11 – “Erano andati a disturbare i fantasmi del passato”

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Giacomo avrebbe veramente voluto aiutarla.
Si sentiva un perfetto cretino, ma non riusciva a togliersi dalla testa quella sera del dopo quartetto. Più che altro non riusciva a non pensare a Ilaria.
Quei suoi occhi innamorati, quella bocca lievemente imbronciata dalla delusione, quell’entusiasmo un po’ infantile nell’avere ideato una sorpresa per il marito e nella cui realizzazione cercava complicità. Complicità che lui non era riuscito a fornirle.
E si sentiva in colpa per questo.
Perché, poi? Non era mica un difetto non conoscere quel Rudy e non sapere dove s’era andato a ficcare quand’era scappato — perché proprio questo aveva fatto, dopo aver combinato il guaio. E aveva mollato i compagni, perché quelli che erano finiti in galera non avevano certo le sue protezioni.
Proprio un bel tipo, quel Rudy.
Ma Ilaria cosa ne sapeva? Era solo il migliore amico del marito.
Cazzo, chissà che tipo doveva essere il marito allora…
Eccola qua, la ragione vera.
Era geloso.
Quell’amore così dedicato, quella passione che Ilaria metteva nel pensare a come fare una sorpresa al suo uomo, quell’entusiasmo così ingenuo, l’avevano irritato. Avrebbe voluto essere lui l’oggetto di tanto trasporto, questo era il punto.
Perché invece doveva capitare a un altro uomo di meritarsi tutta quella giovinezza esuberante, tanta delicata bellezza e una freschezza così limpida?
Gli sarebbe piaciuto essere lui l’oggetto del desiderio di Ilaria, ecco la verità.
Che stupido che era! Ma sarebbe stato ancor più stupido non ammetterlo e liquidare la stizza per quella richiesta come un’ingerenza indebita della ragazza in un mondo che non le apparteneva. Quasi come se quel lontano tempo di lotta, con le sue luci e le sue ombre, fosse una sorta di sacrario cui i non officianti e i profani non avessero diritto ad essere ammessi. E come se questa sacralità dovesse ancora proteggere i suoi adepti, benché indegni come quel Rudy.
Erano cose passate, inutile prendersi in giro. Consegnate alla storia e alle menzogne dei ricordi.
A infastidirlo veramente era semplicemente la gelosia. E l’invidia. E la voglia.
Ma non era un banale desiderio carnale ad attrarlo così. Era la nostalgia. Nostalgia di un amore nuovo, di un amore fresco. Di quella follia che sorprende gli amori ancora acerbi e li fa sentire così vicini al cuore.
Giacomo era sposato da molti anni e amava sua moglie. Aveva avuto una vita matrimoniale non senza burrasche e nemmeno senza qualche sbandamento, specie all’inizio, quando il contratto coniugale gli pareva un qualcosa di molto borghese e limitativo dell’espressività del singolo. Ma anche quelle erano cose passate, dimenticate. Sicuramente perdonate, e ora la coppia Terzi veleggiava in armonia verso la terza età.
Già, l’armonia. Ma cos’era l’armonia? Era abitudine, ecco cos’era. Una tranquilla, serena, piacevole abitudine. Bella, comoda, confortevole, probabilmente — anzi sicuramente — indispensabile, ma pur sempre un’abitudine. Il termine stesso era un po’ stucchevole.
Quando pensava alla sua attuale vita affettiva Giacomo immaginava lo scorrere lento e placido di un grande fiume, che scivola tranquillo verso il mare per andare a perdersi nella sua vastità. Una corrente lenta e pacifica, benefica e feconda, che procede consapevole di aver dato fertilità alla terra e va verso il suo estuario: termine ultimo di un percorso esaurito.
Ma la sorgente? Quello zampillare d’acqua fresca che gioca a rimpiattino tra le rocce, che appare e poi scompare sottoterra per riapparire più vigoroso e spumeggiante di prima; che sembra esaurirsi in un’acquerugiola appena appena superficiale per poi accrescersi in canali più larghi e profondi. Totalmente inconsapevole di diventare un fiume, ma non per questo meno incline a correre verso il suo destino. Dov’era finita, la sorgente?
O meglio, dov’erano finiti tutti quei magici giochi che la sorgente reca, per definizione, con sé?
