle femmine scatenate e disinibite. Altroché.
La divagazione erotica della fantasia di Giovanni lo mise ancora di più a suo agio, facendogli perdere del tutto quell’espressione da inquisitore che aveva intimorito la ragazza, e favorendo una loquacità soddisfatta e consapevole del proprio ruolo. L’icona della rivoluzione andava a raccontarsi.
Le prime rivolte universitarie, la lotta operaia, la rivoluzione del proletariato, la nascita delle organizzazioni, il Movimento Studentesco, Avanguardia Operaia, Lotta Continua, i difficili rapporti con i partiti rappresentati in Parlamento, i giornali, le occupazioni, i cortei: le parole di Giovanni Natali andavano a formare l’affresco di un’epopea trascorsa che, seppure interessante, poco serviva allo scopo di Ilaria.
Il professore si manteneva sulle generali e la ragazza stava sulle spine: non era lì per una lezione di storia! Doveva cercare di trovare il modo di circoscrivere il discorso.
— Professore — lo interruppe ad un certo punto — se non sbaglio lei ha militato anche in Avanguardia Operaia. Mi può raccontare di quest’esperienza?
— Be’, sì, ho seguito abbastanza da vicino il percorso di AO, almeno fino a quando non si è fusa con il PSIUP e poi in Democrazia Proletaria, recuperando una logica parlamentare che a me, personalmente, non interessava. E le cose nascono sempre per caso. Conobbi Massimo Gorla e altri compagni che facevano parte di Avanguardia e feci un po’ di strada con loro. Al di là dell’impostazione politica fu l’amicizia con due compagni che mi legò al gruppo. Ero, teoricamente, molto più vicino a Lotta Continua, ma fu proprio l’amicizia a farmi iniziare un percorso politico con loro. Ci si trovava a casa di Tizio o di Caio e le riunioni politiche spesso si trasformavano in vere e proprie riunioni conviviali. Era la politica che si fondeva con la vita quotidiana. Una cosa bellissima. Ma non era importante essere legati ad un’etichetta in particolare. Il rovesciamento del Sistema poteva e doveva avvenire da più parti, per cui non era tanto un’organizzazione ad essere importante quanto la visione globale. Il marxismo-leninismo che noi…
Un altro fiume di parole si rovesciò su Ilaria: i perché e i percome di una strategia politica rivoluzionaria, le varie teorie dei movimenti e delle organizzazioni erano privilegiate dal professore rispetto all’aneddotica più contingente. I particolari e soprattutto i nomi delle persone venivano accuratamente evitati dal Natali, quasi a impedire che responsabilità specifiche potessero essere imputate a persone e non al grande Movimento che, da impersonale qual era, tutto giustificava e assolveva. Ilaria doveva riuscire a entrare di più nello specifico.
— Ma ci furono molti episodi di violenza – disse Ilaria, snocciolando numerosi fatti di sangue, tra cui l’omicidio di Stefano Bianconi. — Lei, professore, come si pone nei confronti di questi fatti?
Il professore strinse gli occhi a fessura. Quella bellezza aveva un cervellino che non smetteva di funzionare. Dove voleva andare a parare?
Gli tornarono in mente le femministe dell’inizio anno settanta. Che rottura di coglioni!
Per carità, nulla da dire sulla rivendicazione del ruolo della donna, sull’emancipazione femminile, ma c’è modo e modo. Quelle erano tremende. C’era stata la rivoluzione sessuale, vivaddio, e quelle finalmente te la davano senza farsi molti problemi. Ma poi saltavano fuori le motivazioni, i perché, la presa di coscienza, il rapporto maturo eccetera eccetera. Insomma, uno voleva farsi una bella scopata rilassante e poi si trovava al centro di un dibattito se il piacere era maschilisticamente fine a se stesso o se aveva un obiettivo rivoluzionario per la coppia che, comunque, doveva essere uguale a tutte le coppie di questo mondo.
E poi c’erano le compagne di buona famiglia, quelle che venivano dalla borghesia straricca che per rivoluzione si scopavano gli operai. Il gusto delle macchie di grasso e dell’odore di solvente che ti portava a capire le ragioni del proletariato. Fino a che non andava tutto a culo perché il divario culturale, sociale e di abitudini scavava un solco sempre più profondo tra quella coppia di provenienza meticcia.
