9 – “L’etica opposta alla logica”

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Ma chi l’ha detto che, a volte, la banalità non è necessaria?
Per le vie del centro, Clara e Ilaria regalavano sguardi distratti, e talora un po’ ingordi, alle vetrine dei negozi colmi di griffe. Non dovevano comperare nulla, ma stavano solo celebrando il rito consumistico del guardare per farsi venire la voglia. Quello stuzzicare dei bisogni non necessari che è tipico delle nostre società fondate sul mercato e mantenute dallo stesso.
Da quanto tempo Clara non “andava per negozi”?
Da sempre, si sarebbe detto. La militanza politica prima e poi l’abitudine l’avevano sempre tenuta lontano da quei passatempi “borghesi”. A vedere le vetrine del centro ci andavano le signore bene o le sciacquette che avevano bisogno di alla seguire la moda per sentirsi qualcuno. Lei si vestiva ai grandi magazzini o alle rivendite di roba militare. Sempre pochi soldi da spendere ma, soprattutto, nessun tempo da dedicare a simili grullerie.
Il consumismo, la moda, lo shopping erano cose troppo “americane”. E dagli States non veniva niente di buono, esattamente come dal mondo comunista.
Era la famosa terza via: né con la Russia né con gli USA.
Già, la terza via… chissà poi che fine aveva fatto? Oggi erano tutti liberisti, libertari e liberati; e della terza via… ammesso che fosse qualcosa di più che un’utopia affascinante… non ci si ricordava nemmeno. Eppure, allora era abbastanza chiaro. L’anticomunismo era incontrovertibile e netto, ma anche l’opposizione all’egemonia atlantica era, o avrebbe dovuto essere, altrettanto ferma. Bene o male, il fascismo era crollato per colpa delle plutocrazie capitaliste.
Sì, c’era qualche imbecille che si sentiva neofascista perché gli piacevano i marines, ma rimaneva appunto un imbecille.
Poi s’era addirittura esagerato. Per alcuni il nemico non erano più i rossi, ma soprattutto i liberisti americani. Il grande fascismo rosso, lo sfondamento a sinistra, la nuova destra e cose così. Cose che facevano diventare i confini tra fasci e compagne più nebulosi, anche se si continuava a massacrarsi a vicenda. Ma si stava già incasinando tutto e di lì a poco, fatte salve alcune velleità pseudo-culturali e una reale appropriazione di cattedre universitarie, assessorati, presidenze, posti di deputato, sindaco e quant’altro, l’esperienza neofascista sarebbe finita insieme alla terza via, alla guerra tra rossi e neri eccetera eccetera…
Però, cazzo, lo shopping era proprio una cosa da borghesi.

Con questi pensieri che s’accavallavano senza un ordine preciso Clara seguiva Ilaria che, invece, allo shopping era discretamente affezionata. E nell’osservare questa “nuova” sorella così spensierata a Clara venne anche da riflettere che, forse, quell’integralismo militante che le aveva fatto aborrire uno dei principali riti consumistici era un po’ esagerato. Non che ora fosse particolarmente interessata all’ammiccamento delle vetrine; avrebbe continuato, sia per disponibilità economica che per disinteresse, a vestirsi ai grandi magazzini senza fare particolarmente caso ai tagli e alle forme, ma non le pareva di trasgredire a chissà che codice nel buttare un occhio a quei templi della moda e del consumo. Era anzi piacevole seguire quella ragazza che non si faceva troppe menate se le veniva voglia di un paio di scarpe firmate o di una giacchetta estrosa. Forse perché era piacevole stare con Ilaria.
A dispetto di un’apparenza un po’ frivola, la ragazza aveva un cervello di prim’ordine. E anche il cuore era al posto giusto. Non era particolarmente interessata alle questioni politiche e questo, dati i tempi, tornava tutto sommato a suo onore; non dichiarava schieramenti preconfezionati, ma le piaceva andare in fondo alle cose, cercare di capire, darsi spiegazioni senza quel velo di pregiudizio che troppo aveva ingannato i giovani della sua generazione. Sia neri che rossi. Allora c’era la mania di ragionare “a priori”, il che era una solenne cazzata. Clara l’aveva vissuto sulla sua pelle, e l’aveva pagato molto caro.
C’è sempre da imparare, anche da una sorellina più giovane, recuperata per chissà quale strana ventura.

Anche Ilaria si sentiva bene con Clara.