Giacomo immaginò la sorpresa della festa che Ilaria voleva fare al marito. Fargli ritrovare i vecchi amici poteva anche essere una grandiosa rottura di coglioni. Almeno per lui sarebbe stato così: non è che perché sei stato legato a qualcuno nel tuo passato ora ti fa piacere ritrovartelo in mezzo ai piedi. Questo romanticismo del ricordo poteva andar bene per una ragazza come Ilaria, che non aveva ancora addosso abbastanza primavere per avere dei ricordi. Almeno di quelli che ti scavano dentro e ti fanno assomigliare a quello che sei.
Infatti, la signora Terzi si sarebbe ben guardata dal combinare una cosa simile. Meglio chiedere prima di fare. Non turbare l’armonia con sorprese indesiderate.
Ma sicuramente il professor de Andreis sarebbe rimasto colpito dalla trovata della giovane moglie. Perché era una estrosità, magari importuna, ma dettata dall’innamoramento e dunque solo per questo ben accolta, piacevole per la mente ed emozionante per il cuore. Perché essere innamorati è una follia. Una stravagante, maledetta, felice e terribile follia.
E di quella follia Giacomo sentiva la mancanza, il bisogno, la necessità. La nostalgia, appunto.
Possibile che fosse così rincoglionito?
Sì, possibile. Perché è vero che non conosceva Rudy, che non sapeva minimamente dove trovarlo, ma a Ilaria non aveva detto tutto. E solo per quella ridicola stizza. Per il risentimento di non essere al posto dell’esimio professor de Andreis. Insomma, stava proprio perdendo colpi: la vecchiaia non fa bene a nessuno.

— Clara?
L’amicizia, se è vera, è come la famiglia. Anch’essa, ovviamente, quando è così non solo di nome ma di sostanza, allargata o meno. Ovvero è un porto, un luogo sicuro dove fermarsi dopo aver affrontato le navigazioni più varie — tempeste, bonacce, diporti o contrabbando — sapendo di non doverne rendere conto a nessuno, perché a nessuno importa. Infatti, la domanda degli addetti al porto non è mai “perché?”, “cos’hai fatto?”, “da dove vieni?”: bensì “come stai?” “hai bisogno di qualche cosa?”.
Domande che non interrogano, ma che fanno bene.
E Clara era una vera amica.
— Giacomo! Qual buon vento… — gli rispose al telefono con una benevolenza stupita, come se non lo sentisse da secoli e fosse per loro inusuale dialogare per telefono. In realtà, i due amici si parlavano via etere quasi quotidianamente: ma spesso l’affetto trasforma in insolito il solito.
— Volevo…  volevo chiederti una cosa…
— Certo, dimmi!
—  Sai… per tua sorella…
La pausa nel discorso di Giacomo chiarì lo scenario a Clara e le riconfermò una sua convinzione: si pensa che sia il maschio la figura dominante, solo perché le femmine giovani non sono consce del proprio potere.
— …Insomma, perché… — continuò Giacomo — perché mi ha chiesto di Rudy?
Occazzo, pensò Clara, e adesso cosa gli dico? Perché mi sono messa in questa situazione? Non posso mica dirgli che volevamo ritrovare quella merda di Rudy per fargli il culo… E quale culo, poi? Solo un delirio da svitate! E non posso nemmeno dire che la storia combinata da Ilaria era solo una frottola per convincerlo a parlare. Non posso sputtanare Ilaria. È mia sorella e anche se quel Rudy è una merda… anche Giacomo lo sa… Giacomo è un combattente, non un vigliacco da agguati e colpi alle spalle, capirebbe perfettamente, solo che non potevo chiedergli di fare il delatore e nemmeno adesso dirgli che l’abbiamo preso in giro e…
— …perché… perché non ho detto tutto — riprese Giacomo interrompendola nei suoi pensieri. – Perché è vero che non ho mai incontrato quel Rudy ma… forse, anzi sicuramente, posso metterla in contatto con uno che probabilmente lo conosce.