Cervellini femminili che non avevano capito un cazzo. Come questo perfetto esemplare perfetto della specie. Cosa vuole sapere? Un po’ di brivido sul costo umano delle idee?
Giovanni Natali si stiracchiò mettendosi comodo sul divano. Fece un respiro profondo e, come se stesse tenendo una delle sue lezioni alla Sorbona, riprese a parlare.
— La violenza è indispensabile. Necessaria per qualunque rivoluzione. Se per rivoluzione intendiamo un sovvertimento totale degli ordini e dei princìpi di una società non si può pensare che lo stesso avvenga senza un alto tributo di sangue. Infatti, il grande problema dell’Italia è che non ha mai visto una rivoluzione. Una rivoluzione vera. Di quelle che cambiano gli scenari, che sostituiscono le persone perché quelle che c’erano prima vengono eliminate da quelle che vengono dopo. In Italia il potere, bene o male, è sempre stato nelle stesse mani. Non come in Francia, come in Russia: dove i princìpi e le idee sono state sottoscritte col sangue e col sangue sono rimaste nell’anima delle persone. In Italia si sono cambiate divise e bandiere, ma il core del potere non è mai stato sostituito. Il suo Paese, e non dico questo per snobismo ma perché veramente l’Italia non è più il mio Paese, non sa cosa vuol dire cambiare. Non ce l’ha mai avuto inciso sulla pelle. Non si è mai riusciti a determinare un mutamento radicale.
Quella specie di conferenza proseguiva senza tentennamenti, come una nave fissa sulla sua rotta. Il professore esponeva in maniera precisa i tempi e le necessità di qualunque rivolgimento sociale, ma più si addentrava nelle motivazioni ideologiche e più perdeva il contatto con gli eventi particolari. Si smarriva il rapporto tra la necessità rivoluzionaria di sostituire la classe dirigente e la circostanza peculiare di ammazzare a sprangate un ragazzino, sparare a un funzionario statale o bruciare una famiglia nel suo appartamento. Quasi che la teoria non dovesse essere contaminata da una pratica assai meno sublime.
Ilaria fremeva. Non riusciva a venire al dunque. Rudy e l’omicidio di Stefano Bianconi sembravano realtà virtuali, sempre più lontane da quella che era invece una teoria di sovvertimento sociale lucida benché abortita nel giro di una decina d’anni.

Aveva cercato di interromperlo più volte, nominando nuovamente l’omicidio del Bianconi e alcune circostanze legate a quell’episodio, ma il discorso del Natali non aveva mutato direzione. Solo una volta s’era limitato a concedere che forse c’erano state violenze ingiustificate, ma ingiustificate perché inutili, del resto come si può fare la frittata senza rompere le uova…?
Nulla di più. Soprattutto non un nome, non un episodio riconducibile in qualche modo ad alcun evento criminoso. Solo teoria. Il professore doveva aver sviluppato un’eccezionale capacità di raccontare senza ingolfarsi in situazioni che potessero recare nocumento a sé o a qualche suo compagno. La sua vicenda giudiziaria, che l’aveva portato a quell’esilio parigino, dorato ma pur sempre esilio, doveva avergli insegnato bene come comportarsi.
Ilaria fu tentata di chiedergli direttamente se avesse conosciuto Rudy, o se almeno sapesse chi era. Ma ragionando tra sé si rese conto che una domanda così diretta non solo non avrebbe ottenuto risposta, ma avrebbe cancellato definitivamente quel poco di confidenza che s’era andata creando durante quella chiacchierata.
Non c’era via d’uscita. Quella gita a Parigi era stata solo una perdita di tempo. In fondo sia Giacomo che Clara l’avevano messo in conto. Parlare con Giovanni Natali era solo un tentativo, ma la probabilità di ricavarne informazioni utili era bassa. Null’altro che una debole illusione.
Mentre il professore ormai lanciato continuava il suo monologo, Ilaria si alzò e si avvicinò ad una delle grandi librerie che ricoprivano per intero due delle pareti della stanza e, senza smettere di inframmezzare il discorso del suo interlocutore con brevi commenti che confermassero la sua attenzione di allieva per le parole del maestro, si mise a scorrere i titoli sul dorso dei volumi affollati sugli scaffali. In fondo al terzo scaffale, quasi ad angolo col muro, stava una fotografia incorniciata. Un’istantanea in bianco e nero, le cui tonalità, virando lievemente verso il seppia, ne svelavano l’origine risalente ad almeno venti o trent’anni prima.
