PENSIERO CRITICO: Roger Scruton

Rappresentante fecondo e controverso della scuola conservatrice britannica è stato quasi “silenziato” dal conformismo dilagante

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Inizia oggi questa nuova rubrica: “Pensiero critico” che, ogni domenica, ci consentirà di scoprire o ritrovare un autore “politicamente scorretto” della cultura occidentale grazie all’abile penna del saggista e giornalista Gennaro Malgieri

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La prestigiosa rivista culturale americana New Yorker lo qualificò, alcuni anni fa, come: «il più influente filosofo al mondo». Roger Scruton (1944), oltre che filosofo, giornalista, romanziere, musicista, polemista, analista politico, e molte altre cose (anche agricoltore ed enologo) – è certamente il più originale critico delle idee dominanti “politicamente corrette”.

Sulla rivista che dirige, The Salisbury Review, scuote con i suoi scritti  l’Inghilterra con la stessa forza che aveva qualche decennio fa, quando s’impose all’attenzione ripensando il conservatorismo alla luce delle esperienze culturali contemporanee, senza venire meno agli insegnamenti di Edmund Burke e, soprattutto, di Thomas S. Eliot (i suoi due più elevati e amati maestri) ma contribuendo a rendere percepibile un movimento che si riteneva appiattito esclusivamente sulle politiche thatcheriane e reaganiane.

La sua più recente raccolta di saggi, pubblicata in Gran Bretagna, Confessions of a Heretic, ha suscitato nei suoi detrattori critiche e ironie, ma la realtà, purtroppo, gli ha dato ragione al punto che, di fronte al disastro politico, culturale e morale europeo, si è impegnato, nel 2017, con altri studiosi di orientamento conservatore, nella redazione di un Manifesto per l’Europa che il conformismo continentale ha quasi totalmente “silenziato”.
Oggi gli italiani che vogliono avvicinarsi a questo straordinario intellettuale di stampo medievale, quasi un tomista contemporaneo, possono gustare la traduzione delle Confessions, proposte, dopo il voluminoso Essere conservatore, da D’Ettoris Editori con il titolo Confessioni di un eretico.

Si tratta di dodici saggi, eterogenei ma legati da uno stesso filo conduttore, che, in una certa misura, propongono una sintesi del pensiero di Scruton che non risulta mai banale, sia quando s’intrattiene sull’insediamento dell’islamismo nelle società occidentali, sia quando s’intromette nella filosofia della danza. È la dimostrazione che lo spettro delle sue “divagazioni” filosofico-politiche è assai vasto e, tra di esse, rientrano: la difesa dello Stato-nazione, l’ambientalismo come dato caratterizzante di uno modo d’essere“conservatore”, la sferzante polemica contro l’apparenza dell’amicizia veicolata da Facebook cui Scruton contrappone quella vera, fatta di sentimenti e ragioni vitali.

Una riflessione che non trascura quasi nessun aspetto della contemporaneità, declinata in chiave filosofica e che non manca di attrarre il lettore per lo spirito polemico che anima le analisi anche più impervie, illeggiadrite da una cultura che, a dir poco, entusiasma e lascia sbigottiti per la sua vastità.

Un esempio è dato dall’esame del declino dell’arte con la complicità determinante dei critici che governano cinicamente il mercato inducendo anche gli appassionati avveduti a una distorta qualità del giudizio, così come distorto è l’atteggiamento nei confronti delle forme di urbanesimo contemporaneo e delle architetture che rimandano a una decadenza dello spirito e sono l’eloquente espressione di una sensibilità quasi barbara, arida, irrigidita dai meccani del materialismo che ha fatto dell’utilitarismo il veicolo per imporre la bruttura, mentre la bellezza latita.

Già, quella bellezza che percorre, come ricerca costante, ogni scritto di Scruton. Per lui l’arte deve essere «bellezza, forma e redenzione». Così, il saggio che dedica alle Metamorphosen di Richard Strauss, per esempio, è degno di un musicologo-filologo-esteta, ma anche storico, quale è davvero difficile trovare nei pascoli intellettuali dove razzolano “specialisti” di ogni genere incapaci di avere una visione complessiva del tutto.

In tale saggio Scruton osserva, tra l’altro, che Strauss nel piangere la morte della nostra civiltà, ci invita a rivolgerci anche a Dio, precisando che il compositore, pur non essendo credente «capiva il bisogno religioso degli esseri umani e la sua musica ne era una risposta».

Scruton è un cristiano, di confessione anglicana, che non lancia crociate di tipo fideistico ma, affidandosi a un freddo ragionamento politico, elenca tutto ciò che non va nel vecchio Occidente e, in particolare, nella vecchia e disastrata Europa, per potersi difendere e proporsi ancora come motore di storia.

Un’accusa rivolta innanzitutto alle élite europee che non si rendono conto della piega che hanno preso gli eventi che stanno marginalizzando in nostro Continente, al punto da creare i presupposti di uno scenario apocalittico rispetto al quale le classi dirigenti occidentali non sembra abbiano la concreta percezione del pericolo incombente.

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