Dopo Trump, c’è solo Trump

Partito repubblicano senza prospettive difronte al ciclone populista scatenato dal presidente

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Anni fa Karl Rove, “stratega” e spin doctor dell’amministrazione Bush, aveva fatto sapere, con eccessiva supponenza, che i Repubblicani ambivano a diventare “maggioranza permanente” negli Stati Uniti. Non prevedeva, il potente ispiratore della presidenza, che di lì a poco le elezioni sarebbero state vinte da Barack Obama per ben due volte, né che il GOP, il Grand Old Party, somma di tutti i conservatorismi e di tutte le opposizioni al partito democratico, si sarebbe politicamente liquefatto pur vincendo, a sorpresa, le presidenziali del 2016: un chiaro e lampante esempio di populismo, neppure immaginato dall’establishment.

L’ascesa alla Casa Bianca di Donald Trump ha paradossalmente segnato la fine del composito universo politico repubblicano. Tanto la destra cristiana, quanto il fumoso e impalpabile Tea Party, per non dire del variegato mondo intellettuale conservatore dalle sue innumerevoli sfaccettature, non sono riusciti a rinnovare una classe dirigente degna di tal nome, al punto che l’estremo addio a John McCain è sembrato a molti come il congedo repubblicano dalla sua storia, forse da se stesso.

Trump ha letteralmente devastato quel che sembrava, perfino durante il potere di Obama, un granitico assetto politico fondato su ben consolidati blocchi sociali e su un radicamento culturale di tutto rispetto.

Nelle mani di improvvisati “stregoni” alla Steve Bannon e con il suo stesso determinante contributo, Il tycoon si è alienato le simpatie della leadership del partito che, inopinatamente, lo aveva candidato, più per disperazione che per convinzione; al punto che, al Congresso, con difficoltà passano le sue proposte.

Si è dovuto difendere dai molti scandali che gli sono piovuti addosso; si è eclissato dalla società liberal-conservatrice che avrebbe dovuto sostenerlo, mentre in politica estera ha dissolto legami diplomatici consolidati da tempo immemorabile, mettendo a repentaglio gli interessi americani ed atlantici con le sue estemporanee uscite, che si sono ribaltate sul partito repubblicano bloccandone la crescita,

Sia sul piano etico, sia su quello statuale e fiscale, oltre che sul versante dei diritti, i repubblicani sono frastornati dall’approssimazione di Trump che non sembra rendersi conto di quello che dice.

Se è vero che i competitori democratici di Trump sono litigiosi e “solitari”, nel senso che non fanno “squadra”, non bisogna però credere che la “vittoria” annunciata del presidente, almeno alle primarie, abbia smorzato gli entusiasmi e le ambizioni di alcuni repubblicani disposti a metterci la faccia.

Sono, infatti, ben 84, al momento, gli iscritti al registro della Federal Election Commission statunitense per le primarie repubblicane. Nessuno di essi ha la benché minima possibilità di vittoria e quasi sicuramente abbandoneranno il campo prima del tempo. Il fattore denaro è decisivo, come si sa, e investire su perdenti certi non è nel costume dei filantropi americani…

Anche tra coloro che nutrono qualche pallida aspettativa non sembrano esserci avversari in grado di impensierire seriamente Trump, che ha già anticipato tutti gli avversari presenti e futuri iniziando la sua campagna elettorale a colpi di raccolta fondi e muovendo una potente macchina elettorale che nessuno si può permettere; soprattutto prescindendo dal partito, nel quale sembra essere un corpo estraneo, per stessa ammissione di senatori, deputati e governatori che dovrebbero supportarlo.

C’è chi immagina, non senza ragione, che le primarie repubblicane potrebbero addirittura non tenersi, se non in pochi stati federali.

Il che però allontanerebbe e demotiverebbe ulteriormente i supporter storici che non perderebbero tempo a impegnarsi in una competizione senza prospettive politiche, a tutto vantaggio dei concorrenti democratici più accreditati come Kamala Harris, Elisabeth Warren e l’acciaccato (elettoralmente) Joe Biden.

Comunque tra coloro che si sono fatti avanti spiccano i nomi di Bill Weld, politico di lungo corso, già governatore del Massachusetts per due mandati negli anni90; Larry Hogan, attuale Governatore del Maryland, che incarna la corrente centrista e moderata; John Kasic, governatore dell’Ohio, il più liberal tra i repubblicani; Jeff Flake, senatore dell’Arizona, il cui recente libro “La coscienza di un conservatore”, è un implacabile atto d’accusa al partito, alla sua gestione e alla presidenza; Ben Sasse, del Nebraska, aperto anti-trumpiano, sostenuto appassionatamente da Regina Thomson e Beau Correll, leader di “Never Trump”; Tom Cotton esponente dell’Arkansas;  il governatore del Colorado John Hickenlooper; il deputato Justin Amash del Michigan, appartenente alla corrente libertaria, tra i fondatori dell’House Freedom Caucus; Mark Cuban,  proprietario della squadra texana di basket dei Dallas Mavericks, famoso per le sue partecipazioni al reality show Shark Tank; Dwayne Johnson, detto “The Rock”.

Per la scelta “a sorpresa” (in caso di impeachment) chi tiene gli occhi ben aperti è il vicepresidente Mike Pence, ovvero colui che potrebbe trarre maggiore profitto da una rinuncia di Trump. Ma a scalpitare ci sarebbero anche altre stelle del GOP, come gli ex sfidanti Rick Scott, governatore della Florida; Ted Cruz, ambizioso senatore del Texas; Marco Rubio, senatore della Florida, e Scott Walker, governatore del Wisconsin.

Al momento, comunque, Donald Trump, alla sua maniera, sembra aver spento tutti gli entusiasmi. Di recente ha detto: «Che mi amiate o che mi odiate, non c’è altra scelta che votare per me». E così ha chiuso la partita. Indifferente al declino del partito repubblicano, dei conservatori e di quella destra che ha fatto comunque l’America.

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