Ilaria la prese in mano per osservarla meglio. Tre giovani erano immortalati sottobraccio sulla spianata degli Invalides. Intorno, un po’ sfocate rispetto al primo piano occupato dai tre ragazzi, c’erano altre persone. Probabilmente la fotografia era stata scattata durante una manifestazione: la folla che faceva da contorno sembrava un inizio o un residuo di corteo o qualcosa del genere.

Dei tre sottobraccio, quello al centro era Giovanni Natali: stessi capelli, stessa barbetta senza la minima traccia di bianco, stesso sguardo intelligente da furetto.
A destra c’era uno con barba e capelli lunghi, con in testa uno di quei berretti che all’occorrenza potevano trasformarsi in passamontagna. Sorrideva spavaldo, come se tutto il mondo fosse in suo potere.
A sinistra… impossibile! A sinistra, serio, compunto come se si trovasse a far parte di una commissione d’esame c’era Andrea de Andreis. Trent’anni di meno, ma non ci si poteva ingannare. Quel giovanotto infagottato in un montgomery, con un tascapane a tracolla, a braccetto degli altri due, indifferente alla calca che li circondava come un tranquillo turista, era proprio lui. Andrea. Il professor de Andreis. Suo marito.
Impossibile sbagliarsi.
Ilaria trasalì. Ma cosa ci faceva lì, in quella foto, suo marito? Come era piccolo il mondo! E cosa significava quella fotografia? Una ridda di domande si affacciarono al cervello della ragazza, mentre le montava dentro una voglia esplosiva di dirlo al Natali denunciando una frequentazione insospettata e insospettabile.
Una prudenza antica e intuitiva le soffocò le parole in gola. Quella conoscenza inspiegabile poteva essere una carta da giocare con attenzione proprio a suo favore. Ci voleva solo un po’ di calma, per riordinare le idee che l’improvvisa apparizione dell’immagine del marito aveva totalmente scompaginato.
— Le interessa quella foto? — chiese il professore, alzandosi e portandosi alle spalle di Ilaria. Questa lo guardò in faccia ma, per evitare quegli occhietti indagatori di fronte ai quali sarebbe facilmente caduta in fallo, si concentrò nuovamente sulla fotografia.
— Mi pare di un bel po’ di anni fa… o sbaglio? — chiese cercando di mantenere un tono neutro.
— Brava. Buona osservatrice… anche se il fatto di trovarmi in un’istantanea di quasi trent’anni fa mi fa sentire terribilmente vecchio vicino a lei… — rispose ridendo il Natali. E continuò:
— Tempi lontani… sembra quasi un’altra vita. Eh be’, sono stato giovane anch’io… bei tempi…
— È stata scattata qui a Parigi, mi pare, vero?
— Sì, brava ancora. È stata fatta durante una manifestazione contro le ingerenze statunitensi in America Latina agli Invalidi. Era il 1976, gennaio mi pare… Fu un casino micidiale. La foto è stata scattata prima degli incidenti con i poliziotti. Volarono un sacco di botte…
Il professore prese la cornice dalle mani di Ilaria e si mise a osservarla. C’era malinconia nel suo sguardo dell’uomo: una sottile tristezza che rubava penetranza ai suoi occhi indagatori. Ilaria percepì una riduzione della tensione che le permise di essere nuovamente padrona della situazione.
— Lei viveva già a Parigi, allora?
— Oh no, mi trasferii a Parigi… diciamo così, vero?, vari anni dopo. Allora vivevo in Italia, e la mia missione politica era ancora concentrata sul territorio italiano — disse Giovanni in tono bonario. — M’illudevo che si potesse ancora fare qualcosa nel mio Paese d’origine. A volte si sbaglia, vero? No, venni a Parigi solo per partecipare a quella manifestazione. Fu il mio amico Pierre a invitarmi…
E con queste parole Giovanni Natali indicò con il dito il ragazzo barbuto sulla foto.
