10 – “C’è un ideale che vale l’omicidio?”

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L’idea di poter ritrovare il Rudy era puerile.
Anzi, semplicemente assurda.
Per farci cosa, poi?
Denunciarlo? Farlo arrestare come in uno di quei telefilm di “Cold Case”?
Quella sorella minore così infantilmente entusiasta le aveva fatto perdere di vista la realtà.
Rudy se n’era andato all’estero nel 1975 e, se non gli era capitato d’incappare in uno di quei vicoli ciechi che avevano falcidiato la sua generazione — droga, terrorismo, giri strani… — probabilmente s’era rifatto una vita in qualche altro paese. Era ricco, di famiglia potente, un borghese agiato, con appoggi e protezioni: probabilmente faceva il gran signore o l’ideologo raffinato di una qualche intellighenzia di sinistra.
O magari era morto. “Over cinquanta” era a rischio: infarto, tumori, eccetera.
Oppure la Giustizia divina lo aveva fatto schiantare da qualche parte. No, di solito non succedeva così.
Comunque fosse, trovare Rudy era come cercare un ago in un pagliaio.
E allora perché si era lasciata convincere così? E le aveva pure detto di Giacomo Terzi. E ora che Ilaria aveva sentito quel nome la tempestava di richieste di poterlo incontrare, di potergli parlare, di poter attingere alla sua memoria.
Anche l’idea di tirare in ballo il buon Giacomo era stata una cazzata.
Giacomo Terzi era un suo amico, un amico di quelli veri. Anche se era un compagno. E un compagno di quelli tosti.
S’erano conosciuti dai frati francescani facendo volontariato. Un approdo per spiriti inquieti.
Clara era da poco uscita di galera. Abbandono, delusione, solitudine, niente punti fermi, pochi amici rimasti, il lavoro precario e difficile da trovare. Insomma, una possibile strada aperta per la disperazione: insegnare italiano agli extracomunitari poteva essere l’inizio di qualcosa. Per non buttarsi via.
Giacomo in galera aveva rischiato di andarci anche lui. Era medico ed era stato accusato di aver prestato cure a dei brigatisti rossi, ricercati e latitanti, ovviamente. Cosa che aveva puntualmente fatto: l’accusa era reale, infatti, ma non furono mai in grado di provarlo con certezza e non venne mai condannato.
Faceva l’ambulatorio per i disperati. Ateo convinto, aveva trovato dai francescani quella tolleranza che gli permetteva di mettersi in discussione senza doversi difendere a tutti i costi. A volte il primato dell’azione sul pensiero non era una cosa negativa. Anche se, quando si ritrovava a pensarla così, gli pareva di darla vinta a quell’irriducibile fascista della sua amica Clara.
Com’è che erano diventati amici?
C’è chi ama argomentare che gli estremi — riferendosi ad un inesistente cerchio del pensiero umano o forse addirittura all’altrettanto improbabile infinito rotondo delle infinità delle galassie — si toccano, e che quindi gli estremisti alla fine si assomigliano dal momento che sostengono più o meno le stesse cose: ma sia Clara che Giacomo si sarebbero indignati della banalità di questa conclusione. Entrambi erano ben consci del divario teorico, storico e perfino emozionale che li separava. No, non c’era nessun mischiamento politico o metapolitico tra loro.
Si erano annusati, in quella congregazione di pazzi da mutuo soccorso, e si erano riconosciuti diversi dagli altri volontari. A parte il fatto che la maggioranza di questi ultimi provenivano da ambienti cattolici ed erano arrivati al volontariato come sbocco naturale della propria fede, Giacomo e Clara si erano riconosciuti come sopravvissuti. O forse come risparmiati.
Già: perché entrambi avevano percorso in equilibrio quel filo teso sul baratro della lotta armata ed erano arrivati in fondo senza cadervi. E non perché non ne sentissero i richiami, così ammalianti da sembrare addirittura necessari. Non erano indenni dalla rabbia che vi aveva spinto altri, né dall’amore per il sacrificio, né dall’entusiasmo o dalla repulsione per la vita comoda e borghese. Non era neppure la paura della sconfitta certa.
Niente di tutto questo.
Quando si interrogavano, e spesso era capitato di parlarne tra loro, sul perché non fossero finiti come altri sulle strade battute dai mitra e dalle pistole, accettavano come risposta la benignità del caso. Allo stesso modo che durante un’epidemia di peste c’è chi si ammala e chi no.
Ma sapevano entrambi che non era quella la risposta giusta, o, almeno, non era quella completamente giusta. Perché era il sangue che li aveva mantenuti in equilibrio. Il sangue da versare, colpevole o innocente, per vendetta o per giustizia, per necessità o per vantaggio che fosse. Quello ero lo spartiacque, quella la differenza.
Quelli che avevano deciso di impugnare le armi sapevano che quel sangue era necessario.
Perché si era a un punto di non ritorno e altrimenti non sarebbe cambiato nulla. E allora si doveva scegliere, fino in fondo.
Ma era davvero così? O non era solo disperazione impotente, quella voglia di morte?
Non avrebbero potuto versarlo quel sangue, né Clara né Giacomo. Questa era una delle poche cose certe. Non avrebbero mai trovato il coraggio o la vigliaccheria o l’indifferenza di… di uccidere. Perché era proprio di quello che si trattava. Uccidere.
Uccidere è una cosa diversa da combattere. Certo, combattere vuol dire poter causare la morte: propria e altrui. Può succedere, forse è addirittura scontato. Ma nell’uccidere c’è qualcosa di più, c’è la voglia di sangue, la necessità della morte. Una conseguenza indispensabile e che sublima l’azione che si pone al totale conseguimento dell’obiettivo.
Ma c’è un obiettivo che giustifica questo?
