“Al mercato delle emozioni”

tempo di lettura 31 minuti

Ma ficca li occhi a valle, ché s’approccia
la riviera del sangue in la qual bolle
qual che per violenza in altrui noccia
(Dante, Inferno, canto XII)

Anni Settanta, anni nel cuore
anni spezzati tra gioia e dolore,
anni scolpiti a memoria
anni passati, anni di storia…
(Amici del Vento, Anni ’70)

 NOTA DELL’AUTORE

Le vicende e le persone descritte in questo romanzo sono frutto di fantasia. In particolare, l’opera narrativa Il fiore strappato inserita nella storia non è mai esistita né in questa né in altra forma. Gli eventi ivi raccontati si ispirano a un episodio delittuoso realmente accaduto, l’omicidio del giovane iscritto al Fronte della Gioventù Sergio Ramelli, sprangato a morte da militanti di Avanguardia Operaia: ma tale rifacimento è solo per contestualizzare e dare veridicità al romanzo. Non è intenzione dell’autore riscrivere, reinterpretare o dare nuova lettura a una tragica vicenda già consegnata alla Storia. Nessuna circostanza o persona reale si ritenga quindi, a nessun titolo, raccontata o coinvolta in questo romanzo poiché, come s’è detto, queste si ritrovano unicamente nell’immaginazione dell’autore.

PREFAZIONE

Nella magistrale opera cinematografica Rashomon Akira Kurosawa, seguendo forse la lezione pirandelliana, ha dimostrato come in una vicenda umana la verità possa indossare differenti maschere, anziché quella unica e immutabile che spesso le si vuole imporre.

“Ma la verità è una e una sola e se così non fosse non sarebbe la verità”.

Quante volte ci ripetiamo o ci siamo sentiti ripetere un’affermazione simile? Asserzione che sicuramente ha una sua logica e che crea il fondamento per tutta una serie di attività che differenziano l’essere umano dal resto della compagine animale: l’etica, la filosofia, la religione e persino la scienza. Quest’ultima, forse, a volte millanta un po’ quando pretende la verità in quanto così contraddice sé stessa. Sappiamo infatti, dalla fisica elementare, che la descrizione di molti fenomeni e le conseguenti regole che da essa derivano sono dipendenti dal punto di osservazione degli stessi e\o dai riferimenti cui ci si rifà. Banalmente un uomo in tram è un corpo in movimento per chi lo guarda dalla strada, mentre è immobile per chi gli è seduto a fianco. Dunque la verità scientifica è quantomeno relativa.

Ma dove sicuramente, e il grande regista giapponese lo ha ottimamente descritto nel film sopracitato, l’affermazione di cui sopra viene spesso smentita, è proprio nelle vicissitudini degli uomini, quando queste vengono raccolte ed esaminate in quel gran catalogo di eventi che piglia il nome di Storia. E mai come nella Storia la verità ha più facce. A dispetto dei documenti, dei reperti, delle tradizioni sia scritte che orali, dei racconti, e, quando ci sono, dei sopravvissuti, non solo le motivazioni, le conseguenze e le interpretazioni, ma anche i fatti, nella loro evidenza, possono apparire assai incerti. Non per nulla è luogo comune dire che la Storia la fanno i vincitori.

Da questo credo che non possa che definirsi presunzione la pretesa di chi nella Storia vuole vederci un giusto o uno sbagliato, delle ragioni e dei torti, che potrebbero benissimo essere rovesciati se si avesse il coraggio e la possibilità di sottoporre gli eventi ad un altro punto di vista.

Anche quando dalla Storia si passa alla storia, cioè ai racconti di avvenimenti cui si ha personalmente assistito, il poter dire “io c’ero” non aumenta la possibilità di accedere alla Verità. Perché basta una visuale diversa, un’appartenenza, a volte anche solo un’emozione a far risaltare o a non far considerare particolari che potrebbero dare ai fatti risvolti peculiari e, conseguentemente, possibilità di interpretazioni opposte che, pur contraddicendosi, possono benissimo convivere ed essere infine entrambe vere.