Si divertiva a farle un po’ da cicerone in quella sua buffa ignoranza di marchi e di negozi.
Era veramente insolita tutta quell’inesperienza. Una ragazzina di sedici anni si sarebbe mossa con più disinvoltura in quel bengodi dell’acquisto. Ma allo stesso tempo era attratta dal rifiuto di Clara. Quell’integralismo ideologico, perché di questo si trattava, che era così assorbito nella sfera esistenziale da influenzare i comportamenti quotidiani, aveva un suo fascino.
Era una cosa di altri tempi, anzi no, forse di un altro mondo.
Oggi, nella massa degli individui, chi si sarebbe mai fatto condizionare da una scelta ideologica?
Tra i suoi amici e coetanei pochi professavano un credo, una fede o alcunché di simile. Ma sicuramente nessuno, anche di quei pochi che si dichiaravano filoqualcosa, avrebbe esibito un comportamento “diverso” in nome di questo qualcosa.
Sicuramente il mondo contemporaneo, almeno per quanto riguardava la massa, aveva decretato la fine delle ideologie. Ma Ilaria aveva l’impressione che fosse anche la fine degli ideali. E la vicinanza di questa sorella maggiore che probabilmente faceva un po’ di confusione tra le due categorie, ma che non aveva esitato a mettersi in gioco per questioni di credo, le creava una situazione ambigua tra l’orgoglio familiare e la disillusione esistenziale.
Erano dunque così futili i tempi da lasciare ormai spazio soltanto agli umori del mercato? Erano così disincantati o abulici i giovani da seguire, salvo sporadiche e non sempre positive eccezioni, solo quello che portava al piacere, all’appagamento dei sensi e dei bisogni materiali?
Ilaria ripensò a quello che le aveva detto Clara poco prima.
— Certo che fa effetto andare in giro così. Senza dover fare attenzione a dove passi, per non rischiare di pigliarle dai nemici se transiti nelle “loro” zone, oppure senza doverti informare della manifestazione giornaliera con guerriglia annessa. Pensa che quand’ero ragazza il sabato scherzavamo sempre dandoci gli appuntamenti a seconda degli orari dei vari cortei, tipo ci vediamo in piazza lì tra il corteo delle quattro e quello delle sei, oppure siamo in via là dopo il corteo delle cinque. Era veramente demenziale…
Già, un po’ era demenziale.
Oltre che pericoloso.
Forse era meglio fare shopping, anche se la cosa suonava decisamente più banale.
— Dai, sediamoci in quel caffè, che pigliamo qualcosa — disse Ilaria rivolgendosi alla sorella.
— Volentieri, sono stanca morta — rispose Clara sorridendo.
Era l’ora dell’aperitivo: un mojito o una caipirinha erano la giusta conclusione di quel pomeriggio così rilassante. Anche la banalità ha i suoi vantaggi, in fondo.
— L’altro giorno, quando sono stata a casa tua — incominciò Ilaria a un certo punto — sono stata forse un po’ invadente. Con le mie domande sono entrata nella tua vita come un TIR, magari ti ho dato un po’ di fastidio…
— Ma figurati — rispose Clara con uno sguardo pieno di indulgenza. — … anzi, mi ha fatto piacere. Almeno ci siamo conosciute un po’. Non mi dispiace metterti al corrente del mio passato: è trascorso così tanto tempo che a volte mi pare di non averle neanche vissute, certe cose. Un po’ di memoria non fa mai male.
— Sì, però la memoria a volte è molesta o addirittura dolorosa…
— È vero, però fa parte di noi. Rivivere il nostro vissuto, sbagli ed errori compresi, quando non è un macerarsi nella malinconia, è importante. Aiuta a capirsi, serve per completarsi, per spiegarsi a se stessi. Noi siamo come siamo, ma siamo anche quello che siamo stati e l’ambiente in cui viviamo e abbiamo vissuto ha un’importanza fondamentale nell’essere come siamo. Ripercorrere i sentieri vissuti ci aiuta a non smarrire la strada che ci resta da fare. Ovviamente a patto di saper fare ammenda, di saper pagare gli errori e di essere in grado di leggerci nel tempo…
— Non capisco cosa vuoi dire con “leggerci nel tempo”.