C’è una causa che rende accettabile la voglia di sangue?
C’è un ideale che vale l’omicidio?
Negli anni della loro militanza politica, né Clara né Giacomo erano riusciti a dare a queste domande una risposta positiva. Nemmeno nei momenti più difficili, quando il dolore, la rabbia, la frustrazione, la paura, la sconfitta, la repressione, la morte facevano compagnia, uccidere trovava giustificazione.
In questo erano simili, ed era una somiglianza più di pancia che di testa. Non c’era la certezza razionale del giusto, la valutazione dell’inutilità, il timore della conseguenza nell’ostinato rifiuto a percorrere la via del sangue. C’era solo l’impossibilità a farlo: una certezza che non aveva bisogno di spiegazioni.
Così, quasi smarriti in questa verità, Clara e Giacomo s’erano trovati sulla stessa strada scoprendo nella scelta dell’altro conforto e giustificazione alla propria. Come una risposta a quel dilemma che talora segretamente li rodeva: l’incapacità di essere andati fino in fondo.
L’amicizia sorse in loro come il sentimento che fa aggregare due naufraghi che si ritrovano per caso sulla medesima spiaggia. Come una difesa da una sorte ostile che li aveva scaricati in una landa deserta cui non sentivano di appartenere ma che sarebbe rimasta l’unica terra possibile, fino alla fine.
Un’amicizia fatta di interminabili discussioni, talora violente fino alla lite, ma che sempre più cementavano quella sensazione di solidarietà di cui avevano bisogno per curare le ferite, le disillusioni e gli inganni che entrambi avevano patito offrendo l’anima ad un’ideologia che li aveva ripagati con la stessa indifferenza di una puttana d’alto bordo. Lasciandoli per fuggirsene altrove, allettata da convenienze assai più appetibili dell’entusiasmo di un amore puro.

Dell’avventura politica di Giacomo Terzi, Clara conosceva la lunga militanza in Lotta Continua, ma le pareva di ricordare che per un certo periodo avesse frequentato anche l’ambiente di Avanguardia Operaia, dal quale poi si era staccato per motivi che non ricordava più. In realtà, pur sapendo che tra i movimenti della sinistra extraparlamentare esistevano precise differenze spesso culminanti in aperte rivalità che sfociavano anche nello scontro fisico, per Clara — come per tutti coloro che avversano un campo e mischiano giudizi e pregiudizi nell’identificazione del nemico — non c’era poi una gran diversità tra le due organizzazioni. I compagni erano compagni, ed erano nemici: questa era in sintesi la consapevolezza che i fasci avevano dei loro avversari, senza troppe sottigliezze tra un’associazione e l’altra. Va da sé che pure i compagni non facevano distinguo tra le mille sfumature del variegato mondo neofascista. I fasci erano fasci, ed erano nemici.
Certezze granitiche sufficienti a scatenare la lotta.
Comunque fosse, Clara ricordava che Giacomo le aveva raccontato di un suo passaggio in Avanguardia Operaia; e quando Ilaria l’aveva travolta con quell’entusiasmo da novello Sherlock Holmes le era venuto spontaneo nominare il suo amico come possibile fonte d’informazioni.
Ma non aveva tenuto conto di tre cose che sapeva fin troppo bene.
Innanzi tutto, non sapeva se il periodo era quello giusto. Forse la frequentazione degli ambienti dell’Avanguardia da parte di Giacomo era molto prima o molto dopo l’omicidio di Stefano Bianconi, e di conseguenza Giacomo non aveva conosciuto il famoso Rudy e magari nemmeno ne aveva sentito parlare.
Poi, anche in caso contrario Clara era certa che mai Giacomo avrebbe fornito informazioni che permettessero in qualche modo di risalire a Rudy. Pur essendo sicura che l’amico non solo non avrebbe mai partecipato a un’aggressione di quel tipo e che anzi, essendone a conoscenza, ne avrebbe sicuramente avversato la decisione, era altrettanto certa che mai avrebbe fatto lo spione. Gli infami non piacevano a Giacomo, esattamente come non piacevano a lei. E quando si è su una barca si naviga fino in fondo, anche sopportando quelli che sbagliano o che disapproviamo. I compagni di lotta riconoscono solo la giustizia del gruppo e quella della propria coscienza. Quella degli altri uomini o del sistema non conta.
Infine, e soprattutto, Giacomo non avrebbe certo parlato del suo passato con una ragazzina che nemmeno conosceva, anche se sorella della sua migliore amica. Era un tipo schivo, geloso del proprio vissuto, con il quale si ritrovava a fare i conti tutti i santi giorni, e non lo avrebbe sicuramente condiviso con estranei.
Insomma, l’idea di tirare in ballo Giacomo Terzi non era stata proprio una grande pensata. A meno che…
C’è sempre un “a meno che”.
Clara si stupiva di se stessa nel vedersi così intrigata dal desiderio investigativo di Ilaria. Non riusciva bene a capirne il perché. Pensava di essersi lasciata alle spalle tutto quel trascorso, relegandolo in una delle tante soffitte che il nostro io ci mette a disposizione per i pezzi della vita che consumiamo. Soffitte visitate in solitudine quando ci vien voglia di malinconia, o che facciamo intravedere di sfuggita a quei pochi cui vogliamo mostrare la nostra anima. Ma che teniamo ben chiuse quando affrontiamo il quotidiano.
Forse che i ricordi condivisi con la sorellastra avevano risvegliato la sete di giustizia per quel delitto mai completamente risolto? O più correttamente, visto il dolore che la memoria della storia di Stefano Bianconi riusciva ancora a suscitare, la si doveva chiamare vendetta? Un gusto pungente a cui difficilmente si resiste? Oppure era il desiderio di recuperare un passato dal quale non riusciva a separarsi definitivamente? O, ancora, solo la voglia di compiacere quella sorellina recuperata in una solitudine che già riteneva definitiva?