Affermo questo non certo per fare un elogio del relativismo, che né mi interessa né mi appartiene, ma soltanto perché la vicenda che voglio di seguito raccontare, e che è inventata sia nei personaggi che nei contenuti, si ispira invece a fatti che, pur reinterpretati dalla finzione romanzesca, sono in qualche modo accaduti. O meglio, va a pescare da episodi che si sono verificati nel nostro Paese, addirittura nella mia città, e che appartengono alla turbolenza di quegli anni Settanta più volte raccontati, esaminati e interpretati da romanzi, inchieste, saggi, pellicole cinematografiche e quant’altro. Ma, a differenza della maggioranza di questi, non è mia intenzione realizzare una corretta rivisitazione storica, né dare giudizi e interpretazioni e nemmeno imporre una mia verità. L’ambientazione che ho ricostruito attinge quasi totalmente ai miei ricordi personali e quindi è verosimilmente faziosa ma, soprattutto, mi serve per andare a caccia di quello che più mi interessa, cioè le emozioni ed i meccanismi psicologici dell’essere umano, senza dare grande importanza all’obiettività o al senso delle vicende.

Dunque, se qualcuno rilevasse un’esperienza dei fatti differente, e quindi certe figure o certe circostanze gli apparissero difformi o addirittura opposti, sia nella cronaca che nell’inevitabile interpretazione e giudizio), ben venga.  Vorrebbe solo dire che le nostre esperienze sono state diverse e non ho la pretesa di ritenere le mie più giuste o veritiere.

Non scrivo questo per cercare assoluzioni o simpatie, ma soltanto per spiegare che le vicende di cui mi sono impossessato per dare vita ai miei personaggi, mai esistiti in questo mondo, e che ho in parte modificato secondo i capricci della mia fantasia, non sono usate allo scopo di sostenere tesi o partigianerie, ma solo per cercare di esplorare in un romanzo le infinite possibilità dell’agire umano. Un agire che spesso ci fa accalorare come tanti burattini, senza però farci mai scoprire dove sia il burattinaio.

