Pensiero critico: Eduard Limonov

Eccentrico e folle: geniale, a suo modo. Più che un uomo è un “sintomo” e la sua vita un’avventura nel cuore del nichilismo occidentale

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«Il carcere per me è stato come un monastero. A me è piaciuto starci, è un luogo in cui l’uomo si incontra con il caos ultraterreno. In carcere sono diventato più intelligente e saggio. Cerano persone che ogni giorno facevano un segno sul muro, contavano i giorni per uscire. Io ho avuto un altro approccio, e l’avrei avuto anche se mi avessero condannato a 15 anni, ne sarei uscito morto, ma non importa. Ho detto adesso vivo qui”, e mi sono messo a vivere, anche in carcere». Così parlò Eduard Limonov (1943), in una intervista rilasciata a Bruno Giurato per l’Inkiesta, nel 2018.

In effetti lo scrittore russo, somma delle contraddizioni e dei deliri contemporanei, non potrebbe stare più a suo agio in nessun altro luogo che non assomigli a un carcere o a un monastero. Meglio se il monastero fosse anche un luogo di detenzione dove scontare una pena. Ne sarebbe felicissimo Limonov, per gettare dalle sbarre palate di sterco contro la sua contemporaneità che l’adora per quanto lui la schifi.

Uno scrittore? E cos’altro? Un leader politico mancato (ha fondato il partito Nazional-bolscevico in Russia) non certo portando sugli altari uomini come Niekisch o i fratelli Strasser, raccogliendo pochi voti di sbandati attratti dal suo anticonformismo che si sostanzia in una formuletta ormai conosciuta: non esistono più la destra e la sinistra, ma soltanto il popolo contro le élites.

La verità è che Limonov, geniale quanto si vuole, non ha mai scritto un libro che rivelasse davvero il suo genio politico, oltre le indiscutibili doti letterarie. A meno di non volerlo considerare una sorta di Charles Bukovski in sedicesimo, per il quale la pornografia può essere declinata anche politicamente.

Deve tutto non alla sua arte (discutibile) ma a un altro scrittore francese, Emmanuel Carrère, che della sua vita ha fatto un romanzo, Limonov, appunto, pubblicato da Adelphi in Italia nel 2012 (l’anno prima era uscito in Francia stupendo borghesi, proletari e intellettuali naturalmente), attraendo una destra piuttosto confusa e facendo inorridire una sinistra in via d’estinzione.

Le sue esperienze omosessuali, da marito infedele e poi divorziato, bigamo, poligamo e quant’altro, tra New York e Parigi dove ha vissuto; il suo anticonformismo esibito da straccione nella Russia di Putin, l’amicizia (non confermata) con il filosofo Aleksandr Dugin, teorico dell’Eurasia, amato dalla nuova destra (soprattutto francese). Poeta, autore di romanzi auto-biografici che hanno riscosso successo in Francia, con molto sesso a buon mercato e altrettante scurrilità quasi fosse un dovere decantare il suo mal di vivere per sentirsi contro questa società da nichilista “duro e puro”. Guerrigliero a fianco dei serbi (ma non risulta che abbia sparato neppure un colpo), leader, come s’è detto, nazional-bolscevico (ma qualcuno uscendo dal tunnel degli anni Trenta dovrà pure definirla questa sottocategoria della Rivoluzione conservatrice che oggi, francamente, non vuol dire molto, posto che i nazionalisti si sono caricaturizzati da sovranisti e i bolscevichi sono diventati liberal-democratici).

Si descrive come nazionalista moderato e socialista dalla “linea dura”, oltre che attivista dei “diritti costituzionali”. Gli piacciono Stalin ed Evola, Bakunin e Mishima, Mussolini e Lenin, la banda Baader Meinhof e i Sex Pistols. Scrive sul quotidiano che ha fondato, Limonka, dopo aver bivaccato a Parigi all’Idiot international. Soprattutto non si rassegna alla fine dell’Unione sovietica o, meglio, a un sogno di grandezza nazionale. Pochi giorni fa ha detto a Repubblica: «In qualche modo, siamo riusciti ad andare avanti, ma il nostro obiettivo è quello di riprenderci tutti i territori abitati da Russi: le parti orientali dellUcraina e alcuni territori del Kazakistan. Non è naturale che le grandi nazioni diventino piccole e insignificanti. LUnione Sovietica è il nostro Impero romano, noi continuiamo a guardare al nostro passato con orgoglio». Non c’è replica. Come lui la pensa il 99% dei russi. Dovrebbe stare alla Duma, ma dorme e si sbronza dove capita.

Non si può condividere tutto quello che scrive, ovviamente, ma neppure negare che la sua vita sia un’avventura nel cuore del nichilismo occidentale. Che descrive assai bene fingendo di compiacersi nell’ appartenervi. A settantasette anni è un vecchio ragazzo, le sue iperboli vengono comprese da chi ha cinquant’anni di meno: questo ne fa un uomo postumo. Delle contraddizioni se ne sbatte. Non vuole incendiare il mondo, piuttosto dargli forma.

Lo comprendeva, stranamente, Anna Politkovskaja, la giornalista assassinata per le sue idee politiche non proprio in sintonia con quelle del Cremlino, che lo difese quando gli intentarono un processo come sobillatore (o terrorista) fascista, capo di una milizia di skinheads. Lo considerava un eroe della democrazia contro il “putinismo” imperante.

Su Internet, Elena Bonner, la vedova di Sakharov, si esprimeva alla stessa maniera. A entrambe non dava fastidio che si dichiarasse nazional-bolscevico. Non dovrebbe darlo neppure a noi, benpensanti e malpensanti, purché Limonov si decida a precisarne i contenuti. Non può stare con Zirinovski e con Dugin. Deve scegliere. Ma lui non l’ha fatto mai, neppure quando decideva degli sviluppi delle sue pulsioni sessuali.

Comunque, nel tempo del nichilismo, un eretico irato che scrive bene è quasi un miracolo. Leggiamo dunque Il poeta russo preferisce i grandi negri (Frassinelli, 1985); Il Libro dell’acqua (Alet Edizioni, 2004); Diario di un fallito, oppure Un quaderno segreto ( Odradek, 2004); Eddy-baby ti amo (Salani, 2005). E l’ultimo apparso in Italia, risalente a qualche decennio fa: Zona industriale, (Sandro Teti, 2018).

C’è poesia. C’è furore. C’è la scrittura di un viaggiatore che sbaglia sempre strada. Affascinante, no?

 

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