O, infine, tutte queste cose assieme?
Comunque fosse, la voglia di tirar fuori quel Rudy dal buco in cui si era rintanato la eccitava. Come se un improvviso scopo fosse comparso a illuminare la penombra di quell’esistenza ormai senza rotta, quel navigare senza meta spinti solo dalla brezza della vita, che considerava ormai il suo vivere.
E allora ci si doveva dare da fare con quel “a meno che”. E Terzi era l’unico appiglio per cercare di trovare una traccia.

Giacomo era un uomo puro, intelligente, colto, profondamente onesto e leale. Ma era pur sempre un uomo. Cioè un maschio.
E i maschi, si sa — o almeno lo sanno benissimo le donne perché loro, gli uomini, sono molto restii ad ammetterlo — sono molto vanitosi. Molto più delle donne. Non di quella vanità puerile che ti fa stare ore davanti allo specchio per cercare di sistemare un’apparenza che non convince. Quella, in fondo, è più che altro una scarsa considerazione di sé stessi, blandita dalla tenue speranza di potersi migliorare. L’uomo, invece, si guarda fugacemente allo specchio più che altro per compiacersi di come è. Uno sguardo rapido per confermarsi soddisfatto del proprio essere.
La vanità dell’uomo salta fuori in tutto il suo pomposo trionfo quando una bella femmina si mostra interessata a lui. Lì non resiste nessuno. Smania, fa la ruota, si esibisce, convinto che l’interesse suscitato sia l’inevitabile tributo alle proprie irresistibili qualità. Anche l’uomo più schivo e riservato, quando viene stimolato da un certo tipo di attenzioni, si apre, si offre, si espone.
“Eccomi qua, sono io questo qui. Non male, eh?” — sembra essere il pensiero dominante dell’uomo subitamente disponibile per la bella che gli dimostra interesse, e pronto a concedere di sé tutto quanto ha scatenato quelle appaganti premure.
Ma questo riflesso di un ipertrofico amor proprio non è sempre destinato a ottenere un favore sessuale. Vale a dire che l’esibizione dell’uomo non è necessariamente finalizzata a ottenere un appagamento ormonale. A volte, probabilmente anche spesso, è così. Ma pure quando, per mille motivi, è palese l’impossibilità di soddisfare il desiderio carnale e perfino un’assenza di volontà in quel senso, l’uomo non è in grado di mettere a tacere la propria vanità e cede senza resistenze alle lusinghe della bellezza. Verosimilmente anche in questo caso, come sostengono alcuni, a guidare il comportamento è comunque un ancestrale fine riproduttivo della specie: sta di fatto che è così che il maschio reagisce.
Giacomo Terzi, a dispetto del superiore grado di coscienza rispetto alla media degli uomini, rimaneva biologicamente un maschio. E Ilaria era una femmina da primato: bellissima, intelligente, dolce e priva di quell’arroganza che rende molte donne, pur dotate di queste qualità, troppo consapevoli delle stesse. E abbastanza sicura di sé da non essere aggressiva. Insomma, la trappola ideale per catturare la vanità virile.
Clara si vergognava un po’ di questo ragionamento. Voleva approfittare dell’amico dandogli in pasto la sorellastra?
Ma il fine giustifica i mezzi.
Il pensiero del Machiavelli era sempre stato, per Clara, ammantato di ambivalenza. Se da un lato non poteva non apprezzarne la lucidità e, spesso, l’ineluttabile realismo che sconfiggeva tutte le utopie che, per trasformarsi in realtà, dovevano concretizzarsi in forme assai più sanguinarie e crudeli della ragione principesca o di stato, dall’altro coltivava dentro di sé la speranza di un’Idea che potesse elevarsi al di sopra dei meschini ed egoistici bisogni dell’uomo.
Il fine giustifica i mezzi, ma non sempre: ecco una correzione accettabile.
Ma, forse, in questo caso stava esagerando.
Non si trattava di raggirare il buon Giacomo. Solo di scioglierne un po’ la riservatezza. E poi non ci sarebbe stato nulla di male. Sia Ilaria che Giacomo erano sposati e felici con i propri consorti. Tra i due non sarebbe certo successo nulla al di là di una reciproca simpatia.
Clara non voleva certo fare da mezzana. Ci mancava altro!
E poi Giacomo era fedele alla moglie. Insomma, abbastanza fedele.
Almeno per quanto consentito a un uomo affascinante e aperto alle possibilità del mondo. Un uomo superiore agli obblighi piccolo-borghesi e alle convenienze sociali. Un uomo che non credeva agli stereotipi di un mondo arcaico. Un uomo che…
In fin dei conti uno che, vabbe’, aveva fatto il suo: come tutti gli uomini.
Però senza esagerare.
E poi ora aveva un’età in cui la vanità era più che altro un piacere intellettuale e non certo una necessità fisica.
Non ci sarebbe stato pericolo, poteva stare tranquilla.
Il problema, semmai, stava nel come far entrare in confidenza i due. Perché se è vero che la vanità del maschio è debole, era altrettanto vero che Giacomo non era un coglione qualsiasi. E non si sarebbe aperto di fronte a una sconosciuta, per quanto affascinante potesse essere.
Ci voleva un minimo di frequentazione.
Stava per iniziare la stagione dei quartetti al Conservatorio. Giacomo non se ne perdeva uno, era abbonato da una vita. Anche Clara: infatti spesso ci andavano insieme.
Quale migliore occasione di incontro? Casuale, culturale, spirituale. Bastava iscrivere anche Ilaria e il gioco era fatto. Magari la musica da camera non rientrava nei suoi gusti ma, visto l’obiettivo, si poteva fare qualche sacrificio.