— Ah — fece Clara, più per mettere a tacere l’inquietudine che le stava montando dentro che per interloquire nella confessione dell’amico. A quelle parole, infatti, era caduta in preda all’agitazione.  Sia per la possibilità, e dunque la speranza, che l’assassino di Stefano Bianconi potesse essere rintracciato: quella ferita era ancora aperta, inutile raccontarsi che erano passati gli anni… la rabbia, no, forse l’odio, erano braci sonnolente pronte a riprendersi al primo fiato. Sia perché comprendeva il conflitto interiore che doveva aver tormentato l’amico: per un verso, recuperare da un passato che gli apparteneva, e dunque doveva essere in qualche modo difeso, qualcosa che invece avrebbe dovuto solo essere dimenticato, e per l’altro il desiderio di compiacere una passione acerba, impossibile ma nondimeno irresistibile. E si sentiva anche in colpa, perché se erano gli occhi belli di Ilaria ad aver colpito il cuore di Giacomo, sua era la responsabilità di averglieli portati a tiro.
Ma Giacomo proseguì senza badarle.
— In effetti la faccenda non è semplice, e non so se potrà servire a qualcosa, ma io conoscevo… conosco bene Giovanni Natali!
La pausa ad effetto che fece Giacomo in realtà di effetto non ne fece alcuno. Clara ascoltava l’amico in silenzio, con un mutismo perplesso che denunciava, incontrovertibilmente, la sua totale ignoranza di chi fosse Giovanni Natali.
Giacomo ne prese atto e, con la condiscendenza di chi deve subire, non senza stupore, l’insipienza altrui, corse ai ripari.
— Giovanni Natali era… è un compagno che ha dovuto lasciare l’Italia per tutta una serie di condanne che gli gravano sulla testa, condanne per reati ideologici ovviamente. È considerato un po’ uno dei teorici della lotta armata, e questo il Sistema non gliel’ha mai perdonato. Alla fine, dopo tutta una serie di persecuzioni è scappato in Francia, ma nel ’75-’76 era uno dei maggiori esponenti di Avanguardia Operaia. Ed era un capo che sapeva bene il fatto suo: sicuramente conosceva tutti quelli che orbitavano in AO e Rudy era tra questi, anzi era uno dei principali. E Natali mi deve dei favori: siamo stati abbastanza vicini negli anni seguenti, e benché avessimo delle visioni politiche non convergenti siamo diventati molto amici. Era uno pulito, corretto e intellettualmente onesto. Non era un uomo di azione ma era molto colto e preparato. Conosceva molto bene il mondo dell’ultrasinistra, e se c’è qualcuno che può sapere dove è finito Rudy quello è lui.
Giacomo terminò il suo discorso come uno scolaro diligente soddisfatto del compito eseguito a dovere e in attesa di un encomio che non potrà mancare.
Ma Clara non si lasciò incantare.
— Ma adesso questo Natali dov’è finito? E come lo peschiamo? E poi cosa gli andiamo a dire?
— Ma te l’ho detto, è in Francia. A Parigi, per la precisione. I francesi, proprio perché non è coinvolto in reati di sangue ma solo ideologici e di opinione, non hanno permesso che fosse estradato. Per cui si è stabilito definitivamente lì, dove fa il professore universitario e scrive libri che vengono tradotti un po’ dappertutto. È ancora considerato un maître-à-penser degli anni di piombo…
Dicendo queste parole gli comparve sul volto un lieve sorriso ironico, ma Giacomo si ricompose subito nonostante l’amica non lo potesse vedere.
— Ti ho detto che eravamo e siamo amici. Certo, non ci sentiamo spesso e le nostre strade hanno preso direzioni diverse, ma ci scriviamo ancora via e-mail. E ti ho detto che mi deve dei favori. Una volta gli ho anche salvato la pelle… ma questa è un’altra storia. Insomma, posso senza problemi mettermi in contatto con lui…
— Va bene — acconsentì Clara un po’ dubbiosa. — Ma cosa gli racconti? Che la sorella di una tua amica cerca un certo Rudy per organizzare una festa al marito? E magari gli dici pure che quella tua amica è una nera?
—  Be’, non siamo amici fino a questo punto — rispose Giacomo ridendo, — e poi così non me lo direbbe certo.  È sempre stato un maniaco dei complotti e delle delazioni: niente nomi o indirizzi o quant’altro che possa far identificare i compagni. Era la prima regola. Infatti, la difficoltà è proprio qui, ma ho pensato anche a questo, e forse ce la possiamo giocare in un altro modo.
— Cioè?
— Gli mandiamo Ilaria a Parigi, magari riesce lei a trovare il modo…
— Ma sei impazzito? Cosa stai dicendo?