UNO

“Vado un po’ a rovistare al mercato delle emozioni”.
A Ilaria piaceva dire così.
In realtà non lo diceva a nessuno.
Lo sussurrava solo a se stessa quando partiva in spedizione per la libreria del corso. Una banale giustificazione per una delle sue fughe. Fughe? Sarebbe meglio parlare di una fuga sola. Perché quella della libreria del corso era l’unica, e peraltro sporadica, trasgressione concreta a quel mansionario di geisha, moglie e madre a cui da tre anni — da quando cioè aveva deciso di legare con i vincoli sacri e legali la sua vita a quella del professor Andrea de Andreis — Ilaria si atteneva con scrupolosa quanto incondizionata dedizione. E da quella volontaristica adesione agli obblighi di un ruolo ne scaturiva una buona convinzione di felicità, per nulla minacciata da quei rari spazi in cui Ilaria tornava a essere Ilaria e basta.
La libreria del corso era una delle poche rimaste in città dopo la nascita dei grandi store delle case editrici di maggiore potenza. Quelle immense rivendite di libri,  cui spesso si associa a supporto commerciale dei primi lo spaccio di CD, DVD, computer e altre amenità multimediali con la scusante della parentela nella grande industria dell’intrattenimento, avevano eroso a poco a poco gli spazi vitali delle vecchie e obsolete  botteghe dei librai, costringendole alla scomparsa.  D’altra parte la maggioranza degli utenti preferisce girellare con tranquillità tra sterminati  scaffali espositivi, ricorrendo raramente alla consulenza degli anonimi addetti agli stessi: i  quali, oggidì,    sono spesso  delle del tutto inconsapevoli dei contenuti delle migliaia di pagine stampate  che offrono al pubblico, ma  restano abilissimi  ricercatori nei rigorosi data-base di archivio. Non è più tempo di affidarsi ai preziosi e talora capricciosi, consigli dei vecchi negozianti. La libertà, si dice, non ha prezzo. Soprattutto poi quando è illusoria.
Ma la libreria del corso aveva resistito. E non perché fosse una botteguccia romantica, luogo di ritrovo per pensionati, intellettuali falliti e lettrici incantate da  filmetti rosa. Con le sue quattro vetrine, il negozio offriva comunque sempre un’ampia esposizione dei titoli più richiesti, dei più venduti, dei più celebrati, senza alcuna velleità di sfuggire alle impietose leggi del marketing:, ma, al contempo,   grazie alla sensibilità,  passione e cultura del proprietario, non aveva perso il fascino, la competenza e la personalità dell’ esercizio di una volta. Con il proprietario si poteva conversare , ascoltarne i suggerimenti, essere guidati nelle scelte e consigliati dall’amore profondo che costui  portava alla carta stampata e rilegata.
Tra le particolarità di quell’esercizio c’era “l’angolo dei libri abbandonati”: un’intera parete dedicata a edizioni minori, spesso artigianali se non addirittura in proprio, a tiratura limitata e sempre superiore a quella venduta. Volumi che interessavano pochi e sicuramente non la critica letteraria, rigidamente chiusa nei suoi cliché intellettuali, né il vasto popolo dei lettori, poco attento a quanto non risuonava nelle casse di risonanza mediatiche, né queste ultime, che si mettevano in funzione non appena percepivano gli umori del pubblico amplificandone e sostenendone in maniera esponenziale i favori. Insomma, erano libri senza successo, distribuiti poco e male, che per scelta o per ventura non erano capitati sulla scrivania di qualche editor di quelli che contano, il quale verosimilmente non li avrebbe giudicati meritevoli di pubblicazione; e avevano esaurito la loro vicenda terrena all’interno di una ristrettissima cerchia di amici, appassionati o lettori di insolito palato.
Ma erano frammenti di anime. Almeno così li definiva il vecchio libraio, che andava particolarmente fiero di quelle opere che non contribuivano certo a sostentare la sua economia. Il fatto stesso che qualcuno avesse impiegato tempo e sudore, senza nessuna speranza di successo o di ipotetico guadagno, a rendere definitivi i propri pensieri e le proprie emozioni, esponendo i moti del proprio cuore al giudizio estraneo, nobilitava quei testi rendendoli degni del sorriso di Euterpe, di Melpomene o di qualche altra loro sorella. Così, con la passione imperscrutabile del collezionista, il titolare di quella bottega curava la parete dei libri abbandonati con particolare attenzione, mantenendola sempre florida e gravida di chicche per gli estimatori.
Ilaria era proprio una di questi.
Da lettrice avida e colta qual era non rifiutava certo le suggestioni della critica e anche del mercato, ma condivideva quella passione per i minori, per gli sconosciuti; con lo stesso trasporto di un econaturalista per le specie in estinzione, Ilaria si faceva un dovere di preservare dall’oblio quei frammenti di spirito che giacevano sugli scaffali dei libri abbandonati; e tutte le volte che si recava in libreria non mancava di ispezionare quelle mensole con l’ansia avida del cercatore di funghi dopo una giornata di pioggia.
Soprattutto quando era depressa.
No, depressa era una parola grossa. Ilaria era una donna felice, completa. Una moglie… una madre… come dire… appagata. Sì, ecco, era appagata. Aveva sposato l’uomo che desiderava, aveva un bambino adorabile, era ricca, senza pensieri, aveva tutto, praticamente tutto. Ma ogni tanto le s’affacciava nel cuore un’amarezza irragionevole, come una specie di malinconia, che veniva chissà da dove e che la spingeva lontano. Lontano da tutto ciò che era, da tutto quello che aveva desiderato e che desiderava. Che l’attirava verso un altrove che nemmeno lei avrebbe saputo definire, ma che le diventava vitale come l’ossigeno in una crisi di asfissia. Necessario, immediato, indispensabile.
Ed in quei momenti la parete dei libri abbandonati era uno dei suoi rifugi preferiti. Perché tra quei volumi si sentiva come a casa. O meglio, lei si sentiva come uno di quei volumi: dimenticata su uno scaffale, misconosciuta nel suo valore, immobile sulla griglia di partenza di una gara già finita. Tra lei e quelle opere c’era la comprensione solidale di chi non vince mai. La stima reciproca di chi concorre senza alcuna possibilità di entrare tra i classificati. Malgrado gli sforzi, la sofferenza, la dedizione e la capacità, a volte ben superiori a quelle dei vincitori, i partecipanti non interessano a nessuno: e così si tengono compagnia tra loro.
Quei libri erano emozioni abbandonate e, ancora di più, ignorate.
A volte, anche a lei pareva di essere così.