Era perfetto.
Clara si stupì della sua strategia degna del cardinal Mazarino.
Ora c’era solo da sperare che Giacomo avesse conosciuto Rudy.
Ma, come si dice, ogni cosa a suo tempo.

Ilaria accettò i quartetti di buon grado.
E Clara aveva visto giusto.
Già al primo concerto Giacomo rimase affascinato. Il termine esatto sarebbe folgorato, ma Giacomo si riteneva un uomo ormai navigato e immune da quelle passioni travolgenti che non hanno nulla di più consistente che un piacere di pelle, perfettamente in grado di controllare i suoi entusiasmi.
Al terzo concerto l’uomo navigato aveva subito un inesorabile affondamento e Ilaria era entrata di prepotenza nel mondo di Giacomo.
Non era stata solo la bellezza a conquistarlo. Ilaria era certo bellissima, e Giacomo assolutamente prono al potere di questa dote. Ma c’era qualcosa di più.
Già il fatto che una giovane donna così attraente accettasse di buon grado, ovvero senza sbadigli o altre manifestazioni d’insofferenza, anzi quasi con un certo interesse, le serate dei quartetti indicava l’assenza della volontà di guadagnarsi un posto tra le anime colte. Insomma, ascoltava quei concerti perché le piacevano, e non perché faceva figo dire di esserci stati.
Poi il modo di fare. Mai arrogante, importuna, ordinaria o semplicemente banale. Sapeva stare al suo posto. Clara l’aveva introdotta nel loro ristrettissimo e fragile mondo di affetti e di passioni intellettuali e lei aveva saputo entrarci in punta di piedi, attenta a non turbare gli equilibri, senza cercare di conquistarsi un posto o, peggio ancora, di fare la protagonista.
Insomma, Ilaria stava attenta e, cosa ancora più preziosa per Giacomo, prestava attenzione. Era curiosa, lo stava ad ascoltare senza quella condiscendenza tipica dei giovani quando si trovano di fronte a degli adulti che, ingolfati dalla loro vita trascorsa, cercano di liberarsene un poco elargendone qualche frammento.
E quello per Giacomo era un autentico bisogno. Lui aveva vissuto. Eccome se aveva vissuto. Non s’era mai tirato indietro. Aveva preso a piene mani quello che la vita gli offriva. E aveva anche dato tutto se stesso. Si era impegnato. Aveva creduto nella rivoluzione.
Forse rivoluzione era una parola grossa, ma aveva creduto, questo sì, nella possibilità di un mondo migliore. E il suo impegno, il suo buttarsi nel politico, il suo attivismo ideologico non era stato altro che un tentativo in questo senso.
Ma perché uno vuole un mondo migliore?
Giacomo non era certo un illuso e sapeva perfettamente che non avrebbe potuto cambiare la società in quattro e quattr’otto. La “rivoluzione” non avrebbe certo modificato tutto dall’oggi al domani. Ma le generazioni che sarebbero venute dopo, quelli che sarebbero cresciuti nel mondo del dopo-rivoluzione, quelli sì che si sarebbero trovati in un futuro preferibile.
Però non era andata così.
Non solo il mondo non era cambiato. Non solo il comunismo, quella visione profetica che aveva fatto da faro al suo percorso di lotta, era imploso, archiviandosi come mero fenomeno storico e lasciandosi dietro solo le tracce di regimi sanguinari, polizieschi e liberticidi. Ma le generazioni a venire, quelli che oggi erano i giovani, se ne sbattevano altamente del mondo migliore.

O meglio: volevano il mondo migliore per sé.
Fautori di un disimpegno totale, godevano di quelle che Giacomo riteneva basilari conquiste generazionali come di bonus dovuti, senza alcuna contropartita.
La liberazione sessuale era diventata libertinaggio, le conquiste sindacali vantaggi dei quali approfittare, la critica all’autorità assenza di riferimenti e via dicendo. E laddove si auspicava senso della comunità, coscienza di classe e rigore nel comportamento era rimasto solo un feroce egoismo, il desiderio di apparire e uno sfrenato consumismo.
Però Giacomo era comunque rimasto curioso nei confronti delle nuove generazioni. Cercava di capire. Forse che lui e i suoi compagni si erano sbagliati? O era accaduto qualcosa che aveva fatto andare tutto storto? Un nemico? Una sorte avversa?
I giovani lo attraevano. Il mondo era loro, e non più dei ruderi come lui.
Il mondo apparteneva a Ilaria.
E lui si sentiva in dovere di spiegarle, di proporle quelli che erano i suoi riferimenti, di trovare un punto o più punti di contatto tra quello che era stato il suo passato e quello che avrebbe potuto essere un futuro.
I giovani erano interessanti. E Ilaria, con quei suoi bei modi, lo era ancora di più.
La ragazza, dal canto suo, apprezzava Giacomo. A volte aveva un po’ l’impressione che fosse il reperto di una preistoria di cui s’era perso il senso, ma la sua cultura quasi enciclopedica, quel suo modo di essere retto in un mondo che non lo richiedeva, quel suo pensiero superato nell’interpretare le cose del mondo, avevano un suo fascino.
Una cosa, poi, l’aveva stupita. Quando Clara le aveva parlato di Giacomo e, quindi, s’era combinata la storia dei quartetti, Ilaria era sicura che la sorellastra e il bel rivoluzionario scopassero. Non si poteva spiegare altrimenti un’intimità così profonda, un rispetto reciproco così radicato ma altrettanto stemperato dalla voglia di prendersi in giro, una comunanza di intendimenti in due anime così diametralmente opposte. Invece i due erano solo amici. Nessuna scopata.
Abbastanza inverosimile nel terzo millennio. Però bello.