Ilaria aveva la gola secca. Un’emozione devastante e per certi versi incomprensibile le aveva incollato la lingua al palato. In fondo non c’era nulla di strano, a parte l’incredibile coincidenza di trovare un’immagine di suo marito là dove non si sarebbe mai aspettata di trovarla. Ma se le coincidenze non fossero incredibili non sarebbero tali, e scapperebbero via senza farsi notare.
Anche se, in fondo, essendo lui uno studente universitario, benché emigrato, non era poi così inverosimile ritrovarlo ad un raduno di studenti universitari, politico quanto vuoi, È vero che Andrea non aveva mai fatto cenno a un passato di militanza politica, ma era altrettanto vero che suo marito non parlava volentieri di sé, dei suoi trascorsi, della sua vita precedente alla sua nuova famiglia. Era un uomo fortemente concentrato sull’oggi e convinto che il presente fosse prioritario sia sul futuro che, soprattutto, sul passato. Ma aveva sempre sostenuto di essere un compagno: dunque non c’era da meravigliarsi. Eppure una cosa è confermare razionalmente un evento statistico, un’altra è vedersi apparire all’improvviso davanti agli occhi una verità che, per quanto possibile, non è mai stata neppure sospettata.
— Anche l’altro ragazzo è… è un francese? — riuscì a dire Ilaria con un filo di voce.
Ma quel filo era così esile che il professore non udì la domanda e proseguì nel suo discorso.
— Bravo ragazzo, quel Pierre! Un vero guascone. Simpatico, bevitore, amante della compagnia. Sembrava fare politica per divertimento. Non si fermava davanti a nulla. Molto coraggioso e ogni azione era per lui una specie di impresa, un’avventura che poi si doveva finire a festeggiare intorno a un tavolo, a mangiare e bere fino a non poterne più…
Il tono del professore si fece più grave.
— Povero Pierre, si è ammazzato in macchina tre anni fa. Tornava da una cena con dei colleghi di lavoro, doveva essere ubriaco ed è uscito di strada. Bang! morto sul colpo. Un ragazzo mai cresciuto, il mio amico Pierre. Ma era un amico, un vero amico. Idealista, sognatore. Sono quelli indispensabili in ogni rivoluzione, anche se alla fine sono i più pericolosi. Perché sono troppo distanti dalla realtà. E nessuna rivoluzione può riuscire se ci distacchiamo troppo dal reale. Non si può prescindere dal mondo come è se si desidera un mondo come dovrebbe essere. Bisogna sapersi adattare, modificare le situazioni senza perdere di vista cosa è possibile e cosa invece non può che rimanere un sogno. In fondo anche nel ribaltamento della società non si può prescindere dal compromesso. Con la realtà si deve venire a patti, anche quando non piace. A volte un piccolo risultato che può sembrare insoddisfacente è più utile di una grande vittoria i cui risultati però non durano. Non si deve vincere una battaglia ma la guerra. E la guerra logora…
Il professore distolse lo sguardo dalla fotografia e, come se riaffiorasse dopo un’immersione in un passato perduto, rivolse la sua attenzione ad Ilaria.
— Ma, mi scusi, mi stava dicendo qualcosa?
Ilaria si schiarì la voce, cercando di parlare col tono più indifferente possibile.
— Sì, chiedevo se… se anche l’altro ragazzo era francese. Nella foto sembrate tre amici…
— No. Quello era italiano…
Il professore fece una pausa, come se si aspettasse una reazione della ragazza.
Almeno questa fu la sensazione di Ilaria, che si sentiva tremare le gambe. Ma perché, si chiese, doveva sentirsi così? Che cosa c’era di tanto strano? Una coincidenza, d’accordo. Ma non era poi così insolito che un giovane universitario partecipasse a una manifestazione studentesca e che lì incontrasse un compatriota. Natali poi era una celebrità, a quei tempi, nell’ambiente dell’estrema sinistra e quindi… Quindi cosa? Era una coincidenza che faceva impressione, non c’era dubbio.
Giovanni riprese, osservando di nuovo l’immagine incorniciata.
