12 – “Solo il sangue poteva essere vera giustizia”

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Ovviamente Ilaria fu entusiasta all’idea di andare a Parigi.
Già solo la possibilità di conoscere Giovanni Natali, uno dei “guru” dei turbolenti anni ’70, dopo tutto quello che aveva letto in proposito e che Giacomo le aveva raccontato, era allettante. Se poi a questo si aggiungeva la possibilità di saperne di più su Rudy il viaggio in terra di Francia diveniva irrinunciabile. E c’era anche quella specie di gioco di fingersi una ricercatrice universitaria a caccia di storia che la stuzzicava non poco. Si sentiva come una specie di Mata Hari in missione. Altro che la quieta moglie del professor de Andreis tutta casa e pargolo!
Chissà che faccia avrebbe fatto Andrea se fosse venuto a sapere del suo progetto. Già, perché non poteva mica dirglielo. L’avrebbe presa per pazza. Definitivamente.
Andrea non era mai riuscito a digerire il suo “entusiasmo” per quella storia. La considerava una mania, un capriccio, una insana velleità archeologica. Una preoccupazione patologica per fatti che non avevano nessuna importanza. Ma finché la cosa si limitava a qualche ricerca bibliografica poteva tollerarlo. Se avesse saputo quello che Ilaria voleva fare avrebbe dato fuori di matto. Fingersi un’altra, poi! Spacciarsi per una ricercatrice! Quasi al limite del reato. Anzi no, oltre il limite, Andrea avrebbe considerato quel gioco innocente una truffa bella e buona.
Insomma, era meglio che Andrea non ne sapesse nulla.
Un po’ le dispiaceva. Ilaria non amava mentire e nemmeno fare le cose di nascosto. Sapeva bene che le bugie e i segreti, quando s’insinuano nella vita di coppia, possono fare come quelle crepe nei muri che restano nascoste a lungo minando l’integrità della parete, che poi si sgretola su sé stessa senza alcun motivo apparente. Ma questa cosa non poteva proprio confessargliela. Andrea le avrebbe impedito di partire: quando ci si metteva riusciva a essere proprio una specie di padre-padrone, e disobbedirgli sarebbe stato un affronto insanabile.
Magari glielo avrebbe detto al suo ritorno: sapeva bene come farsi perdonare… e poi, una volta tornata, Andrea sarebbe stato più ragionevole.
In fondo si trattava soltanto di due giorni. Andata e ritorno in meno di quarantott’ore. Aveva detto ad Andrea che accompagnava una sua amica un po’ depressa a fare spese. La sua amica si era da poco lasciata con il compagno e aveva bisogno di distrazione: un po’ di svago avrebbe fatto bene anche a lei. Due giorni lontano dalle faccende domestiche l’avrebbero rimessa in forma. Andrea non aveva osato dire nulla: da medico e da uomo di mondo sapeva che non c’era niente di peggio della depressione della casalinga per raffreddare le coppie e, alla fine, l’aveva incoraggiata.
Grazie ai buoni uffici di Giacomo erano riusciti a pianificare la visita-intervista al Natali in modo perfetto. Giacomo era stato veramente magnifico. Aveva scritto all’amico raccontandogli che Ilaria era una persona cui teneva molto, lasciando un po’ di equivoco sulle ragioni di quel “molto”, in modo da stimolare in Natali la solidarietà maschile che diviene particolarmente benevola nel settore romantico-ormonale.
Come era stato deciso, gli aveva spiegato che Ilaria era una ricercatrice universitaria che stava portando avanti un lavoro sul fenomeno dei movimenti extraparlamentari di sinistra degli anni ’70, e quando aveva saputo che conosceva Natali lo aveva pregato in tutti i modi di metterla in contatto con lui. Era una figura di spicco di quegli anni, che aveva patito sulla pelle la repressione del sistema. Una specie di enciclopedia vivente della rivoluzione mancata: avrebbe dato al suo lavoro quella marcia in più rispetto a tutto quello che finora era stato scritto su quel periodo, garantendole il successo.
Giovanni Natali non s’era fatto pregare. Gli piaceva quel suo ruolo residuo di ideologo di sinistra. Soprattutto ora che tutto era finito nel dimenticatoio (fortunatamente anche le pendenze giudiziarie) ci teneva a far sentire la sua voce, rivelare le motivazioni, sgusciare i perché di quella turbolenta stagione. E poi oggi che era uno stimato professore della Sorbona le sue parole e i suoi ricordi avevano un peso specifico elevato. Nessuno si sarebbe sognato di contraddirlo e tutti lezioni sarebbero stati a sentirlo nella massima concentrazione. Inoltre, così avrebbe anche fatto un piacere all’amico con cui si sentiva in debito: e Giovanni era uno che i debiti li pagava.