E poi non si doveva dimenticare l’obiettivo. Per quanto la conoscenza di Giacomo e quei quartetti, tutto sommato un po’ noiosi, fossero interessanti quella storia aveva uno scopo. Non lo si doveva dimenticare, e quella familiarità che si andava creando tra i due era proprio quello che ci voleva.
Accadde una sera. Dopo il solito concerto Clara, Giacomo e Ilaria decisero di proseguire la serata con una cena veloce in un intrigante localino poco distante dal Conservatorio.
Dopo le solite chiacchiere, i commenti sulla musica appena ascoltata e qualche osservazione sulle cose e sul tempo che scorre Ilaria buttò lì questa frase.
— Se vent’anni fa vi avessero detto che sareste diventati amici, ci avreste creduto?
Clara e Giacomo si guardarono un po’ stupiti. In effetti non s’erano mai posti il problema. La loro amicizia era cresciuta nonostante la loro differenza. Anzi forse proprio per la loro differenza. Erano andati oltre, come se fosse una cosa naturale. Ed ora, a entrambi, le parole di Ilaria sembravano strane e quasi insensate.
Giacomo anticipò Clara prendendo tempo.
— Perché dici così?
— Be’, conosco bene Clara e mi ha raccontato che tu eri un compagno di quelli tosti…
— Tosti? — ripeté Giacomo mal celando, lusingato, un sorriso.
—  Sì, di quelli che ci credevano e che hanno lottato e…
— Di quelli che si picchiavano con i fascisti, intendi?
— Già…
— Ma io e Clara non ci siamo mai picchiati — proseguì Giacomo, guardando Clara con affetto, — …anche se quando fa certi ragionamenti un po’ me ne viene voglia…
— Ah guarda, non dirlo a me — si intromise Clara ridendo, anche se era un po’ tesa perché non capiva dove volesse andare a parare la sorella.
— Non mi prendete in giro, voi due – disse Ilaria simulando un broncio da bambina delusa. — No, dico sul serio. Com’è possibile che due che si sono combattuti, almeno ideologicamente, così aspramente come voi, poi siano diventati così amici?
— Forse l’ideologia non è tutto — buttò lì Clara, osservando la sorella per cercare di capire perché avesse tirato fuori quel discorso.
— Bella risposta — ammise Giacomo ridendo — mi ricorda le parole di una canzone di Gaber che dicevano “l’uomo è quasi sempre meglio della sua ideologia” e, in fondo, malgrado le sue scivolate un po’ qualunquistiche, non aveva del tutto torto.
— Cos’è, un rinnegamento delle proprie convinzioni? —  punzecchiò ancora Ilaria.
Clara si mise a fissare Giacomo. Evidentemente quella ragazza gli piaceva molto ed era riuscita a conquistare la sua fiducia, perché altrimenti lui avrebbe troncato quel discorso sul nascere. Clara sapeva che non gli piaceva molto parlare del suo passato politico, e soprattutto non sopportava di dover spiegare le sue scelte con tutto quel bagaglio di rimpianti e delusioni che si portava appresso. Ma a tutto c’è un limite: cosa s’era messa in testa la sua sorellina?
Giacomo rispose pacatamente.
— Non si tratta di rinnegare. Si tratta di superare, di capire, di andare avanti. Anche i popoli che hanno combattuto non continuano a odiarsi a guerra finita. Forse perché alla fine comprendono che non sempre i veri nemici sono quelli che ti sparano contro. A volte le circostanze agiscono per te. Ti si pongono davanti agli occhi come lenti che distorcono la visione e non ti fanno capire bene com’è la realtà. Così combatti, trascinato dall’entusiasmo e senza chiederti troppi perché. Poi magari scopri che le cose che ti separavano dai tuoi nemici sono minori delle cose che invece ti rendono simile a loro.
— Ma le differenze?
— Le differenze restano, senza dubbio. E spesso sono differenze sostanziali, ma…
— Ma?
— …a  un certo punto capisci che è un bene che ci siano, se no cosa sarebbe la libertà? E poi arrivi a comprendere che si può sempre trovare un punto d’incontro.
—  Cioè scendere a compromessi?
Clara era sulle spine.
Sapeva che Ilaria era molto educata e riservata, ma una parola di troppo avrebbe potuto indispettire Giacomo, che era un uomo indubbiamente tollerante. Ma come tutti quelli che avevano combattuto per qualche cosa che somigliava a un’idea, potevano sentirsi facilmente feriti. Gli altri, i “normali”, quelli che non avevano mai combattuto per niente, non potevano nemmeno rendersene conto. Accusare Giacomo di scendere a compromessi, lui che avrebbe preferito finire in galera piuttosto che denunciare o dissociarsi da un suo compagno che pure sbagliava, era un’enormità. La coerenza e la limpidezza del suo amico erano fuori discussione, ed era questo uno dei pilastri fondamentali della loro amicizia.
Ma Giacomo proseguì senza dare segno di risentimento e nemmeno di fastidio.
