Luca Telese: «L’algoritmo può rivelarsi un meccanismo pericoloso per far sparire persone e ideali scomodi»

«Le fake news sono sempre esistite. Ce ne sono anche nei libri di storia, perché alcune “leggende” sono poi divenute “verità”»

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Volto arcinoto dei talk show televisivi, Luca Telese è un giornalista e saggista che si è sempre occupato di politica e costume. Nato a Cagliari nel 1970, ha iniziato a fare il giornalista al Messaggero, nel 1989. Nel 1999 è al Giornale, chiamato da Maurizio Belpietro come redattore parlamentare, per poi passare al Fatto Quotidiano. Oltre a svariate collaborazioni ha scritto anche sei libri. Per La7 e per la Rai ha condotto diversi talk-show. La sua voce è presente su Radio 24 e la sua firma su La Verità e su Panorama. Anche a lui abbiamo posto le nostre “10 domande sul futuro dell’informazione”.

Ormai, scrivere un articolo giornalistico significa, spesso, dover trovare qualcosa che non solo possa essere interessante per il lettore, ma che abbia anche gli elementi giusti a livello di immagine (foto, video e audio) per poter diventare virale sui social: questa ulteriore problematica, a suo avviso, limita o esalta la capacità di scelta del giornalista?

«La esalta. Stiamo in mezzo a una rivoluzione per cui quello che era virtuoso può essere deleterio e quello che sembrava impossibile ora si può attuare. Ciò che cambia è la capacità dei giornalisti di diventare padroni di questa nuova lingua oppure di soccombere. La nuova tecnologia impone un nuovo codice, una rivoluzione epocale».

Spesso si sente dire che Internet è il posto delle “fast-food news”, perché ormai gli utenti hanno poco tempo e leggono solo notizie brevi. Tuttavia, di recente, c’è chi si è inventato le “slow news” come alternativa a questo approccio. Lei da che parte sta?

«Per esperienza personale sicuramente dalla parte delle “slow”, anche se per lavoro posso elaborare un paio di tweet. Ho scritto per siti, come per esempio Tpi, articoli lunghissimi che risultano tra i più letti. Il vantaggio di internet è la possibilità di non avere le “gabbie” dei giornali che ti costringono a dover scrivere un articolo di tot battute. Quindi puoi scrivere dei microsaggi anche di 20-30 mila battute. Articoli in cui riversare le proprie memorie e le proprie esperienze. Anche sui device la gente apprezza. Mi sento di affermare che le memorie lunghe diventano un bene prezioso e i siti internet consentono di coltivarle. Nel mio caso posso citare un lungo articolo sul giovane Zingaretti. Inoltre quando è morto Stefano Delle Chiaie ho scritto un articolo di 15 cartelle e se avessi avuto più tempo a disposizione mi sarei soffermato anche sul raid dei servizi italiani in Bolivia per catturarlo e in cui rimase ferito a morte Pierluigi Pagliai. Nessun quotidiano si può permettere ciò. Anche Merlo, Stella e le altre firme al Corriere della Sera dovevano sottostare alla gabbia degli articoli. Montanelli ricordava che per i suoi editoriali in prima pagina aveva bisogno di alcune ore per dover sintetizzare concetti anche importanti».

Come scriveva Walter Lippmann, le notizie formano una sorta di pseudo-ambiente, ma le nostre reazioni a tale ambiente non sono affatto pseudo-azioni, bensì azioni reali. È evidente che il fenomeno fake news vada ben oltre le classiche “bufale” e che prolifichi a seguito della ricerca spasmodica di “like” e di visualizzazioni. Secondo lei cosa manca ai media, e ai giornalisti più in generale, per riconquistare la credibilità perduta?

«Le fake news sono sempre esistite. Ce ne sono anche nei libri di storia, perché alcune “leggende” sono poi divenute “verità”. Sono cambiati i tempi per cui, in passato, magari erano affidate a un libello contro qualcuno, un instant-book, mentre oggi internet è un acceleratore di informazione e quindi anche di fake. La Nasa per controbattere a chi negava lo sbarco sulla Luna o quantomeno sosteneva la falsità delle foto che sono passate alla storia, ha dovuto pubblicare un libro. Oggi userebbe tutti gli strumenti che la tecnologia offre. Del resto su internet e sui social quotidianamente si combattono legioni dell’informazione e della controinformazione impegnate nel cercar di far prevalere le proprie tesi. Una “guerriglia” continua dove può capitare che si smentiscano con grande enfasi notiziole circolate fra poche persone. I giornalisti devono attenersi ai fatti ed essere molto attenti alle fonti».

In Italia così come altrove, la popolarità professionale dei giornalisti (e della professione giornalistica) è ai minimi storici. Qual è, secondo lei, l’errore più grave che commettono gli operatori del settore?

«Essere megalomani e superficiali. Diversi errori per diverse categorie. Ad esempio i giornalisti sportivi che si occupano di calcio pensano di essere tutti ottimi allenatori, anche se in vita loro non hanno mai giocato una partita. Così allo stesso modo i giornalisti politici raccontano la politica pensando di essere meglio del Salvini o del Renzi di cui debbono scrivere. Bisogna avere il senso della misura. Nessun dentista pensa: “Sarei meglio di Dio per costruire una bocca».