— Vuol dire saper distinguere nelle nostre azioni il valore assoluto da quello relativo. Voglio dire che ci sono i princìpi, quelli che dovrebbero avvicinarsi alla verità, quelli che fanno di noi la nostra parte più vera e autentica. Princìpi che resistono al tempo e ci caratterizzano nel profondo. E poi invece ci sono certi comportamenti che, magari anche ispirandosi ai nostri princìpi, sono in realtà molto dipendenti dalla condizione in cui stiamo vivendo, dal costume, dall’ambiente. Da quello che sono le situazioni contingenti, insomma. Ed è importante non solo tenere le due cose ben separate, cosa non facile in realtà, ma capirne bene la differenza di valore.
— Quando ho parlato ad Andrea dell’omicidio di Stefano — interruppe Ilaria — cercando di sondarne l’opinione riguardo l’accaduto e, quindi, comprenderne il giudizio, lui mi ha detto che per prima cosa bisogna valutare il contesto. È a questo che ti riferisci?
— Sì, in un certo senso. E sia in positivo che in negativo. Per esempio, quando noi facevamo il saluto romano mettevamo dentro a questo simbolo tutta una rabbia, una voglia di sentirci diversi, un bisogno di opporci a quello che era, o almeno credevamo che fosse, il mondo politicamente corretto. Mondo che ci andava stretto, che non ci piaceva e di cui sentivamo tutta la falsità, un imbroglio che veniva venduto per democrazia. E allora andava bene così. Ma il saluto romano in sé non era una cosa fondamentale, un principio, una necessità. Era solo un qualcosa preso a prestito da una realtà che non c’era più, che non ci sarebbe più stata, ma che in quel momento ci dava un’identità, un’appartenenza. Ma quello che contava era altrove. E se incontrandoti oggi ti facessi il saluto romano, be’, penso che mi riterresti vittima di un colpo di sole. Sicuramente il contesto è fondamentale, ma non deve essere un alibi. Il fatto che in determinati momenti storici, sottoposti a certe pressioni ambientali, suggestionati da comportamenti comuni, le nostre azioni possano essere, come dire, “pilotate” in un certo modo è comprensibile e anche giustificabile. Ma l’ambiente, il contesto appunto, non giustifica tutto. Io potevo trovarmi in uno scontro di piazza e per una serie di circostanze sfavorevoli avrei anche potuto fare del male a qualcuno… forse anche uccidere…
Clara fece una pausa come a inseguire ricordi lontani e poi riprese.
— …Ma è un’altra cosa uccidere uno a sangue freddo, in un agguato, di sorpresa, senza possibilità di difesa. Questa azione non è causata dal “contesto”, ma dalla volontà personale, convinta che quella stessa azione sia da compiere perché giusta.
Ilaria rimase in silenzio.
Il pensiero della sorella l’aveva colpita. Soprattutto perché ne aveva percepito la sostanziale differenza da quello del marito. Il contesto di Andrea — anche se poi aveva negato, ma come in una estrema fuga in difesa — era totalmente giustificativo. Quello di Clara no. E perché poi? Tra i due, il moderato era sicuramente suo marito. In Clara, anche se ne percepiva bene il distacco, le disillusioni e l’effetto logorante del tempo, restava presente un guizzo di militanza politica, se non altro come nostalgia vivace e amara. La sorella era una donna colta e intelligente, ma aveva ancora ragionamenti “di stomaco”. Era viscerale, la tensione politica era ancora sotto la sua pelle. Non si sarebbe stupita se nei suoi racconti se ne fosse uscita con un “quei compagni di merda!”.
Andrea invece era freddo e distaccato. Era un uomo pacato e razionale, che esaminava i fatti con la lente dello storico. Non c’era, non ci poteva essere, anche solo perché non vissuto, un coinvolgimento viscerale.
E allora perché non aveva nemmeno pensato a quel distinguo così preciso fatto da Clara?
Il contesto giustificava anche la sprangata mortale? Ripensandoci, Ilaria avrebbe detto che nel ragionamento di Andrea la risposta sarebbe stata “sì”. Strano, non era da lui.
Probabilmente, era proprio perché il marito era così strettamente logico nei suoi ragionamenti che, seguendo le coordinate del pensiero, non aveva dato peso alla criminosità dell’azione. Quel distacco invece non apparteneva a Clara, che bene o male quella tragicità l’aveva provata sulla pelle e dunque non poteva non valutarne il peso.
L’etica opposta alla logica?

Ilaria abbandonò quel pensiero e si rivolse alla sorellastra.