— Compromesso è una parola sempre malintesa. Si porta addosso un sapore di infamia malgrado sia l’atteggiamento necessario a superare qualsiasi contrasto con quelli che ci circondano. Anche con coloro che amiamo: sposi, fidanzati, figli, parenti, amici…. Se non fossimo disposti a scendere a compromessi saremmo in un conflitto perenne e ci troveremmo da soli. Soli con la nostra ottusa stupidità…
Giacomo s’interruppe, fece un sorriso e continuò:
—In questo caso però la cosa è un po’ diversa. Non mi riferivo appunto alla necessità del compromesso quale possibilità di convivenza, ma alla probabilità che le differenze ideologiche in realtà non corrispondano ad altrettanti contrasti di princìpi. Come se i princìpi cercassero   di scavare — per convenienza, per fare proselitismo, in fin dei conti per ottenere il potere — dei solchi là dove forse potrebbero benissimo non essercene.  Questo non vuol dire, per esempio, che io sia uguale a Clara: ma che se dovessi improvvisamente trovarmi a ricoprire un ruolo dirigenziale importante, che so, diventare sindaco o presidente del Consiglio, vorrei avere con me Clara piuttosto che molti compagni che teoricamente mi sono molto più vicini…
Il sorriso di Giacomo si aprì in una sonora risata mentre puntualizzava:
— Scusami, rido non per quello che ho detto, e che confermo in pieno, ma per l’eventualità di diventare sindaco o presidente del consiglio, Dio me ne scampi…
Clara scosse la testa come per sottolineare l’assurdità delle parole di Giacomo, ma nel suo sguardo c’era un’approvazione totale. Anche per lei sarebbe stato così, intuì Ilaria: che dentro di sé si compiacque per il calore di un’amicizia che poteva abbattere qualunque steccato. Ma non era la conferma di quel rapporto che Ilaria cercava e, lasciata scemare l’ilarità dell’uomo, riprese.
— Resta il fatto che è piuttosto insolita un’affinità come la vostra, dal momento che vi trovate, o almeno sostenete o forse sostenevate di trovarvi, su sponde ideologiche opposte. Molti che hanno avuto le vostre esperienze, ancora oggi, rifiutano di andare a patti col “nemico” e solo a sentire parlare dell’“altro” riprendono le armi…
—Be’, gli ostacoli che l’ideologia mette sul suo percorso spesso sono difficili da superare, ma…
— Mio marito…
Ilaria interruppe la nuova digressione di Giacomo in modo improvviso e inaspettato. E quelle due semplici parole ebbero il potere di far calare sul tavolo una cappa di silenzio. Sia Giacomo che Clara osservarono Ilaria incuriositi, come se la sua affermazione fosse un richiamo a rimettere a fuoco un discorso che stava deragliando senza controllo.
Senza lasciare il tempo di recuperare l’interruzione Ilaria riprese più pacatamente.
— Anche mio marito era un compagno di quelli tosti. Ma dovrei dire che è ancora un compagno così, e non credo approverebbe un discorso come il tuo…
Clara puntò gli occhi sulla sorella. Ma cosa aveva intenzione di fare? Ma quale compagno tosto che se ne era andato a fare l’università a Parigi ed era tornato quando ormai era finito tutto? Sì, vabbe’, faceva l’intellettuale di sinistra, ma chiunque volesse godere di un po’ di popolarità doveva fare l’intellettuale di sinistra. Un po’ di buonismo e di progressismo a casaccio erano gli ingredienti indispensabili per ottenere l’approvazione di tutti.
Giacomo evitò di affrontare direttamente l’affermazione di Ilaria e si limitò a chiedere:
— Ah, tuo marito era impegnato politicamente?
— Sì — rispose Ilaria disinvolta. — Mio marito è stato un militante di Avanguardia Operaia, fino a Democrazia Proletaria.
Clara non riusciva a credere alle sue orecchie. Cosa si stava inventando la sorella? Con Giacomo rischiava di fare una figuraccia, su certe cose non bisognava scherzare. Cercò di intervenire, ma un’occhiataccia della sorella la bloccò.
Giacomo non sapeva granché di Ilaria e della sua vita. L’amica le aveva detto che era sposata con uno molto più grande di lei, che era un primario, uno importante, ma tutto finiva lì. E lui non era interessato a sapere molto di più. Era molto più attratto dal mondo femminile in sé che non dalla sua controparte maschile, e non ne capiva quasi mai le scelte in campo. Anche in questo caso preferì non approfondire, limitandosi ad un laconico «Ah…».

Ma Ilaria non aveva parlato a caso e, senza guardare la sorellastra, che cercava di mandarle dei segnali silenziosi per convincerla a lasciar perdere, proseguì rivolta a Giacomo.
— Anche tu sei stato un militante di Avanguardia Operaia, vero?
Era una domanda o un’affermazione? Questo si chiese Giacomo, osservando quella splendida… ragazzina. Sì, ragazzina, almeno in confronto a lui. E questo divario generazionale era acuito ancora di più dall’argomento che stavano trattando. Perché in realtà Ilaria era una donna fatta, una madre, una professionista, ma riguardo a quel tempo passato, a quell’epoca… eh già, oramai si poteva proprio chiamarla epoca… non era altro che una ragazzina che non ne sapeva niente. E lui si sentiva come un reduce. Un reduce, come tutti i reduci, incompreso, perché della militanza del marito di quella creatura non gl’importava nulla, così come non gl’importava nulla di ciò che quest’ultimo pensava o avrebbe pensato. Magari era rimasto agli anni ’70, con il mondo diviso in due blocchi. Un brontosauro del pensiero, come ce n’erano tanti… ma quell’Ilaria era proprio deliziosa e non se la sentiva di troncare il discorso malamente, e quindi sorrise.
— No, non proprio. Ho bazzicato un po’ in quell’ambiente. Ma io ero di Lotta Continua e tra di noi non c’era proprio un rapporto idilliaco…
Dicendo queste parole Giacomo si rivolse a Clara come in cerca di una conferma, o meglio di una specie di appoggio culturale. Perché Clara sapeva bene quello che lui stava dicendo. Per quella ragazzina lì probabilmente gli extraparlamentari di sinistra erano tutti gli stessi. Non sapeva nulla delle contraddizioni, delle differenze, delle lacerazioni anche dolorose che attraversavano le varie frange di quel mondo.  Sarebbe stato difficile spiegarlo, e non ne aveva nemmeno voglia. Tempo perso, allora come oggi. Era più facile trovare il consenso di chi sapeva.
