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Intervista al professor Zamagni: ecco come costruire un nuovo modello di economia

«Il modello Olocratico è partecipativo, con una linea molto orizzontale di gestione, dove tutti sono coinvolti, tutti possono portare il proprio contributo di idee e di miglioramenti alla produzione generale».

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«La situazione economica dell’Italia è inquietante, contesti drammatici come l’ex-Ilva, Alitalia, e di altre grandi aziende della nostra storia industriale, sono dei segnali chiari e inequivocabili che il sistema economico attuale è in profonda e irreversibile crisi».

Il professor Stefano Zamagni, 76 anni, è un economista di fama mondiale con una vasta preparazione ed esperienza. Si è laureato nel 1966 in Economia e commercio all’Università del Sacro Cuore di Milano, dopo specializzazioni in prestigiose Università estere, ha iniziato a insegnare all’Università di Parma per poi passare alla prestigiosa Università di Bologna dove ha ricoperto vari incarichi. Dal 1985 al 2007 ha insegnato Storia dell’analisi economica all’Università Bocconi di Milano. Nel 1991 è diventato consultore del Pontificio consiglio della Giustizia e della pace. Infine, nel 2013, papa Francesco lo ha nominato ordinario della Pontificia Accademia delle scienze sociali di cui è diventato il Presidente, per nomina dello stesso papa, proprio quest’anno.
Lo abbiamo raggiunto per intervistarlo dopo aver applaudito la sua relazione al 3° Forum annuale della Media Impresa Italiana di Firenze.

Professo Zamagni, lo scrittore Ennio Flaiano diceva: “la situazione è grave ma non è seria”. Vale per l’Italia di oggi?

«Sono venti, venticinque anni, che decliniamo e rimandiamo provvedimenti profondi ed efficaci sui nostri gravi problemi strutturali economici; rimandare peggiora solamente le situazioni, è urgente intervenire quanto prima».

Quali sarebbero i settori più importanti su cui intervenire?

«Abbiamo diversi problemi molto gravi che devono essere presi prioritariamente in considerazione: abbiamo rendite troppo alte, in Italia la rendita supera il 32%, ed è per questo che il nostro Paese non cresce. C’è poco profitto e troppa rendita, in più abbiamo salari fortemente tassati. Quando la rendita supera il 15% del Pil (Prodotto interno lordo) – una percentuale di soglia critica identificata e condivisa da diversi economisti – l’economia è destinata al conservatorismo, non alla crescita. Oltre a questo, c’è da operare una ristrutturazione corposa della scuola, dell’Università e del settore della ricerca. Il tutto insieme ad altri due punti fondamentali: il progressivo superamento del dualismo Nord-Sud d’Italia, che sta facendo aumentare la distanza tra le due macroregioni italiane e una riforma radicale del welfare».

A questo proposito, lei si è occupato sempre molto di “sociale”, conosce bene il settore: come riformerebbe il welfare?

«Cambierei radicalmente questo welfare assistenzialista e paternalista. Siamo sempre attaccati a una cultura e a una visione che non vede la persona, che ha delle carenze, anche come un portatore di risorse».

Cosa pensa del reddito di cittadinanza?

«Questa somma che viene elargita, può aiutare a sopravvivere ma non porta l’uomo a vivere pienamente. L’assistenzialismo non ha mai prodotto niente, è buono per un primo soccorso all’individuo, in un tempo molto breve ed iniziale, ma dopo bisogna passare a un inserimento serio, in un percorso lavorativo. Il reddito di cittadinanza, di cui si parlava già negli anni ’60, può andar bene per alcuni mesi come prima emergenza. Non combatte assolutamente la disoccupazione, anzi, brucia milioni di posti di lavoro, favorendo la disoccupazione. In Italia, serve creare lavoro, nuove idee per filiere produttive dove poter inserire soggetti diversi e farli diventare attivi protagonisti del mondo del lavoro, non possiamo assolutamente favorire e allargare il grande serbatoio dell’assistenzialismo».

Quindi?