— Abbiamo parlato di tante cose, talmente tante che poi non ti ho chiesto la cosa che mi stava più a cuor
— Dimmi…
— Cosa sai di quel Rudy? Avrebbe dovuto essere il colpevole principale, quello che aveva organizzato e guidato il commando di picchiatori. Quel poco che ho letto del processo ne parla poco, come di una figura evanescente; e non mi pare si siano dati tanto da fare per trovarlo. Eppure… eppure era lui il responsabile…
— Mah… — rispose Clara — di colpevoli principali e responsabili se ne possono trovare parecchi. A partire dai tanti, troppi cattivi maestri che hanno soffiato sul fuoco di quella subdola guerra civile degli anni ’70. Politici, ideologi, intellettuali — sì, soprattutto intellettuali — che sostenevano il massacro come indispensabile, giustificando e spesso appoggiando la violenza a dispetto di qualsiasi buon senso. Maestri che ci spingevano a combattere, che illudevano, che dicevano il falso. Persone che oggi, senza nessuna vergogna, sostengono esattamente l’opposto di quanto predicavano allora e nemmeno provano a farne ammenda. E ce n’erano sia a destra che a sinistra… i colpevoli, già… e il Pellegatta allora? Quello ha venduto Stefano ad Avanguardia Operaia. L’ha segnalato lui, sapeva bene cosa sarebbe accaduto. Eppure, nemmeno lui è mai comparso davanti a un tribunale. Oggi sarà un tranquillo padre di famiglia che racconta ai figli le gesta eroiche della sua lotta giovanile, o magari uno che cerca di nascondere il suo passato perché è diventato un pezzo grosso nel mondo della finanza — e lì i trascorsi rivoluzionari non li vedono tanto bene… Certo, poi c’è Rudy. Quello sì che l’ha proprio fatta franca…
— Ma scusa, nessuno sa che fine ha fatto? Non avete provato a cercarlo? Non c’era desiderio di vendetta?
— Certo che c’era, ma non è così semplice. Ai tempi noi non eravamo così forti da avere un servizio di intelligence che ci segnalasse vita morte e miracoli dei militanti rossi o dei loro capi-bastone. In questo i compagni erano molto più avanti. In molte sedi dei movimenti extraparlamentari di sinistra sono state trovate vere e proprie schedature dei neofascisti, o presunti tali, con indirizzi, fotografie, indicazioni di abitudini, insomma pronti per essere pizzicati in caso di, diciamo, necessità…
Clara guardò Ilaria scuotendo mestamente il capo, come a dire “che razza di mondo era quello lì…”, e proseguì.
— Noi non eravamo così organizzati.  Eravamo dei dilettanti, e a volte anche stupidi. Per anni abbiamo creduto che l’omicidio di Stefano fosse stato combinato da due esponenti di un comitato antifascista di quartiere. In realtà erano sì due farabutti, ma con Stefano non c’entravano niente. E uno s’è beccato il piombo di uno di noi passato alla lotta armata. Una bella vendetta del cazzo, vero? Poi, quando sono stati presi i veri responsabili, siamo rimasti stupiti anche noi, però ormai quegli anni stavano finendo e non c’erano più, ammesso che ci fossero mai state, la voglia e l’organizzazione per andare fino in fondo. Ci siamo accontentati dei criminali trovati, e ti assicuro che non è stata cosa da poco, dato che la maggioranza dei delitti perpetrati in quegli anni o non hanno colpevoli o i colpevoli, quando ci sono, sono latitanti in qualche parte del globo, quanto a Rudy, se ne andasse affanculo.
— Ma come è possibile che uno sparisca così?
— Soldi, complicità, organizzazione… Rudy doveva esser figlio di qualche potente che non ha fatto fatica a farlo sparire e nemmeno a comprarsi il silenzio di chi sapeva. Poi, probabilmente, l’organizzazione era così ben strutturata che i membri del commando veramente non lo conoscevano. E chi lo conosceva o ha fatto perdere le sue tracce o, come dicevo, è stato pagato bene per mantenere il silenzio. Che poi non c’era questo grande interesse a trovarlo, sia perché la protezione era quasi invulnerabile, sia perché, comunque, dei colpevoli veri già c’erano.
— Be’… è incredibile…
— Veramente… Quando ti parlo di queste cose mi sembra tutto incredibile. Che siano accadute, l’averle vissute e… e essere ancora viva e con una vita da vivere. Quando mi hanno messa in gabbia pensavo che la mia vita fosse finita e mi sentivo una martire immolata all’idea. Solo tempo dopo ho realizzato che invece di essere una martire dell’idea ero solo una scema che non aveva fatto attenzione al mondo che la circondava. Ma tutto sommato mi è andata bene e me la sono cavata con poco. A molti altri non è andata così.