Infine, era anche curioso di conoscere quella ragazza cui Giacomo “teneva molto”: è sempre intrigante mettere il naso nelle vicende sentimentali altrui. Chissà poi perché… ma è così.
Quindi Giovanni aveva autorizzato Giacomo a dare a Ilaria il suo indirizzo di posta elettronica, restando in attesa di un contatto con la ragazza per definire le modalità dell’intervista.
Tra Ilaria e Giovanni ci fu pertanto uno scambio di e-mail: il garbo, la serietà e la preparazione della prima nonché il sincero e appassionato interesse nei suoi riguardi finirono di conquistare il professore, che le concesse di riceverla nel suo studio di Parigi per un sabato pomeriggio. Due ore a sua completa disposizione: un privilegio accordato a pochi.
Ilaria si preparò all’incontro con scrupolosa attenzione. Innanzi tutto, non voleva fare la figura della stupida inconsapevole. E poi sapeva di avere una missione: due ore per scoprire dove fosse finito quel Rudy. Una cosa non tanto semplice.
Di conseguenza non solo cercò di informarsi il più possibile sulla cronologia e sulle vicende della politica degli anni ’70, ma s’impegnò per tentare di entrare nella mentalità, nello spirito che aveva animato quella stagione. Doveva far capire a Giovanni che era interessata ai particolari, agli aneddoti che nessuno conosce, a cose che soltanto lui poteva svelarle: quanto s’era scritto e detto lo conosceva e non era il caso di perdere tempo. Rudy non era parte della Storia, quella che si scrive sui libri, ma della storia, quella che si sussurra negli aneddoti consumati intorno a un desco o davanti a un camino.
Ebbe quindi lunghi colloqui con Giacomo, che s’era ormai votato alla causa della ragazza. Stregato dalla sua bellezza e soggiogato dal fascino di quella giovinezza, Giacomo le raccontò non solo i meccanismi e le logiche che avevano mosso quei ragazzi convinti di fare la rivoluzione, ma anche i trasporti e i moti del cuore di una generazione che, in fondo, s’era consumata con passione senza giungere ad alcun approdo. E lo fece con onestà, senza scuse o retorica, con la consapevolezza di essere vissuto a metà tra ragioni e utopie, inciampando senza soluzione di continuità tra errori e ideali.
Ilaria, però, era una donna meticolosa. Così, ogni informazione ricevuta da Giacomo veniva filtrata attraverso il giudizio della sorellastra. Clara era l’altra campana, l’altra faccia della medaglia di una storia controversa e a volte inspiegabile. Le opinioni di Giacomo e Clara a volte differivano, e a volte si sovrapponevano: e queste differenze e uguaglianze riguardavano sia le interpretazioni che i fatti. Come se entrambi, in fondo, cercassero o dicessero la stessa cosa, simili a due elettroni costretti a girare in tondo ma su orbite differenti, destinati a non potersi mai incontrare in una medesima posizione.
Per Ilaria la possibilità di osservare con distacco i punti di vista della sorella e dell’amico di lei, senza ovviamente il coinvolgimento emotivo che comunque i due si trovavano addosso come una seconda pelle, le consentiva di farsi un quadro abbastanza completo della complessa, turbolenta e spesso folle stagione degli anni settanta, in modo da poter affrontare l’intervista con Giovanni Natali con una buona preparazione. Ma se le discussioni con Giacomo, grazie alla dedizione con cui quest’ultimo andava a scavare nei meandri della propria memoria e anche del proprio animo, erano totalmente orientate ad aumentare la consapevolezza storica di Ilaria, nei colloqui con la sorella affiorava una certa crescente inquietudine di Clara per quell’incontro, a mano a mano che il momento si avvicinava.

— Ma sei proprio convinta di andare a Parigi a trovare quel Natali? — le chiese senza preamboli, due giorni prima della partenza per la Francia.
Ilaria la guardò sorpresa. La possibilità di ritrovare il fantomatico Rudy aveva scatenato l’entusiasmo di entrambe, e ora che s’era trovata un’opportunità reale di mettersi sulle sue tracce ci si faceva prendere dai dubbi? Era uno scherzo?
— Certo — rispose Ilaria senza esitazioni. —  Perché?
E in quel “perché” non c’era solo lo stupore per una domanda considerata inutile, ma anche una specie di rimprovero per un dubbio ormai fuori tempo massimo. Come una timorosa incertezza che mina la risoluzione di un’azione già intrapresa: dunque non solo superflua ma anche vilmente nociva.
