La Marina Militare interviene per soccorrere un gommone di migranti spinto al largo dai trafficanti di esseri umani
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Parla l’ammiraglio De Felice (1): ecco la verità sul traffico dei migranti

«Fatti che tutti conoscono, ma che non vogliono dire. Fatti che vengono nascosti o completamente stravolti per dare forma ad una cultura unidirezionale, che deve operare una rieducazione globalista dell’opinione pubblica».

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«Manca completamente una chiara strategia, diretta a contrastare il traffico di esseri umani, si naviga a vista e in modo molto approssimativo, disgiunto tra un Ministero e l’altro».
L’ammiraglio di divisione (ris) Nicola De Felice, classe 1958, è perentorio, ha esperienza da vendere e una carriera militare di prim’ordine. Due volte laureato, una vita imbarcato sulle navi della flotta militare italiana, dopo il comando delle più prestigiose unità della nostra Marina, ha avuto incarichi di grande prestigio: responsabile dello sviluppo di programmi missilistici e di munizionamento di precisione a lunghissima distanza; responsabile della pianificazione finanziaria della Difesa; direttore del Centro Innovazione della Difesa e responsabile dei Centri di Eccellenza nazionali della NATO. Ha terminato la sua carriera di servizio attivo quale responsabile regionale (area Siciliana) per la Marina Militare italiana.
«Al di là della esperienza militare è stata un’esperienza umana a lasciare uno dei segni più indelebili nella mia vita; – ci racconta l’ammiraglio De Felice – Nel 2015 sono stato incaricato dal Ministero di recuperare le 700 salme dalla stiva di quella imbarcazione che naufragò al largo della Sicilia, portando in fondo al mare tanti poveri innocenti, vittime del criminale traffico di esseri umani».

Un’esperienza molto dolorosa immagino, dovendosi occupare personalmente di coordinare operazioni molto delicate…

«Esattamente, il recupero dei corpi, le attività anatomo-patologhe e i riscontri medico-legali, i tentativi di identificazione, i risvolti igienico-sanitari e giudiziari, il coinvolgimento emotivo del personale inserito nell’operazione, il coordinamento interdipartimentale per la distribuzione e la sepoltura delle salme… Quando una tragedia umana ti si pone davanti in tutta la sua drammaticità, ti esplodono dentro molte domande e, per dare delle risposte vere e non preconfezionate, cerchi di andare in profondità risalendo la strada e la storia di quelle persone che accompagni nel loro ultimo viaggio».

Cosa emerse dalla sua ricerca?

«Fatti che tutti conoscono, ma che non vogliono dire. Fatti che vengono nascosti o completamente stravolti per dare forma ad una cultura unidirezionale, che deve operare una rieducazione globalista dell’opinione pubblica».

Da dove iniziamo?

«Dall’enorme giro di soldi, milioni di euro, che sono il prodotto dal traffico di queste povere persone che vengono ingannate da organizzazioni molto efficienti, che operano su vasta scala con sistemi vari, facendo proclami sui mezzi di informazione e rastrellando i “clienti” attraverso le città africane sub sahariane, nelle nuove generazioni della piccola e media borghesia che, magari, hanno qualche risparmio da parte da investire in questi viaggi, verso una realtà che è sicuramente diversa della loro, ma che non è come a loro è stata descritta. Ma non è poi detto che sia migliore. La precaria situazione italiana in ordine a sicurezza e rispetto delle leggi, fa raccontare telefonicamente a chi di loro è già qua, di un Paese dove puoi fare quello che vuoi… i proclami per il reclutamento, delle organizzazioni criminali, che descrivono l’Italia e l’Europa, rasentano la fantascienza».

I soldi che fine fanno?

«Le organizzazioni che sfruttano il traffico di esseri umani, presentato dall’Occidente come “flusso migratorio”, dipendono o sono parte integrante di grandi gruppi criminali africani ben strutturati, in alcuni casi anche terroristici, che investono il ricavato nel mantenimento economico dei propri affiliati, in traffici di droga o in traffici di armi, spesso per rifornire altre piccole organizzazioni e aumentare l’area geografica di reclutamento del traffico degli esseri umani».

Il viaggio di queste persone è straziante, molto pericoloso e pieno di rischi e vessazioni…

«Si, certo, le organizzazioni criminali mostrano il loro volto “buono” solo all’inizio, in fase di reclutamento, quando ti devono convincere a partire e, soprattutto, a pagare. Dopo, purtroppo, tutto cambia, sei in viaggio accompagnato da dei criminali, non in business class… Ci sono pericoli sempre e sicuramente gli atti di violenza, di chi è più criminale di altri, non mancano. Forse la traversata, benché organizzata ad arte con la presenza delle navi ONG – importante fattore di attrazione – e comprendente sempre dei pericoli, paradossalmente, è il passaggio meno rischioso».

Però la gente continua o, meglio, ha ripreso a morire in mare, quindi anche questa parte non sempre è organizzata bene…

«Purtroppo, la gente muore ancora a causa di questo traffico, Sono uomini, donne e bambini che nessuno è interessato a fermare e che hanno preferito “vestire” con l’abito buono e bello dell’emotività umanitaria. Hanno iniziato a diffondere le parole d’ordine di: “migrazione”, “profughi dalla guerra”, persino di “migranti climatici”… Dopo qualche tempo, questa toppa non reggeva più, data la bassissima percentuale di veri profughi rispetto all’enorme massa di emigranti economici clandestini.
La gente continua a morire in mare perché, a volte, anche l’organizzazione criminale sbaglia previsione o non intercetta la nave ONG vicina. In Libia, sulla costa, l’organizzazione coordina le operazioni attraverso Internet, telefoni satellitari, una rete di software di prim’ordine. Ma, a volte, le cose non vanno nel migliore dei modi».

Tanto, per i trafficanti il prezzo è già stato incassato… Ma di questo, come della grande menzogna dei “porti sicuri”, l’ammiraglio ci parlerà domani.
(1 – Continua)

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