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Giornalismo, la testimonianza di Sara Mauri: «Se sei freelance con la partita iva, non esisti»

Mi costa abbastanza rendere pubbliche certe cose, ho un carattere riservato. Però, forse non tacere è un dovere. Magari, poi, sasso dopo sasso, ce la faremo a buttare giù un muro. Lo possiamo fare solo insieme. Barbara D’Amico ha scoperchiato il vaso, ha aperto una breccia. Quindi, mi sento di parlare anch’io. Lo dovevo fare, lo dovevo a voi. Essere etichettata come una “rompicoglioni” non è una cosa che vedono bene in questo mondo, quello dei giornali.

Ma a questo punto, chissenefrega. Questa è l’ora di avere coraggio. Non possiamo lamentarci se poi non facciamo niente.

Voglio dire che c’è una cosa che guida le scelte di ogni freelance: la speranza. Io ne ho avuta tanta, diciamo parecchia. Spesso tradita. Non sto a contare le porte in faccia che ho preso, bussando. Io, però, quella speranza non l’ho mai persa. Ho iniziato a scrivere su La Nuvola del Lavoro del Corriere della Sera, con un articolo inviato via mail. Lì, ho imparato un mestiere. Ci ho scritto tre anni. Tre anni lunghi, faticosi. Ma su quelle pagine online, ho avuto anche tante soddisfazioni.

In quei tre anni ho subito il primo taglio del compenso. Direttamente in busta, proprio come dice Barbara: senza una parola, una spiegazione. E ho continuato a scriverci lo stesso, per un periodo. Poi, ho capito una cosa: ero lì da tre anni e non si vedevano possibilità. Sarei stata destinata a rimanere in quello stato a tempo indefinito. Eternamente freelance.

Ecco: se c’è una cosa che mi fa desistere sono le prospettive che mancano. Spegnere le speranze per il futuro significa sempre radicalmente spegnere il mio entusiasmo. Così, gradualmente, ho lasciato e sono andata altrove.

Ho scritto un po’ ovunque. Da La Stampa a La27Ora. Diversi altri. Startupitalia, anche. Barche magazine, Nonsoloambiente, La Provincia di Lecco, la rubrica sul Giornale di Lecco, una cosa sul Sole. Ho avuto diverse trattative.

Poi, sono arrivata a Il Giornale. Mi hanno detto: manda proposte, proviamo. E non sul campo che avevo fatto mio, quello di economia e lavoro, ma nella sezione attualità. Ho imparato. Le mie proposte piacevano, prendevo meglio. Sono arrivata in prima pagina, tutte le mattine facevo rassegne dalle 8 alle 12.00, 30 giorni su 30. Mi pagavano a pezzo, non pagavano le rassegne, ma credevano in me. Ci sono rimasta 3 anni.

Anche a Il Giornale, la strada si è interrotta dopo tanti sacrifici e tanta voglia di crederci. Motivo? Sempre lo stesso: mancanza di prospettive, la speranza inesistente di un futuro migliore (più sicuro). Avrei dovuto attendere ancora. E ho aspettato. Ma anche dopo il primo anno mi avevano detto di pazientare. Qualcosa sarebbe arrivato, pensavo: mi stabilizzeranno. Ma quanto una persona può attendere?

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Essendo approdata agli esteri, dopo aver scritto di tutto, dopo aver seguito le elezioni turche da Istanbul come inviata ed aver fatto diversi reportage, credevo di aver trovato la mia strada. Ma invece no. Avrei dovuto cambiare temi per riuscire a garantirmi un numero di pezzi che mi consentisse di vivere, allontanandomi dal mio obiettivo, dal mio sogno.

Perché mi avevano si aumentato il compenso a pezzo (ed era si dignitoso, anche se non sufficiente), ma mi avevano diminuito gli articoli. Le pagine di esteri si erano ridotte. E se con 9 o 10 articoli al mese era “quasi” possibile sopravvivere, con meno articoli, no. Ad ottobre mi hanno fatto scrivere solo 3 pezzi (e non per mancanza di proposte mie, ma perché non c’era più spazio). Con quei numeri, la situazione non era economicamente sostenibile. Se sei pagato a pezzo, guadagni a pezzo.

Indipendentemente dal tempo passato per fare ricerche o per fare rassegne. Penso che una persona possa lavorare per due ragioni: i soldi e la gratificazione personale. Mancando la gratificazione economica, ci deve essere come minimo quella personale. Ma se anche quella manca? Per continuare a scrivere, avrei dovuto scegliere di trattare temi che non erano nella mie corde.

A 35 anni, dopo anni tra Corriere, La Stampa e Il Giornale, dopo tanti sacrifici, ero riuscita a raggiungere il mio obiettivo. Cambiare avrebbe significato ricominciare daccapo. A gennaio 2019 mi sono ammalata. Non l’ho mai detto, ho continuato a lavorare, ho continuato a scrivere e fare rassegne, sempre onorando i miei impegni. Vomitando e scrivendo, senza mancare mai di fare il mio dovere. Da gennaio a fine ottobre.

E stavo male, malissimo. Ma quando rischi veramente la vita, anche se poi guarisci, qualcosa nella tua testa cambia. Ti rendi conto delle piccole cose, le riscopri. Apprezzi tutto: da un cielo blu all’odore dell’erba. E rifletti sulla tua vita, sull’importanza che i sogni hanno per te. Impari a dire di no. E così mi sono detta: ora stai bene. Ma vuoi continuare così?

La spinta dell’uomo, il più grande motore che abbiamo, è quello di migliorare, migliorarsi. Andare avanti e non indietro. E allora mi sono risposta: non è questa la vita che voglio. La mia collaborazione con Il Giornale si è interrotta a novembre, dopo 3 anni. Buttando via un reportage dal Libano. E vi dico una cosa: non è colpa dell’editore, ma di un sistema malato.

Un sistema per cui se sei freelance con la partita iva, non esisti. Le cose devono cambiare, così non si va avanti. Spero di contribuire a tirare giù quel muro di cemento, dando un altro scossone all’impianto strutturale e viziato di questo mestiere che maledettamente amo.

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Certo, la mia vita è scrivere e tornerò sicuramente a farlo. Ma non così.

Sara Mauri, Giornalista

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