Clara colse la disapprovazione della sorella, ma proseguì.
— Potrebbe essere pericoloso… va bene che Giacomo è amico di quel Natali e garantisce per lui, ma…
Ilaria esplose in una risata.
— Ma cosa ti viene in mente? Guarda che gli anni Settanta sono passati da un pezzo e il vezzo di pigliarsi a sprangate è acqua passata. Giovanni Natali sarà un tranquillo sessantenne avvolto nei ricordi e nell’apologia di sé… non ti preoccupare, sono più pericolosa io.
La spavalderia della sorella fece tenerezza a Clara. Le ricordava gli anni della sua gioventù. Anche lei si buttava a capofitto nell’avventura. E allora non c’era da scherzare, si rischiava sul serio. Le botte, il “gabbio” e a volte anche la pelle. Ma era come se il pericolo non ci fosse mai… o meglio il pericolo, quello vero, era la possibilità di scansarlo, di scappare, di rinunciare.
Clara aveva degli amici che non si occupavano di politica. Erano ragazzi normali, che stavano a guardare, che non s’impicciavano, che non entravano mai in quella guerra di fazioni che vedeva i rossi di qua e i neri di là. Che pena facevano! Squallidi borghesi, utili idioti, greggi di pecore, ecco cos’erano: lei, i suoi camerati, erano diversi, e orgogliosi di quella differenza. Anche i compagni lo erano. Tutto era preferibile allo starsene fuori.
Le venne in mente una delle prime manifestazioni a cui aveva partecipato. Era un grande corteo che all’ultimo momento era stato proibito dalla questura, ma i vertici del partito avevano deciso di farlo lo stesso. Impossibile rinunciarvi, troppo tardi per disdirlo: comunque, sarebbe stata una dichiarazione di debolezza inammissibile. Oltre alla polizia anche i compagni erano in assetto di guerra: i fascisti non dovevano parlare, questo era un assioma indiscutibile.
La città era praticamente una polveriera, gli scontri sicuri, la possibilità di finire arrestati anche. Clara aveva paura, poteva veramente andare a finir male. Ma proprio quella mattina a scuola s’era letta una poesia risorgimentale, di un Manzoni retorico quanto efficace, in cui la vergogna del dire “io non c’ero” sarebbe risuonata a gran scorno dei mancati patrioti. Quando la Storia chiama non si può non rispondere!
E lei s’era sentita così. Col cuore gonfio di entusiasmo e un dovere morale da assolvere. Non ci si poteva chiamare fuori. Lì, nelle strade, si faceva il destino dell’Italia e non c’era paura che tenesse. Si doveva andare, e lei ci andò.
A Clara quel giorno non successe nulla ma la manifestazione finì male. Scontri, decine di feriti, arresti in gran quantità e un poliziotto ci rimise pure la pelle. E da quel momento lo spazio pubblico dei neofascisti si ridusse ancora di più. Insomma, un disastro su tutta la linea.
Verosimilmente fu una gran cazzata, ma si sa, del senno di poi son piene le fosse.
Quella era Storia e non si poteva non parteciparvi.
E dirsi che quelli erano altri tempi aveva poco senso. Ognuno prende parte agli eventi che la sua epoca gli mette sotto il naso. Altrimenti sta a guardare e quel “io non c’ero” diviene un marchio indelebile di categoria. Certo, molti, probabilmente la maggioranza, di quel marchio se ne fottono, così come se ne fottono della poesia del Manzoni. E magari hanno pure ragione, ma quelli come Clara non sono fatti così. E ora, osservando la caparbia determinazione della sorella, si stava convincendo che anche lei era della stessa pasta. Non era certo prospettandole l’eventualità di un pericolo che l’avrebbe dissuasa.
Ma non era solo la preoccupazione per l’incolumità di Ilaria che pesava sul cuore di Clara.
— E poi, anche se trovi Rudy, cosa pensi di fare?
Ilaria scosse il capo. Ma cosa stava succedendo alla sorella maggiore? Da dove provenivano tutte quelle incertezze?
— Ollallà come corri! — rispose Ilaria. — Vediamo cosa verrà fuori. Come ha detto anche Giacomo, non è sicuro che Giovanni Natali ci possa fornire delle indicazioni utili. E poi fino a ieri volevamo trovare quel tizio a tutti i costi e adesso ci vengono i dubbi? Prima pensiamo a scovarlo e poi decideremo cosa fare. Il fatto che quel farabutto l’abbia passata liscia, che sia un infame che ha lasciato pigliare i suoi complici senza dire una parola, che magari adesso si stia godendo la sua vita mentre quel ragazzino massacrato a sprangate quella vita non l’ha più mi rode. Mi rode da morire, non so nemmeno io perché. E mi pare che debba rodere anche a te, o sbaglio?