Ilaria però non diede peso alla risposta di Giacomo e continuò:
— Sì, ma magari lo hai conosciuto. Siete più o meno coetanei. Andrea, si chiama Andrea de Andreis, era piuttosto noto nell’ambiente…
Giacomo scosse il capo, un po’ per ribadire il fatto che le parole di Ilaria confermavano l’assoluta ignoranza dei profani sulla questione delicata delle faide interne all’extraparlamentarismo di sinistra — non che ci fosse da stupirsene, erano questioni che appartenevano a un’altra era —, e  un po’ per rimarcare la sua risposta.
— No, direi proprio di no… il nome non mi dice nulla. Mai sentito.
— Ah — fece Ilaria e rimase un attimo pensierosa, come se le parole di Giacomo avessero svelato una verità assolutamente insolita, quasi che la conoscenza dei due fosse data, fino a quel momento, assolutamente per scontata.
Per Clara, a essere scontata era la risposta di Giacomo. Il marito di sua sorella non era in Italia in quegli anni, e non capiva dove Ilaria volesse andare a parare. Cosa credeva che le potesse dire il suo amico?  Che si inventasse una conoscenza fasulla?
Guardò la sorella con aria interrogativa.
— E… Rudy… Rudy, lo conoscevi?
Le parole di Ilaria esplosero nel silenzio come il trillo della sveglia nel profondo della notte.
Lo stupore, se pure per differenti motivi, colse sia Clara che Giacomo facendoli sobbalzare sulla seggiola.
La prima era ormai convinta che la sorella fosse impazzita. Gliel’aveva detto che bisognava andarci piano con la storia di Rudy, e invece quella ora cosa credeva di fare?
Il secondo, invece, non riusciva a capacitarsi del fatto che quella… sì, quella ragazzina… avesse pescato dal cesto quel cimelio, quel nome che apparteneva a un passato assai più che remoto. Ad un’era arcaica nella quale lei non poteva stare trovare posto. Eppure lo aveva tirato fuori. Misteri delle giovani generazioni.

— Rudy?… Rudy come? — chiese Giacomo, simulando in maniera goffa un’indifferenza che palesemente non aveva. Era irrequieto sulla sedia, e il suo sguardo vagava tra le due sorelle in cerca di un punto di gravità che non riusciva a trovare. Quella chiacchierata stava prendendo una piega di cui non riusciva a capire il senso. Rudy, Avanguardia operaia, Lotta continua… sembrava il risveglio di fantasmi in una notte di Valpurga estemporanea.
— Mah… Rudy e basta, credo. Penso… penso che si facesse chiamare così… non so il suo nome, il suo vero nome… — replicò Ilaria con aria smarrita.
Ecco, pensò Clara, abbiamo fatto la frittata! Ed ora come ne usciamo da questa faccenda? Cosa pensa di fare quella scriteriata di mia sorella? Gli diciamo che stiamo cercando quella merda di Rudy per mettergli il sale sulla coda?
Giacomo si mise a fissare Ilaria. Ritrovò la compostezza a sedere, incrociò le mani sotto il mento e, dopo una breve pausa, domandò a mezza voce:
— Ma cosa ne sai tu di questo Rudy? Un nome che forse non è nemmeno il suo… perché ti interessa? Cosa vuoi sapere? Perché dovrei conoscere questa persona?
Clara voleva intervenire, ma un cenno repentino della sorella le troncò le parole sul nascere.
Ilaria abbassò gli occhi e rispose, un po’ come se si vergognasse.
— Non so… scusa, ho provato… è che… ma no, non importa… no, davvero, non importa… perché…
— Perché…? — la incoraggiò Giacomo, rilassando un momento la sua espressione indagatrice.
— Ma no, non… —fece Ilaria schermendosi — … insomma, ho sentito nominare questo Rudy da Andrea un sacco di volte. Sì, quando mi racconta della sua giovinezza e… e insomma questo Rudy è, doveva essere, il suo migliore amico, ma poi si devono essere persi di vista e… insomma io questo qui non so nemmeno chi è, ma…
— Ma? – dissero all’unisono Giacomo e Clara, uno con la voce e l’altra col pensiero.
— Va bene — proseguì Ilaria, come se l’avessero costretta a liberarsi di un segreto il cui fardello era portato a fatica — … tra poco Andrea compirà sessant’anni. E io volevo organizzargli una festa, ma un qualcosa di speciale. Un qualcosa che non può aspettarsi… e cercare di radunare i suoi amici, tutti, tutti quelli che riesco a ritrovare, soprattutto quelli dispersi… be’, mi pareva una bella idea. Sono una stupida?
Come si rilassano i muscoli dopo uno sforzo fisico intenso, così la tensione che si era accumulata durante quel breve scambio di parole si dissolse all’istante. Fascisti, comunisti, gli anni di lotta, il sangue, le bombe, le ideologie erano stati tutti messi in riga al servizio di una donna che voleva fare una sorpresa al marito. Una donna innamorata che andava a scavare, assolutamente inconsapevole, in un cumulo di macerie accumulatesi nel tempo, senza la paura di essere travolta da un possibile crollo. E come avrebbe potuto? Quelle macerie per lei non rappresentavano nulla, se non la possibilità di fare una sorpresa al suo uomo.
Clara guardò la sorella: la sua espressione da bambina affranta in cerca di conforto era da manuale. Che faccia tosta!
Giacomo sorrise. Davanti a quegli occhioni che gli avevano fatto una richiesta così banale si sentì terribilmente vecchio. Vecchio e superato. Forse era un bene che il mondo appartenesse a questa generazione cui non importava nulla di quello che era stato. Erano cose vecchie e senza più nessun senso. E più sentiva che in qualche modo quelle cose vecchie facevano parte di lui, più si avvertiva irrimediabilmente lontano da quella bellissima ragazza che, in qualche modo, gli aveva fatto battere il cuore.