— …non eravamo amici. Ci siamo conosciuti lì e poi l’ho rivisto un paio di volte. Era emigrato a Parigi da poco. Studiava medicina ma era dovuto andare via dall’Italia, aveva avuto un problema… e pensare che quelli di Avanguardia Operaia erano considerati un po’ dei senza palle… Anch’io all’inizio ne facevo parte ma poi ho capito che per fare sul serio bisognava guardare altrove…
Natali lasciò cadere questa frase cercando di creare un po’ di pathos. Lui era uno che aveva fatto le cose sul serio, era mica uno di quelli che giocavano alla rivoluzione. C’era un po’ di vanità nelle sue parole, ma anche una certa dose del sordo risentimento che cova in tutti i reduci. Quelli che hanno combattuto, sofferto e pagato per una causa che poi è finita male. O, peggio ancora, di cui s’è impossessato chi non c’entrava niente per farla diventare tutt’altro falsandone gli scopi e le finalità.
Ma Ilaria non era interessata a quell’altrove cui Giovanni aveva accennato. Il suo cervello era rimasto alle precedenti parole del professore. “Quelli di Avanguardia Operaia”.
Cosa intendeva dire? Che quel ragazzo che componeva il trio della foto, cioè suo marito, Andrea de Andreis, era stato un simpatizzante di AO? Un iscritto? Uno che faceva parte di quell’associazione di senza palle, come li aveva definiti Natali? Ma Andrea non le aveva mai detto nulla del genere. Anzi, quando lei cercava informazioni su quel gruppo, aveva quasi finto di non conoscerlo, come se la cosa non lo interessasse, come se tutta quella realtà, in fondo, non lo avesse mai sfiorato. Come era possibile? Che bisogno c’era di non raccontare quei trascorsi? O forse era il professore che si sbagliava?
Eppure non aveva avuto nessuna esitazione a riconoscere Andrea.
E poi qual era il “problema” che lo aveva portato lì? Andrea era andato a studiare a Parigi perché il padre s’era trasferito lì per lavoro. Questo era quello che aveva sempre sostenuto. Quello che le aveva raccontato.
Cercando di non far trapelare l’inquietudine che le montava dentro, Ilaria si avvicinò ala spalle del professore e, senza saper bene neppure lei cosa fare, gli tolse la cornice dalle mani mettendosi a osservare l’istantanea.
— Be’, questo suo amico qui non mi pare uno con una faccia da senza palle…
Il professore si mise a ridere.
— Sì, ha ragione, è proprio una brava osservatrice. Era un compagno tosto: serio, determinato e risoluto. Molto ambizioso… forse troppo, ma era uno duro. Uno che non faceva per scherzo…
— Vive ancora a Parigi? — buttò lì Ilaria con l’impazienza di chi teme di farsi scappare una traccia scoperta per caso.
— No, almeno non credo, — fece pensieroso il professore — ma in realtà non lo frequentai molto. Lo vidi un paio di volte in quella settimana che rimasi a Parigi e poi tornai in Italia e…
— Ma qual era il problema di cui mi ha detto prima? — incalzò Ilaria.
Il professore aggrottò la fronte e si voltò a scrutare la ragazza. Chissà perché le interessavano tanto quella foto e quel ragazzo?
Ilaria resse il suo sguardo cercando di non far trapelare altro che una vaga curiosità, dettata più da un dovere di conversazione che da una specifica attenzione per la questione.
Il professore fece un cenno con la mano nell’aria, come a fugare quisquilie smarrite nel tempo.
— Be’, in quegli anni non era difficile avere problemi con la giustizia in Italia… ma come le ho detto non ci frequentammo molto. Era uno tosto, sì, ma molto orientato alla propria realizzazione personale. Avrebbe potuto esser un leader ma era più interessato a sé che alla rivendicazione sociale… no, come le ho detto, non diventammo mai amici…
Ilaria rimise la fotografia sul ripiano.
— Si figuri — proseguì il professore — che non sapevo e non so neppure il suo nome…
L’espressione incredula di Ilaria lo invitò a continuare.
— Davvero. Può sembrare strano, ma mi accontentai del soprannome con cui si faceva chiamare. Un vezzo, un vezzo che ricordava i compagni della lotta partigiana… quelli che usavano un nome di battaglia per sfuggire alla repressione nazi- fascista. Per non essere presi o rischiare ritorsioni sulle famiglie. E quel ragazzo si faceva chiamare Rudy

(13 – Continua)

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