Don Aniello Manganiello
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Intervista a don Manganiello: ecco come sradicare la Camorra

«È l’anti-cultura ciò che combatto con più forza: tutti i messaggi negativi, tutto ciò che, direttamente e indirettamente, porta vantaggi alla malavita»

tempo di lettura 8 minuti

Prima parte.
Don Aniello Manganiello, 65 primavere, guanelliano, è uno di quei sacerdoti dal sorriso contagioso, le rughe sul suo volto parlano di fatica, passione e amore per la sua gente, ci raccontano come si risale sempre la corrente contraria, come si gioca sempre in trasferta, anche se sei a casa tua. È uno di quei sacerdoti anticamorra che non mollano mai, intrisi di coraggio e speranza, per la sua terra ma in modo particolare per i giovani che, attraverso scelte di giustizia, possono riscattare generazioni di uomini e donne che sono finiti nei pochi metri di una cella a Poggioreale o Secondigliano, oppure in uno dei grandi cimiteri partenopei.
«Molti camorristi in carcere, mi hanno chiesto di occuparmi dei loro figli, di salvarli ed educarli contro la cultura della morte che conduce l’uomo verso uno dei tanti inferni di questo mondo, di cui loro pagheranno il prezzo a lungo».

Don Aniello, lei si è sempre battuto con tenacia per contrastare la Camorra anche sul fronte culturale, una storia che parte da lontano…

«Certamente, è un male culturale antico che si è consolidato nel tempo. Fin dal 1800, prima con i Borboni e successivamente con i Savoia, si è formata la cultura dell’“antistato”, piccoli notabili di quartiere cercavano di sostituire i governanti di turno in tutte le questioni piccole, di poco conto, per poi allargare il loro campo di influenza in settori maggiori. La Camorra, inizialmente, risolveva i piccoli conflitti sociali, i piccoli problemi di rione oppure tra cittadini o famiglie ma a differenza dello Stato ufficiale, dava risposte veloci e apparentemente salomoniche, agli occhi di povera gente ignorante. Ma grande responsabilità è anche di chi governava…».

In che misura?

«Sia i Borboni prima che gli amministratori dei Savoia dopo, lasciavano fare… per pigrizia, per non farsi carico di una moltitudine di piccole questioni di un “populino” ignorante e litigioso, che non comprendeva le leggi e non aveva soldi per pagare avvocati. Una montagna di cause, fatte di piccoli screzi e questioni, di cui non valeva la pena ingolfare i tribunali. Hanno lasciato che queste diatribe fossero sbrigate sul territorio, da altri… ma gli altri non si sono fermati a gestire solo queste piccole cose».

Una delega a sostituire lo Stato, praticamente…

«In un caso, quello del ministro dell’Interno e Direttore della Polizia, Liborio Romano, la delega è ufficiale. Nel 1860, il ministro del Regno borbonico si accorda segretamente con Garibaldi, che sta marciando verso Napoli dalla Sicilia conquistata, e garantisce al cosiddetto “eroe dei due mondi”, un sereno e festoso ingresso in città grazie a un accordo con la Camorra. Il ministro Liborio Romano, massone, incarica Salvatore De Crescenzo, capo indiscusso della Camorra di allora, di mantenere l’ordine pubblico a Napoli, favorendo l’ingresso di Garibaldi. Fu creata una “Guardia cittadina di sicurezza”, al comando del Salvatore De Crescenzo, composta da camorristi che si divisero in compagnie per meglio gestire e controllare l’ordine pubblico nei quartieri di Napoli. Attraverso questo servizio d’ordine, il ministro Liborio Romano, concedeva ai camorristi l’amnistia incondizionata, una paga governativa e un ruolo pubblico riconosciuto».

Questo ricorda qualche cosa di analogo accaduta nel luglio del 1943 in Sicilia…

«Si, più o meno, la storia si è ripetuta ottantatré anni dopo, con protagonisti diversi, gli americani e gli inglesi chiesero aiuto alla Mafia siculo-americana, necessario per lo sbarco in Sicilia e l’avanzata “alleata” del luglio del 1943».

Da quel giorno del settembre del 1860, la Camorra è sempre vissuta indisturbata a Napoli?

«No, durante il ventennio fascista, la Camorra ebbe una forte battuta d’arresto. Come per la Sicilia, dove Mussolini nomina con ampi poteri il prefetto Cesare Mori, per la Campania viene nominato dallo stesso capo del governo, il maggiore dei Carabinieri Vincenzo Anceschi. Un ufficiale che univa gli ampi poteri, concessi da Mussolini, a una forte determinazione nella lotta alla criminalità organizzata. Nel 1926, dopo pochi mesi di incarico, erano stati arrestati, per delitti consumati, per altri crimini e per misure preventive, circa 1.700 affiliati nella zona dei Mazzoni e circa 1.280 nell’aversano. Smantellò intere famiglie criminali, liberando i territori e i quartieri cittadini, restituendoli al controllo dello Stato. Ma anche il maggiore Anceschi scrivendo a Mussolini, chiede strade, scuole, ma soprattutto lavoro perché, se no: “…tutto, Eccellenza, tornerà come prima”».

Dopo la guerra, le famiglie hanno ripreso il loro potere di sempre…

«Hanno ripreso ossigeno con l’occupazione americana, che sapeva di restare in città a tempo determinato e non voleva problemi di ordine pubblico, molti erano già quelli di ordine pratico, che gli “alleati” dovevano risolvere, per una città segnata profondamente dalla guerra e dalla miseria. Con molta probabilità, tra gli americani e le “vecchie famiglie camorriste”, ci furono accordi per gestire l’ordine pubblico, senza farsi troppo male… Dopo, la neonata Repubblica italiana, ha fatto poco per contrastare la Camorra, che si è consolidata e fortificata sia a Napoli città che nei territori limitrofi».

La Camorra non è solo l’anti-Stato, utilizza anche una simbologia religiosa per accattivarsi gradimento…

«Esattamente. I camorristi fanno breccia nella gente povera e ignorante, anche con un simbolismo religioso utilizzato spesso, sia nelle formule di affiliazione sia in eventi, per aumentare la propria autorevolezza e il gradimento tra la gente. Cercano di far credere che in qualche modo fanno la volontà divina o ne sono addirittura il braccio esecutivo, ammantando certe loro azioni con una sacralità riferita a non so quale Dio. La Camorra, la Mafia, la Ndrangheta e qualsiasi altra forma di criminalità organizzata, sono fenomeni che stanno agli antipodi del cristianesimo; queste organizzazioni criminali, nella loro essenza e nel loro agire, si contrappongono totalmente alla volontà del Dio cristiano».

Una certa mentalità camorristica è stata sdoganata anche da una certa cinematografia partenopea degli anni 70-80, dove il personaggio del contrabbandiere o del boss del quartiere, venivano mitizzati. Poi è stata la volta di una parte della nuova musica neomelodica napoletana…

«Si, quando lo Stato è assente o poco credibile, una certa rappresentazione malata prende piede. Una parte della nuova musica neomelodica partenopea canta l’adulterio, l’omicidio, la droga, la violenza e la forza, la vendetta. È l’anticultura, è ciò che combatto con più forza, tutti i messaggi negativi, tutto ciò che,direttamente e indirettamente, porta vantaggi alla Camorra o a una certa cultura che ne favorisce la permanenza, io cerco di contrastarlo con tutte le mie forze».
(1 – Continua)

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