«Quindi, dobbiamo abbandonare definitivamente alcuni punti di riferimento che ci hanno accompagnato nella nostra storia economica e passare radicalmente a un altro modello economico con paradigmi completamente diversi. L’Economia politica, nata sulla fine dell’800, di matrice scozzese e che abbiamo adottato dai primi anni del Novecento, è arrivata al capolinea. Oltre a essersi esaurita la sua parabola ha prodotto danni enormi su vari settori; basta osservare i danni all’ambiente, derivanti dallo sfruttamento intensivo del Creato, per poi passare all’aumento delle disuguaglianze sociali e al calo generale significativo di serenità e fiducia nel futuro. Questi fattori, che sono peggiorati soprattutto negli ultimi 40 anni, sono la diretta conseguenza degli assunti dell’Economia politica: l’uomo, in questo caso, è portato a diffidare, a proteggersi dagli altri e a coltivare il proprio tornaconto. È chiamato a operare in una economia staccata e distante dall’Etica, perseguendo un “bene totale” che è cosa molto diversa dal “bene comune”».

In alternativa cosa propone?

«Bisogna tornare all’Economia civile, elaborata in Italia nel ’700 da Antonio Genovesi, una economia della Civitas (città delle anime), che ha paradigmi completamente diversi, come: l’uomo è un essere sociale che non si pone in contrapposizione con l’altro essere umano, non ci può essere separazione tra economia ed etica e, infine, chi aderisce all’Economia civile persegue il “bene comune” e non il “bene totale”».

Che differenza c’è tra bene comune e bene totale?

«Lo rappresento spesso come una metafora matematica: il bene comune, si impegna per non lasciare indietro nessuno, ha la cultura della condivisione, ed è la somma di tutti i beni. Il bene totale, è molto individualista, ed è il prodotto di tutti i beni…ma attenzione, il prodotto tra chi ha tanto e chi non ha niente (zero) è zero. Questa metafora ci fa capire come sia importante ripensare l’utilizzo delle risorse. Non possiamo pensare che ancora oggi ci siano persone che sono a zero».

Oltre a questo, cosa si dovrebbe cambiare nell’economia italiana?

«La grande recessione del 2008 e altre fasi critiche degli ultimi anni, hanno sancito definitivamente, nella quarta rivoluzione industriale che stiamo vivendo, che il modello taylorista non funziona più. Un modello che descriveva e voleva i lavoratori dipendenti “come bovini da sfruttare” e per far questo dava la loro gestione a“dei gorilla” (sono estratti dai saggi di Taylor ndr). Scritti successivamente fatti tradurre in russo da Lenin che li applicò alla lettera per la produzione industriale e agricola dell’Unione Sovietica…».

Con cosa lo sostituirebbe?

«Con il modello Olocratico, teorizzato nel 2007 da Brian Robertson, ad Harvard. Un modello non gerarchico, non verticistico o piramidale come il precedente, ma partecipativo in ogni area produttiva. Un modello con una linea molto orizzontale di gestione, dove tutti sono coinvolti, tutti possono portare il proprio contributo di idee e di miglioramenti alla produzione generale».

Mi viene in mente un certo Adriano Olivetti

«Un grande italiano e un precursore del modello Olocratico e di certe tematiche oggi molto attuali. Aveva avuto delle visioni geniali, dimostrando di aver compreso cose importanti 60 anni fa. Nei suoi libri e nelle sue esperienze si scoprono delle intuizioni che, per la loro portata, commuovono».

Ultimamente, nel panorama del risparmio e dell’investimenti, c’è una crescente attenzione per i Fondi Etici o Sostenibili?

«Questo è molto positivo, spero che questa tendenza continui e aumenti la sua portata, c’è bisogno di una sempre maggiore coscienza verso ciò che non distrugge o depreda la nostra terra e non crea disuguaglianza ulteriore e ingiustizie. Dobbiamo cercare di porre maggiore attenzione a tutto quello che concorre al bene dell’uomo senza che un altro uomo abbia a soffrirne. Nel 2020, siamo arrivati a scindere l’atomo e a dividere nanoparticelle infinitesimali, ma non siamo ancora capaci di dividere il pane con un altro essere umano».

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