C’era un soffio di tristezza nelle parole di Giacomo.
— Ma tuo marito era proprio amico amico di Rudy?
— Sì, cioè credo di sì — rispose Ilaria con noncuranza. — … almeno lo nomina spesso e ne parla come… sì, insomma, mi sembra che il rapporto fra loro fosse molto stretto, ma perché? Lo conosci, tu?
— No, non l’ho conosciuto. Ne ho sentito parlare e… Rudy non era il suo nome. Si faceva chiamare così, un nome di battaglia, come un guerrigliero. Come i partigiani durante la Resistenza, per non far conoscere il nome vero, per non farsi prendere…
Una lieve smorfia di amarezza piegò la bocca di Giacomo: una nostalgia, o un’insensatezza di cose passate, gli attraversò il pensiero. Sembrava impossibile che solo trent’anni prima, in una realtà che, almeno apparentemente, non si discostava molto da quella presente, fossero normali cose così. Uno studente-partigiano. Un guerrigliero-universitario, laddove l’unica guerriglia che c’era era per un verso reale, dato il sangue e il dolore versati, ma allo stesso tempo fittizia, perché non dichiarata, non necessaria e strisciante, in un Paese che faceva finta di non vederla. Una sensazione ambivalente stringeva l’anima di Giacomo. La consapevolezza della folle assurdità di tutto ciò che era stato, e al contempo lo struggimento per un trascorso vitale e appassionato. Una rivoluzione forse perduta, ma combattuta senza risparmio da una parte e dall’altra. Probabilmente un tragico gioco che soltanto i giocatori pigliavano maledettamente sul serio.
O forse era solo la malinconia di una giovinezza consumata che faceva apparire quel passato così pieno di vita e forse anche di gloria? Quella giovinezza che era ancora così prorompente, ora, di fronte a lui, nell’incarnato di quella creatura che gli chiedeva un ricordo che appagasse il suo bisogno? E che lo inchiodava al suo ruolo di cimelio di un tempo che non era più.
— Anche tuo marito era un… guerrigliero? —  chiese Giacomo, cercando nell’ironia la forza per superare quello sconforto che gli montava dallo stomaco.
Ilaria non colse il leggero sfottò nelle parole di Giacomo, ma nel suo pensiero si concretizzò l’immagine di Andrea. E lo rivide, con il suo camice ben stirato, a dire le parole giuste ai pazienti, a snocciolare conoscenza ed esperienza ai colleghi che lo stavano a sentire in religioso silenzio, con la sua calma, le sue capacità, il suo fascino ma anche il suo candore, che lo rendevano unico e, forse, irraggiungibile. E allo stesso tempo lo rivedeva nella loro intimità con la sua fragilità, la sua passione e la sua dedizione a lei che, a volte, la facevano sentire unica, e quindi lo rendevano così indispensabile nella sua vita.
Andrea un guerrigliero?
Ilaria rispose sorridendo.
— Mah… no, non credo…
Il sorriso di Ilaria restituì a Giacomo tutta la vacuità del suo sarcasmo. Cosa poteva importare a lei di chi o cos’era Rudy? Cosa ne sapeva di quell’universo in cui c’erano i compagni, e che come tutti gli universi conteneva i buoni e i cattivi, quelli che capivano e quelli che seguivano la moda, quelli disposti al sacrificio e quelli che se ne approfittavano. Quelli che lottavano per il popolo e quelli che lo facevano solo per se stessi. E quelli come Rudy, che non gli piacevano, che non conoscevano il valore del sangue, ma che potevano usarlo a propria discrezione, senza nessuna riflessione se non il proprio vantaggio. Fosse anche solo quello della propria reputazione. E poi scomparire, come aveva fatto lui, servendosi dei propri privilegi e lasciando un falso mito a nutrimento dei più instabili.
Non poteva importagliene nulla. E forse non era davvero importante in assoluto.
Come se non le avesse chiesto nulla, Giacomo proseguì.
— Quando entrai in contatto con i dirigenti di Avanguardia Operaia Rudy non c’era più. Aveva lasciato l’Italia. Doveva aver fatto qualcosa e l’aria di qui non era più respirabile per lui. Aveva buoni appoggi e scomparve. Non so cos’avesse combinato. So che poi fu tirato in ballo per una faccenda di sangue. Dissero che era il mandante di una sprangata finita male, ma nessuno sapeva più niente di lui. Sparito nel nulla.
Ilaria osservava Giacomo fingendo un profondo interesse. Anche se ne sapeva più lei su Rudy che non l’amico di sua sorella. Avrebbe voluto fargli delle domande dirette ma non poteva scoprirsi.   Rivolgersi a Giacomo si era rivelato un buco nell’acqua. In fondo Clara gliel’aveva detto, ma valeva la pena tentare lo stesso.
— Non saprei proprio come recuperarlo…— continuò Giacomo. – Con quelli di Autonomia noi…—
Interruppe il discorso.
Stava di nuovo tornando sul sentiero dei ricordi. Ma quello era un sentiero solitario e non interessava a nessuno.
— Mi spiace — concluse Giacomo con un sorriso.
Ilaria si strinse nelle spalle cercando di manifestare tutta la delusione possibile per quella sorpresa impossibile da realizzare. Aveva sperato di poter fare qualcosa di veramente inaspettato per il suo uomo ma, evidentemente, il destino non le era favorevole. Una breve tristezza appannò i suoi begli occhi azzurri.
Clara riportò la situazione nella banalità corrente.
— Nessuno vuole il dolce?
Ma di quella breve tristezza Giacomo non riusciva a non sentirsi responsabile.

(10 – Continua)

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