— Ma no, non fraintendermi! Natali, come tutti i professori, gli ideologi e gli scrittori, è molto compiaciuto di sé e piuttosto vanitoso. Gli piace comunicare i propri pensieri, e concede interviste senza grossi problemi. Se gli diciamo che Ilaria è una giornalista o, forse meglio, una ricercatrice universitaria che sta facendo un lavoro sull’extraparlamentarismo in Italia, sugli anni Settanta o giù di lì insomma, qualcosa troviamo, e se poi soprattutto gli dico che Ilaria gliela mando io, non ci sono problemi. Poi se la deve giocare tua sorella, certo non avrà nome e indirizzo del Rudy ma qualche informazione utile probabilmente la può recuperare, e poi vediamo…
L’entusiasmo di Giacomo si era un po’ spento man mano che parlava, e il silenzio di Clara dall’altra parte del filo si colorava di dubbio: così tacque, aspettando che l’amica dicesse la sua. L’attesa dell’encomio si era tramutata adesso nel timore di una ramanzina.
— Ma non sarà pericoloso? – obiettò Clara, restituendo all’amico il buonumore.
— Ehi, ma non riesci proprio a levarti dalla testa l’idea dei comunisti che mangiano i bambini! Giovanni è la persona meno pericolosa del mondo. Te l’ho detto, non è mai stato un combattente; e ora è un quieto professore universitario tutto preso dai suoi pensieri… e dalle sue parole. È uno mite, che non farebbe male a una mosca, non c’è nessun problema.
— Ma se poi scopre che Ilaria non è quello che crede, e che non c’è nessuna ricerca e cose del genere? – incalzò Clara preoccupata.
— Ma dai… cosa vuoi che succeda? Al limite le dice di andarsene… ma poi perché dovrebbe scoprire chi è veramente Ilaria e cosa vuole? Tua sorella non è mica scema, reggerà il gioco benissimo. Al limite, e questo è l’unico rischio, non riesce a sapere niente e fa un viaggio a vuoto a Parigi. Ma non mi pare che abbiamo di meglio.
Clara rimase in silenzio a riflettere. Giacomo sembrava molto convinto, e non avrebbe mai messo a rischio sua sorella. Anzi… un fiotto di tenerezza la invase al pensiero di come l’amico s’era dato da fare per la sorella. Era innamorato, non c’era dubbio. Povero Giacomo.
— Be’, però sentiamo Ilaria. Vediamo cosa ne pensa, se è d’accordo.
Dall’altra parte della cornetta Clara udì un sospiro. Come un assenso che insieme volesse dire di non stare a perdere tempo. Come la concessione di chi sa ma vuole lasciare all’interlocutore una possibilità di verifica e, conseguentemente, l’approvazione incondizionata e indubitabile della propria affermazione.
— Dirà di sì — aggiunse laconico Giacomo, e con la certezza di chi ne ha viste troppe e sa bene su quali binari scorra il comportamento degli esseri umani, concluse la telefonata.

Non c’era altro da aggiungere.
Almeno per Giacomo, che s’era liberato da una parte del fastidio di non essere stato del tutto sincero con gli amici che gli avevano chiesto collaborazione, e dall’altra di essere stato reticente per ridicoli motivi di gelosia. Una ripicca del tutto indegna di un uomo come lui. La gelosia è per piccoli borghesi attaccati al proprio osso: e Giacomo aveva speso tutta la vita per non appartenere a questa categoria.
Ma non era così per Clara. Che rimase a guardare il telefono da cui era appena svanita la voce di Giacomo. Come se da quello strumento potessero arrivare le risposte al malessere che si stava impossessando di lei.
Erano andati a disturbare i fantasmi del passato. E questa è una cosa che non si deve fare. La vita va avanti, per definizione, e non si deve tornare indietro. S’era fatta prendere dall’entusiasmo della sorella, con quell’assurdo desiderio di mettere a posto i torti subiti, come se andare a pigliare quel Rudy potesse ridare la vita a Stefano Bianconi o ripagare tutto il dolore che era stato inflitto. Da quella storia di Parigi non poteva venirne nulla di buono, Clara se lo sentiva. Non si deve mai rivangare la terra delle tombe: non resuscita mai nessuno e possono soltanto venire fuori i vermi. Non avrebbe dovuto farsi tirare dentro.
Ma ormai era troppo tardi.

(11 – Continua)

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