Per 2 ex calciatori su 3 è dramma povertà

Un mondo miliardario che genera una massa di disperati: è un esempio "business" inumano

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Il conto in banca che si riempie di soldi, come il profilo Instagram si gonfia di followers. Gli ammiccamenti delle ragazze in discoteca, i cori dei ragazzi dalla curva. Poi, i giornalisti, cui dedicare pensieri basici, da copia-e-incolla: “L’impegno è difficile, rispettiamo l’avversario ma non lo temiamo”. Oppure: “Qui ci sono le condizioni per fare bene”. E ancora: “Per me il gol è importante, ma è più importante che vinca la squadra”.

Quando, però, i cori si fanno un’eco lontana, le luci dei riflettori sbiadiscono e restano le rate del macchinone da pagare, senza che se ne sappia fare a meno, allora iniziano i guai. È la cruna dell’ago attraverso cui devono passare tutti i calciatori: 15, forse 20 anni di successo (per i più fortunati), poi i microfoni si spengono. A questo punto il risveglio dal sogno non è semplicemente duro: è esso stesso un incubo.

«Il primo consiglio che do ai giovani è quello di studiare e di formarsi per il proprio futuro perché il calcio è un contratto di lavoro a tempo determinato» La voce è quella di Guglielmo Stendardo. Lui un futuro se l’è costruito. Oggi è un avvocato e mette in guardia chi calca i campi del calcio professionistico italiano: oltre il 60% delle volte, cioè in due casi su tre, alla fine della carriera succede (in brevissimo tempo: 5 anni, al massimo) di raggiungere lo squallido traguardo del rischio povertà.

Il fatto è che «ci sono tanti squali nel mondo del calcio, perciò bisogna affidarsi a persone che non solo guardano l’aspetto tecnico di un atleta», ha spiegato in un’intervista alla Radio Svizzera Italiana l’ex difensore di Lazio, Juventus, Napoli e Atalanta, oggi docente di diritto sportivo alla Università Luiss e capace di dribblare le domande di un giornalista senza affidarsi a banalità.

Di qui il suo allarme e gli appelli che sta facendo girare per creare un “fondo di accantonamento” da inserire nei contratti professionistici.

Iniziativa lodevole, che rappresenta tuttavia anche l’ennesima amara dimostrazione di come la macchina del business, la tentazione del denaro facile, la mancanza di un equilibrio etico, finiscano per rovinare ogni attività, anche quella che, per definizione, dovrebbe essere salutare e formativa: lo sport.

Invece, troppo spesso, al “corpore sano” del motto dei Padri non corrisponde una mente altrettanto sana e allenata: per colpa dell’agonismo esasperato, a causa delle falle della scuola, magari, ma anche e soprattutto per le stesse famiglie che, troppo spesso, si lasciano espugnare dall’ansia di prestazione per il figlio talentuoso già quando si trova alle elementari.

Per farne un calciatore, spesso lo si vende (letteralmente) al diavolo del business sportivo, proprio negli anni cruciali della istruzione e della formazione. Il calcio, più di altri sport, finisce così per creare uomini già vecchi e “usati” a 30 anni ma, al tempo stesso, divora bambini che non sanno difendersi . Uomini che non sanno reinventare la propria vita, quando le gambe non consentono più di inseguire un pallone su un prato.

Pensiamoci, come sportivi, come amanti del calcio… Pensiamo però sempre prima ai nostri figli. Accettiamo la sfida, aiutiamoli a impegnarsi, ma non roviniamo loro la vita per 1o denari.

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