Ilaria un vincitore l’aveva sposato.
Il professor Andrea de Andreis non poteva essere definito altrimenti.
Primario di medicina interna all’ospedale di ***, professore associato della cattedra di diabetologia e malattie del ricambio alla medesima Università, membro di varie società scientifiche e di boards editoriali di autorevoli riviste internazionali, il professor de Andreis era un professionista stimato e di riconosciute capacità. Lavorare con lui era un traguardo ambito sia per gli studenti che per gli specializzandi in medicina interna, perché, a differenza di altri protagonisti nel medesimo campo, era un uomo disponibile, pronto a condividere sapere ed esperienza, e per nulla incline a considerare allievi, sottoposti e collaboratori come un sottoprodotto nella scala evolutiva del genere umano.
Oltretutto era un bellissimo uomo.
Sempre abbronzato, con quelle rughe che in un maschio danno la sicurezza di una vita conquistata, con quel fisico asciutto e addestrato da un’attività sportiva sommessa ma quotidiana, con quell’eleganza innata dei prescelti, il professor de Andreis era un punto di riferimento nell’immaginario erotico di gran parte delle figure femminili che avevano a che fare con lui. E le voci che circolavano sul suo conto non lo descrivevano ingeneroso nell’appagare le voglie che suscitava.
Il professore era divorziato da una moglie sposata in giovane età e di cui nessuno sapeva nulla, senza figli, e molteplici erano le relazioni sentimentali, palesi o anche solo probabili, che si erano succedute nel corso degli anni. Già: perché se pure erano numerosi gli amori che aveva concatenato e spesso sovrapposto da quando era primario al ***, almeno altrettante erano le storie sentimentali, o anche solo i furori erotici, che gli erano stati affibbiati.
Una delle più assidue e fantasiose creatrici delle ipotetiche relazioni del de Andreis era la caposala del suo reparto. Una donna appariscente ma obsoleta che, se da un lato cercava di dirigere il suo personale secondo i dettami del management appreso in chissà quali master dedicati alla gestione delle risorse umane, dall’altro non riusciva a disfarsi di quella tradizione che vuole la gestione di un comparto infermieristico simile a quella di un convitto monacale. E dunque, invece di considerare i propri collaboratori come professionisti da coordinare anche con rigore ma senza cedimenti emotivi, dirigeva il suo reparto come un pastore fa, nella letteratura edificante, col suo gregge. Le sue pecorelle erano soggetti da plasmare secondo la sua volontà, o meglio, il suo capriccio. Lei istruiva, comandava, guidava, indirizzava, dispensava o negava secondo un estro tanto più personale quanto più oggettivamente incomprensibile, creando una netta divisione tra i sottoposti scodinzolanti che, per inconsistenza o anche solo opportunismo, accettavano il suo ruolo di guida indiscussa e gli altri che, ritenendo un capo-servizio null’altro che un coordinatore più o meno capace, rifiutavano di riconoscerle il ruolo di incontestata maestra di vita. E questi ultimi, , erano continuamente vessati da piccoli dispetti, impalpabili fastidi: un turno un po’ più faticoso, un festivo negato, una richiesta inevasa, un beneficio sottratto, a favore dei primi. Cose così, insomma, che alla fine la facevano temere e sopportare da entrambe le categorie.
Se poi qualche infermiera cercava di sottrarsi a quel suo potere assoluto e si rivolgeva al professor de Andreis per chiedere appoggio contro quel modo meschino di gestire il comando, allora scattava la voce, abilmente generata e alimentata dalla caposala stessa, che l’appoggio richiesto non fosse altro che il proseguimento di appoggi di ben altro tipo che il vivace professore esercitava sull’infermiera di turno.