Le parole correvano sempre più leggere tra le due sorelle. I racconti e le domande si intrecciavano in una voglia di conoscersi sempre maggiore. Non c’era volontà di giudizio, ma solo desiderio di capirsi. Come se il buco generazionale tra loro si volesse colmare. Come se i loro due mondi, affatto diversi, addirittura agli antipodi, cercassero un incastro per capirsi, per dare un senso di continuità a quel legame di sangue che, a dispetto della generazione e del mutare dei tempi, faceva sentire la sua stretta.
Spesso i ricordi di Clara avevano un qualcosa di mirabolante se esaminati alla luce della realtà attuale di Ilaria, la cui generazione sembrava non portare segni di quella specie di guerra civile che, almeno per i guasti causati, avrebbe dovuto lasciare ben altre cicatrici. Ma al di là dei fatti c’era una comunanza di sentimenti e di sensazioni che avvicinava le due donne.
Era bello restare lì a parlare e sentirsi addosso la stessa voglia di autenticità, anche riconoscendo i propri errori ma sempre con la certezza di averli commessi in buona fede, senza calcoli o secondi fini. Una voglia di andare a fondo del proprio sentire, senza alibi o concessioni. Un viaggio nel profondo del cuore non importa quanto doloroso.
Il tramonto sulla piazza dava spettacolo. Sedute ai tavolini del caffè le sorelle si godevano quel crepuscolo come se fosse un’opera d’arte esposta in un museo. Con lo sguardo perduto nell’orizzonte, assorbivano quella bellezza come se le aiutasse a fare luce dentro di sé. E a comprendere di sentirsi chiamate a qualcosa di assai superiore al proprio piccolo ego abitudinario.
— Io devo trovarlo — sussurrò Ilaria.
—Scusa, come hai detto?!
— Sì, quel Rudy, io lo devo trovare. Voglio sapere che fine ha fatto. Non può essere scomparso nel nulla.
Il sorriso consapevole con cui Ilaria accompagnò queste parole fece sgranare ancora di più gli occhi alla sorella.
— Ma cosa stai dicendo?
Evidentemente la suggestione del tramonto stava facendo straparlare la sorellina.
— Quello che ho appena detto. E tu mi devi aiutare.
— Ma ti rendi conto? Sono passati trent’anni! Magari è pure morto…
— Se è morto pace all’anima sua, ma io credo che si possa fare un tentativo. In fondo nessuno l’ha mai cercato. Prima perché non si sapeva e dopo perché non si voleva. Magari ha pure assistito al processo e nessuno se ne è accorto. I tempi sono cambiati e forse, con un po’ di fortuna…
— Un po’ di fortuna? Ci vorrebbe un culo pazzesco. Uno che è riuscito a scomparire così, a non essere più trovato stai tranquilla che non ha nessuna voglia di essere ripescato. Sicuramente si guarda le spalle…
— Mah, forse questo poteva valere fino alla fine degli anni novanta. Oggi tutto quello che è successo negli anni di piombo è stato dimenticato, archiviato. Al punto che quando ne parliamo ci sembra di raccontare cose dell’altro mondo. Secondo me oggi potrebbe essere più facile che quindici anni fa. Anche chi si guarda le spalle dopo tanti anni ha solo voglia di normalità.
— Veramente mi sembra una cosa molto campata per aria… e poi, da dove cominciare?
— Pensavo di sentire qualcuno dei tuoi… dei tuoi camerati. Magari sono girate delle voci…
— Ma no, ti ho già detto che nel mio ambiente i sospetti erano totalmente fuori strada. Nessuno sapeva niente di certo, e se lo avesse saputo probabilmente ci sarebbero state delle conseguenze… no, non credo proprio che… ma, aspetta…
Ilaria si sporse sulla sedia. Forse la sorella aveva trovato una soluzione. Senza mascherare l’impazienza la incalzò.
— Allora, dimmi, ti è venuto in mente qualcosa?
— Ma… pensavo… forse è un’idea balorda, però…
— Però?
— Eddài… non ci facciamo prendere dall’entusiasmo, è solo un’idea bislacca…
— Meglio che niente, no? Allora?
— Pensavo a Giacomo Terzi…
—  E chi è Giacomo Terzi?
— Un amico.

(9 – Continua)

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