A più di trent’anni di distanza la morte di Stefano Bianconi era per Clara una ferita ancora aperta. Uno sfregio, un torto, un abominio, ma soprattutto un dolore. Un dolore sordo che si mischiava nella sua anima insieme a tutte le tribolazioni della sua esistenza trascorsa e che ogni tanto si riacutizzava distillando a volte tristezza, a volte malinconia e spesso una rabbia feroce. Come quelle piaghe cronicizzate con cui s’impara a convivere, talora dimenticandosene perfino la posizione, ma che una volta irritate, sia pure inavvertitamente, ci fanno sentire inesorabilmente i loro morsi crudeli.
Certo che le rodeva, la storia di Rudy. Da quando la sorella l’aveva coinvolta in quella faccenda s’era chiesta più volte se, scoperto chi fosse quel farabutto, avrebbe trovato la determinazione di consumare la vendetta. Non personalmente, certo: la violenza e ancor più l’omicidio, benché giustificato e a volte perfino desiderato, non le appartenevano. Ma conosceva chi poteva farlo senza porsi tanti dubbi o perché. Servivano solo un nome e un indirizzo, poi la giustizia avrebbe fatto il suo corso.
Giustizia? O vendetta?
Ma non erano la stessa cosa?
Questa domanda era come un abisso profondo, un baratro che attira, che suscita orrore ma nel contempo affascina.
Perché non era facile trovare una risposta a quella domanda.
L’uccisione di Stefano Bianconi era un crimine orrendo e immotivato: benché alcuni degli esecutori fossero stati messi in galera, sia pure per poco e avendo beneficiato di mille arzigogoli legali, senza l’arresto di Rudy non si poteva certo dire che fosse stata fatta giustizia. Sempre ammesso che un po’ di anni di prigione possano rappresentare un atto di giustizia per compensare la morte di un ragazzo finito a sprangate.
Solo il sangue poteva essere vera giustizia.
A volte avrebbe voluto pensarla così. Ma non ci riusciva.
Sarebbe stato molto più facile. Nessuno si sarebbe scandalizzato. Una fascista non poteva che essere una forcaiola. E poi non era nemmeno il caso di essere eccessivamente forcaioli. Non si doveva certo andare a disturbare l’antico costume della rappresaglia, quella che i nazisti e i repubblichini facevano sulla popolazione civile a seguito degli attentati partigiani, per motivare la rivalsa. Oddio, la maggiore rappresaglia della storia l’avevano fatta gli americani con due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, ma non era il caso di sottilizzare. Quella era un’azione di guerra dei vincitori, non una bestiale ritorsione degli sconfitti. Ironia della Storia.
Ma quando un gruppo di giovani universitari va ad aspettare un sedicenne sotto casa e lo massacra a mazzate sul cranio, puoi davvero pensare che una manciata di anni di galera in qualche modo definirsi “fare giustizia”? E visto che chi li mette dietro le sbarre non ha nessuna intenzione di buttare via la chiave non è forse meglio una bella innaffiata di piombo o, addirittura, un più biblico “sprangata per sprangata”?
Alcuni camerati l’avrebbero pensata così.
Ma Clara no, lei non ci riusciva.
Benché avesse imparato, razionalmente e sulla propria pelle, l’insipienza dell’amministrazione della giustizia nello Stato borghese, l’ipocrita doppiopesismo del Sistema e gli assurdi cavilli della ragion di Stato; benché da quell’esperienza personale e sofferta avesse tratto la convinzione  che il potere giudiziario mai avrebbe potuto conciliare diritto ed equità — nonostante tutto questo continuava ad attribuire alla vendetta consumata privatamente una valenza di gratuità. Con l’aggiunta che fare sia il giudice che il boia era un mestiere che… be’, insomma, non faceva per lei.
Dunque?
Se avesse ritrovato il fantomatico Rudy cosa avrebbe fatto?
Non sarebbe certo riuscita ad ammazzarlo né a farlo ammazzare. Avrebbe cercato di consegnarlo all’autorità giudiziaria, sicuramente.
Ma innanzi tutto avrebbe dovuto avere delle prove incontrovertibili; poi, trovare qualcuno che le desse retta; quindi riuscire a far istruire un processo e ottenere una condanna, per poi veder finire tutto — nella migliore delle ipotesi — con una sentenza che mai avrebbe risarcito lo spreco di una vita in boccio strappata via da un furore senza senso.