E dal momento che, come s’è detto, il professor de Andreis non era certo restio a frequentare intimamente il gentil sesso, la voce non faceva fatica ad attecchire.Probabilmente la pervicacia con cui la suddetta signora si affannava ad attribuire relazioni sessuali, puntualmente stigmatizzate da un moralismo pieno di disgusto per quell’uomo che non riusciva a mantenere il suo membro a riposo nei calzoni, non era altro che il dispetto per la mancanza di attenzioni che il professore aveva nei suoi riguardi. Alla caposala infatti non sarebbe dispiaciuto che le mani sapienti dell’insigne medico frugassero un po’ tra le sue curve stagionate e, ahimè, sovrabbondanti. Ma costui, seppure libertino, era di palato piuttosto fine e di carni frollate e flosce non sapeva che farsene.
E la caposala sfogava quindi il suo dispetto cercando di inzaccherare ulteriormente quel simulacro di uomo sessualmente perbene, votato cioè ad una rigorosa monogamia, che in realtà il professore aveva da tempo buttato alle ortiche. Infatti, non si sa bene se per fortuna o purtroppo, nella società cui apparteneva il de Andreis il prestigio, il potere e forsanche il carisma che s’era guadagnato potevano tranquillamente farsi beffe di quel residuo di moralità piccolo-borghese che ancora riteneva dabbene chi non scopasse a destra e sinistra seguendo la voglia come unico criterio limitante. Quei dettami da Italia anni ’60 erano finiti da mo’, e non interessavano più nessuno.
Anzi, il fatto che tresche inventate di sana pianta si mischiassero ad amorazzi ben più reali riduceva entrambi a una realtà incerta e confusa dove prevaleva, a seconda del punto di vista, la vulgata che descriveva il professor de Andreis vittima delle malelingue o quella che lo dipingeva schiavo della propria esuberanza virile.
E Ilaria, in questa vaga consistenza dei fatti, si perse.
Il professore invece non si perse per niente.
Inquadrata nel mirino da cacciatore la sua preda, iniziò una battuta serrata che in poco tempo lo portò a riempire il carniere. E Ilaria, per quello strano e forse ancestrale meccanismo che spesso porta le femmine a capitolare di fronte al maschio dominante, dopo nemmeno un mese di internato in clinica finì, senza rendersi conto come, nel letto di quell’uomo di quasi trent’anni maggiore di lei.
Ma che cos’è l’età di fronte al prestigio, alla fama, alla gloria e, in fin dei conti, al potere?
In fondo non stupì nessuno il fatto che il de Andreis si scopasse la più carina dei suoi medici interni: gli appetiti del prof erano noti e nessuno avrebbe scommesso un centesimo sulla resistenza della giovane dottoressa. Del resto, qualunque sottoposta del de Andreis, se si fosse trovata di fronte a una richiesta di prestazioni da parte di quell’uomo così piacente e di tale carisma, autorità e ruolo, avrebbe risposto: “Ma come fai a dirgli di no?”
E dilaniate tra il timore di offenderlo e quello di farlo soffrire, gliel’avrebbero consegnata su un piatto d’argento. A questa regola neppure Ilaria aveva potuto sottrarsi.
Quello che invece meravigliò fu che, dopo sei mesi di frequentazione erotica, il professor de Andreis chiese a Ilaria di sposarlo. E lei disse di sì.
Dopo un anno dal matrimonio arrivò l’erede. Ilaria avrebbe voluto dire di no. Ma al professor de Andreis, come s’è detto, non era facile dire di no.  Un figlio, poi, era la cosa che desiderava di più. Era l’unica immortalità sulla quale un illuminista così convinto potesse contare. E non era certo più un giovanotto. Dunque: “Ma come fai a dirgli di no?”. Matrimonio e maternità cambiarono radicalmente la vita di Ilaria.
Basta lavoro, basta andare in giro per congressi con il diabetologo più affascinante del paese, basta sgavazzate con gli amici, basta cercare l’ultimo locale aperto nelle ore brividanti del mattino, basta viaggi con sacco a pelo e avventura, basta, basta, basta.
Meno male che c’era la libreria del corso e la sua parete dei libri abbandonati.