Al di là di quello che ritiene qualche politico ci pare evidente ormai, a livello globale, che il bipolarismo non sia più tra destra e sinistra, bensì tra élite di garantiti e popolo dei non rappresentati. A questo si aggiunge il paradosso tutto italiano di una democrazia orfana degli spazi in cui una classe dirigente possa nascere e crescere per formazione e non per cooptazione. Su quali basi e con quali strumenti (anche informativi) sarà possibile – secondo lei – costruire una nuova e autentica connessione tra popolo e classi dirigenti?

«Lo abbiamo visto prima con l’elezione di Trump negli Stati Uniti che ha perso sulle ricche coste delle metropoli dell’Atlantico e del Pacifico per vincere nell’America profonda. Lo abbiamo visto con il referendum per la Brexit in Gran Bretagna, poi in Italia e in Francia con le elezioni e nuovamente in Gran Bretagna con le elezioni di pochi giorni fa. La connessione sentimentale ha un prezzo per cui c’è chi preferisce perdere con le élite anziché con il popolo. In quanto se perdi con le élites ti puoi consolare meglio, puoi sempre ottenere finanziamenti alle fondazioni e cercare di trovare il modo per continuare a contare. Rispondere alle esigenze del popolo e confrontarsi con esso è più impegnativo».

Come accadde in passato con la televisione, oggi sono le esigenze del Web a controllare la nostra cultura e, in Internet, si vive o si muore di click, perché garantiscono potere e profitti della pubblicità. Esiste, secondo lei, un modo per superare il dualismo Google-Facebook?

«Sarà la grande scommessa dei prossimi anni. Sarei per una misura drastica da democrazia socialista. Penso che andrebbero statalizzati in quanto considerati come un bene pubblico. Così si risolverebbe questo grande conflitto di interesse relativo a un bene comune che però è proprietà di un privato. Esemplare in questo senso la sentenza del Tribunale di Roma riguardo ai partiti per cui ha “condannato” Facebook a riaprire la pagina di Casapound. Ci sono nazioni che sono più deboli di Google che è ormai una realtà sovranazionale. Si reputa una follia pensare a una moneta sovranista come capitato con i miniBot, però poi Facebook può pensare ad una propria moneta da far circolare e usare ai suoi due miliardi di utenti. Inoltre, Google non deve diventare il Grande Fratello di Orwell nel momento in cui, con la scusa dell’oblio, rimuove articoli e libri che si sono occupati di cronaca o di terrorismo. Andando in tal modo a modificare o a influire pesantemente sulla ricerca storica. Le preziosissime banche dati vanno utilizzate nel miglior modo possibile e nell’interesse di tutti».

Grazie a Snowden sappiamo che Orwell aveva ragione e che ogni singola azione che compiamo online viene intercettata, monitorata e catalogata. Questo significa controllo, che a sua volta è un sensazionale strumento di potere aumentato dalle “censure” imposte grazie ai luoghi comuni politicamente corretti. Quanto di questo “totalitarismo tecnologico”, ritiene che sia oggettivamente colpa di chi dovrebbe informare correttamente, ovvero dei giornalisti?

«I giornalisti sono l’ultima vite dell’ingranaggio, l’ultima ruota del carro rappresentato dai veri padroni del potere. In passato si combattevano le grandi industrie del Novecento, oggi le grandi multinazionali».

Una delle suggestioni più frequenti tra gli addetti alla informazione è quella “robot journalism”, una definizione che viene associata all’uso di software in grado di realizzare testi di senso compiuto senza l’intervento dell’uomo. In prospettiva, lo vede più come un’opportunità o una minaccia?

«Non la considero una minaccia. Ancora non siamo giunti a un’intelligenza artificiale in grado di emulare quella umana. Per scrivere articoli veri occorre “sangue e cervello” mentre i robot e la tecnologia vanno bene per questioni tecniche, come la parte dell’infografica, ma non di più».

 Secondo lei esiste una anche remota possibilità che il giornalismo – inteso come istituzione -possa scomparire per essere sostituito da un nuovo modo di trasmettere la conoscenza alle persone magari in maniera “meccanica”, o comunque con la definitiva affermazione del principio di induzione che attualmente gli algoritmi utilizzano per “selezionare” le notizie al posto nostro?

«No, però il buon giornalismo potrebbe faticare molto per continuare ad affermarsi. Siamo in presenza di una lotta con armi sleali, l’algoritmo può rivelarsi un meccanismo pericoloso per far sparire persone e ideali scomodi. Se dovesse cancellare tutti i post che parlano di fascismo metti a rischio anche il confronto tra gli storici. Non puoi cancellare un profilo perché il titolare si chiama Caio Giulio Mussolini. Questi atteggiamenti di censura che hanno portato alla cancellazione di pagine e profili di esponenti dell’estrema destra senza motivazioni valide e provate dovrebbero preoccupare tutti e soprattutto quegli esponenti di sinistra che invece hanno esultato per la rimozione di avversari politici e culturali. Hanno esultato ma se domani Facebook decidesse di chiudere tutte le pagine e i profili di coloro che sostengono l’indipendenza della Palestina dallo Stato di Israele, cosa farebbero? Esulterebbero ancora?».

 Come leggeremo le notizie tra 5 anni?

«Il popolo sui device e una ristretta élite anche su carta. Al digitale e quindi all’uso di iPhone, smartphone, tablet, ecc. arriveranno tutti ma solo chi avrà anche una conoscenza cartacea della storia e della cultura (giornali, libri) potrà essere in grado di coltivare e sviluppare il libero pensiero, porsi alla guida di nuove rivoluzioni o respingerle, contrastare dittature tecnologiche e del pensiero unico, evitando l’avvento del Grande Fratello».

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