La soddisfazione di poter dare un’identità vera a quel Rudy si schiantava su quegli scogli che si ergevano come faraglioni esistenziali nel mare mosso della vita. Voleva dire trovare un assassino odiato per anni, e poi starlo a guardare come un pesce raro nell’acquario.
Stefano non sarebbe tornato in vita, e giustizia non sarebbe mai stata fatta.
Nella migliore delle ipotesi, un avvelenamento continuo per tutto il resto dell’esistenza.
Ne valeva la pena? Non era meglio consegnare Rudy all’oblio del tempo passato e tornare a sognare la possibilità di una vendetta che non sarebbe mai stata consumata?
Una rivalsa romantica che, come tutte le cose romantiche, apparteneva a un passato che non poteva trovare spazio nel mondo di oggi?
A volte immaginava la possibilità di identificare quel soggetto in una persona in carne e ossa e di vedersela passeggiare indisturbata sotto casa, sapere della sua vita, della sua famiglia, dei suoi affetti, della sua vita quotidiana senza poter fare nulla. Limitarsi a osservare con il fegato che scoppiava dalla rabbia e dall’odio, senza poter trovare pace, né giustificare lui e quello che era successo, ma accettando tutto come il normale corso del tempo. Un crimine — perché di questo si trattava, al di là di qualsiasi significato politico si volesse dare a quell’azione — destinato non solo a rimanere impunito, come una gran parte dei crimini di questo mondo, ma al quale lei in prima persona non avrebbe potuto, perché non ne sarebbe stata capace, rendere giustizia.
Una cosa assolutamente intollerabile.
Meglio non sapere.
Meglio accettare che la Storia, e la storia, inghiottissero Rudy tra tutte le ingiustizie passate e irrisolte, senza nessuna illusione di poter rimettere le cose a posto. Ciascuno doveva curarsi le ferite nel labirinto della propria solitudine, escludendo la possibilità di uscirne. Il mondo aveva voltato pagina.

Clara cercava di far capire questo alla sorella, ma invano.
Ilaria, concentrata nell’entusiasmo della sua ricerca, non riusciva a capire il raffreddamento della sorella. Nel suo vocabolario interiore la parola “vendetta” non esisteva. Non aveva un equivalente emotivo.
L’omicidio di quel ragazzino era una cosa orribile, che aveva scoperto per caso; e altrettanto per caso aveva intravisto la possibilità di venirne a capo. Di identificare e ritrovare il colpevole. Tutto lì. Come in una specie di Cluedo che da gioco s’era magicamente trasformato in realtà. La soluzione di un enigma, la possibilità di fare giustizia, il raddrizzamento di un torto dimenticato.
Qual era il problema?
Al limite, sarebbe finito tutto in niente. Ma era bello lo stesso l’averci provato. Un po’ come una ricerca di Indiana Jones. I cattivi vanno scovati: la punizione è intrinseca alla scoperta. Il desiderio di rivalsa non pulsa nel sangue, non fa fremere l’anima, non sgorga dalle viscere come un bisogno da sempre negato. La soddisfazione è già nel ritrovamento stesso.
Ilaria non riusciva proprio a comprendere.
Non capiva quell’improvviso intiepidirsi della sorella, quella paura simile al timore di chi non vuole sollevare il lenzuolo dal cadavere. Il morto mica se ne accorge.
O forse nell’incertezza della sorella c’era solo quel senso del tragico che, al di là di una strafottenza di facciata, caratterizzava ideologicamente tutto il mondo cui Clara apparteneva. Come se la sconfitta facesse parte integrante della vita. E qualunque vittoria non potesse che essere effimera: alla fine si perdeva comunque.
Ma queste erano cose di un’altra generazione.
Ilaria non si sarebbe certo fermata per i timori della sorella. Sarebbe andata a trovare quel Natali e, se possibile, avrebbe scovato Rudy dal buco dove s’era nascosto. Clara se ne sarebbe fatta una ragione.
— Sei proprio sicura di voler andare a Parigi? —  chiese ancora Clara.
— Ma dai, non farla lunga! – rispose la sorella. — Certo che ci vado. E prima che tu te ne accorga sarò già tornata. E vedrai che lo troveremo, quel farabutto…
Ilaria sorrise illuminandosi, mentre diceva queste parole.
Ma Clara non riuscì a scacciare la molesta sensazione che in tutto questo ci fosse qualcosa di profondamente sbagliato.

(12 – Continua)

 

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