– Buongiorno, dottoressa! –
Osservandola da sopra le mezzelune che portava per leggere, Mattia Rovani, titolare della libreria del corso, appollaiato sullo sgabello dal quale distribuiva precisi scontrini e dotti, quanto puntuali, consigli, si rese subito conto che l’entrata di quella cliente abituale mostrava lo stesso stanco appagamento dell’ingresso in un rifugio alpino dopo ore di marcia in vetta.
– Buongiorno, signor Rovani… – rimandò Ilaria, lasciando in sospeso un’aspettativa quasi infantile tanto era palese.
Il Rovani, senza turbare con le parole quella esitazione che gesti e sguardi potevano rassicurare più di estenuanti discorsi, annuì facendo segno verso l’agognato scaffale.
C’erano stati nuovi arrivi. Il sorriso sornione del Rovani confermava la speranza di Ilaria, in cerca di compagnia tra quei fratelli dalle emozioni misconosciute.
Senza degnare di uno sguardo i nuovi successi, ben esposti sui banconi vicini all’ingresso, che aspettavano di cogliere, chi più chi meno, il trionfo, ma che comunque, per la loro privilegiata posizione, avevano ricevuto il riconoscimento di dignitosa ammissione nell’universo delle parole rilegate, cioè in quello dei libri da leggere, Ilaria si precipitò verso lo scaffale dei dimenticati.
Lì si rilassò. Era in famiglia.
Tra quei volumi negletti si sentiva a casa: perché le trepidazioni che avevano riempito tutte le pagine lì esposte, erano proprio come le sue. Senza ascolto, senza pubblico. Nella sua quotidianità, tutto ciò che faceva capo al professor de Andreis riempiva fino all’orlo la vita di entrambi. Il resto, cioè quanto riguardava lei, era superfluo: al limite, poteva essere definito un capriccio.
Tra quegli scaffali, invece, ci si capiva, ci si aspettava, ci si dava retta.
Con l’occhio dell’appassionato che sa afferrare il senso del tutto senza perdere il gusto del particolare, Ilaria prese a scorrere i titoli dei libri, spiccando talvolta un volume per leggerne, quando c’era, la terza o la quarta di copertina o per contemplarne il frontespizio. O, addirittura, pescando a casaccio tra le pagine per vedere se il caso la portasse su qualche periodo particolarmente felice o in occasionale sintonia con la sua condizione emotiva. Un po’ come quando si contempla un sontuoso buffet, piluccando qua e là, cercando con gli occhi l’appagamento delle papille gustative, da quelli messe in agitazione.
Erano le mani, gli occhi, il cuore e forsanche la speranza di Ilaria che frugavano tra le file di quelle opere con la medesima coesione di una squadra tesa alla conquista della partita di campionato. E l’attenta ricognizione si concluse su un volumetto ricco di pagine ma di rilegatura povera. Niente di più di un cartoncino che avvolgeva circa trecento fogli incollati malamente, così da lasciarne presagire, ad un’apertura troppo violenta o forzata, il distacco. Una rilegatura senza risvolti e senza accenni né al contenuto né alla biografia dell’autore. Nulla sul retro. Solo una foto e il titolo sulla prima di copertina
Questo era un corsivo rosso sangue che spiccava sul bianco del cartoncino, e che terminava con una minuscola macchia, come una goccia stillata da una piccola ferita. Sotto, c’era una foto. Il primo piano del viso di un ragazzo, a occhio sedici-diciott’anni, capelli leggermente lunghi sulle spalle, un’ombra di sorriso, una luce sbagliata, come quella di una fototessera fatta in uno di quei chioschi automatici. Niente di che, insomma. Solo l’espressione del volto catturò l’attenzione di Ilaria. Gli occhi profondi, una tristezza appena velata, la strana sensazione di un qualcosa di interrotto.
Il fiore strappato di Vincenzo Bianconi: romanzo.
Non servì altro a Ilaria per portarsi a casa il libro.

(1 – Continua)

 

 

 

 

 

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