Elezioni: in Emilia Bonaccini ora teme il “fuoco amico”

Intanto la decisione dei 5 Stelle di presentarsi non favorisce il Pd, soprattutto in Calabria

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Che la campagna elettorale fosse più difficile del solito, Stefano Bonaccini, presidente uscente in Emilia-Romagna e candidato unico delle sinistre unite, lo sapeva dall’inizio. Che bisognasse mettere in campo tutte le forze: dalle coop alle sardine, dai sindacati alla magistratura (non a caso torna fuori il Russiagate e ora anche la Open Arms) era ovvio e c’è chi ci sta provvedendo.

Quello che proprio non si aspettava è che a metterlo in difficoltà fosse niente meno che il suo insipiente segretario nazionale, Nicola Zingaretti.

Non è bastato dover rimediare in extremis al pasticciaccio fatto dal Governo con la prima versione della Plastic tax, sulla quale Bonaccini è stato chiamato a fare gli straordinari, per mettere una toppa decorosa che lo salvasse dalle ire degli imprenditori emiliani degli imballaggi.

Il vero “sgambetto” è arrivato proprio dall’assise di Bologna che doveva rilanciare il ruolo del Pd in questa regione sua roccaforte e, soprattutto, cassaforte. Il tema dello “Ius soli”, tirato fuori dal cassetto da Zingaretti, come prossimo provvedimento da mettere sul tavolo di governo, è arrivato come una mazzata per il candidato del centrosinistra che, come molti qui in Emilia, non lo vede proprio come una priorità non procrastinabile, a meno di 2 mesi dal voto.

«Le emergenze per la Regione non sono queste», avrebbe confidato Bonacini ai sui fedelissimi; segno evidente delle tensioni che si sommano alle continue divisioni all’interno dell’alleanza di governo, dove è ormai chiaro che ogni componente politica ha seri problemi, a partire dal suo stesso interno. Intanto, la campagna elettorale è già entrata nel vivo in Emilia e sta decollando in Calabria.

Per gli addetti ai lavori, il voto in Emilia-Romagna ha tutte le caratteristiche di una “linea del Piave” per il Pd e per la maggioranza di governo. Se si dovesse verificare una storica sconfitta per la sinistra e per il suo candidato, sarebbe probabilmente la fine della parabola di Zingaretti alla guida del partito e, di conseguenza, anche del governo Conte.

In questo momento tutti i sondaggi danno ampiamente in testa il governatore uscente, ma l’uscita di Zingaretti sullo “Ius soli” ha fatto crollare di qualche punto il dato.

«Oltretutto inutile», sottolineano fonti interne, perché comunque l’iter parlamentare avrebbe tempi lunghi, creerebbe nuove frizioni con il M5S e porterebbe solo acqua al mulino della Lega.
Un collaboratore di Bonaccini ci conferma che il Governatore, in questi giorni, è molto più preoccupato di ciò che può arrivare dalle fila amiche (Renzi incluso) più che di quel che afferma la sua avversaria diretta. Al punto da imporre un clamoroso “veto” alla presenza di ministri in campagna elettorale

IL VOTO DELLA ROUSSEAU

Ieri sera è anche stata resa nota la decisione della base dei 5 Stelle di presentarsi comunque alle elezioni, nonostante l’accorato appello di Di Maio. Quanto valga o sia sincera la piattaforma Rousseau non si è mai capito. Nessuno toglierà mai il dubbio che la maggior parte dei risultati siano stati pilotati dalla lobby di Casaleggio.

In questa circostanza, però, c’era davvero un grande equilibrio. Di Maio e quasi tutti i ministri del Movimento avevano chiesto la “pausa” elettorale per non turbare i rapporti con il Pd e non fare un’ulteriore figuraccia. Grillo e Casaleggio non si erano pronunciati. La base locale, invece, come è ovvio, premeva per la presentazione di una lista. Magari poco, ma un manipolo di consiglieri regionali stipendiati è sempre meglio che niente. Ha vinto questa base e, adesso, c’è da fare i conti.

In Emilia, ormai, è tardi per tutto. Bisogna trovare il candidato e incominciare da zero. I migliori sondaggi danno il M5S al 5% ed è difficile che possa fare meglio. In Calabria, invece, il Movimento parte quasi alla pari con gli altri, essendo giunta la scelta della data solo da pochi giorni.

I risultati nelle due regioni sono molto oscillanti. L’Emilia è stata una delle prime regione a dare fiducia ai pentastellati che, nella passata elezione (2014) presero il 13,3% dei voti che divennero il 27,54 nelle politiche del 2018. In Calabria, alle regionali, M5S prese appena il 4,9%, per poi “esplodere” alle politiche di un anno fa con un clamoroso 43,56%. Chiaro quindi che, per quanto in crisi, i pentastellati calabri vogliano provarci.

A questo punto Di Maio è stato, ancora una volta, sconfitto e delegittimato. Già da domani ci sarà chi chiederà a gran voce un nuovo leader e anche questa non è una buona notizia per Conte, e neppure per Zingaretti.

Dal punto di vista strettamente elettorale, invece, la decisone della piattaforma Rousseau, difficilmente riuscirà a spostare gli equilibri in Emilia (quel 5% si sarebbe molto probabilmente astenuto). In Calabria, invece, la presenza della lista M5S rischia di fare la differenza, forse proprio a favore del centrodestra.

 

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