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Monsignor Paolo Bizzeti

Opinioni

La testimonianza di un vescovo in Medio Oriente

Monsignor Paolo Bizzeti è un gesuita fiorentino, nominato da papa Francesco, nel 2015, vicario apostolico dell’Anatolia, in Turchia. Nato a Firenze nel 1947, è entrato nella Compagnia di Gesù nel 1966, ed è stato ordinato sacerdote nel 1975. Ha una grande conoscenza dell’area medio-orientale, di cui ha negli anni approfondito gli aspetti religiosi, storici e culturali. Dal 19 al 23 febbraio prossimo, a Bari, rappresenterà la Chiesa cattolica della Turchia nell’incontro “Mediterraneo, frontiera di pace”, promosso dalla CEI, affinché il mare che bagna le nostre coste, unisca nella fraternità e nella solidarietà, i Paesi che vi si affacciano.

Lei ha sostituito Luigi Padovese, un vescovo martire, una eredità importante ma anche un segno dei tempi?

«Sono fiero di poter occupare la cattedra di vescovo in Anatolia che fu di mons. Padovese, che ha dato la vita per quella terra e quei cristiani. Il suo omicidio fu, forse, il segno che dietro l’assassino c’era una minoranza che nutriva odio per le scelte del governo turco verso l’Europa e voleva chiuderla nell’odio religioso. La tesi non è improbabile, ma niente di sicuro si può dire».

La Turchia è un Paese grande e complesso che l’Occidente forse non riesce comprende nella sua totalità…

«Ritengo che la Turchia reale sia davvero poco conosciuta: prevalgono stereotipi che la dipingono come fosse un mondo omogeneo, quando invece è un mosaico interessantissimo di etnie, culture, religioni. Ci sono i Curdi ma anche parecchie altre minoranze etniche, sul piano sociologico. In quello religioso ci sono gli Aleviti e la corrente Sufi per l’Islam; ci sono le varie Chiese cristiane romane e ortodosse; poi altre minoranze come gli Yazidi. Un caleidoscopio, da sempre, perché la Turchia, per millenni, è stata un conglomerato di popoli, culture, religioni. È la sua vocazione e chiunque lo dimentica è destinato a prendere pericolosi abbagli».

La Turchia è fa ancora parte della Nato, ma anche al centro di una complessa area di crisi (con i curdi e la Siria): come si vive dall’interno questa situazione?

«La situazione interna alla Turchia ora è tranquilla. La Turchia fa parte della NATO, certo, ma credo che la NATO debba ridefinirsi, perché al suo interno ci sono troppe differenze per cui, dal mio punto di vista, attualmente è una realtà piuttosto problematica e senza efficacia. Tutti si affrettano a dire di farvi parte ma, in realtà si perseguono scopi diversi e forse conflittuali. Un chiarimento sarebbe necessario. Anche perché il ruolo della Turchia è molto importante nel Medio Oriente e il suo ruolo è determinante, sia per la sua posizione geografica, sia perché è un mondo musulmano sui generis, molto più aperto di quello delle monarchie del Golfo. Però la Turchia non può barcamenarsi tra USA e Russia, come potrebbe accadere se l’Occidente rimanesse paralizzato e indefinito. Penso, per esempio, che la questione dei missili S-400 vada risolta».

Cosa fa un Vescovo cattolico, in un Paese a stragrande maggioranza musulmana?

«Anzitutto sono ammirato di come molta gente semplice vive la preghiera, l’aiuto ai poveri, il digiuno. Quindi credo che stare in questo Paese mi aiuti a riflettere e ad approfondire la mia fede. Infatti, la vicinanza con le persone di un’altra grande religione è un’occasione per ripensare la propria fede cristiana, per andare aldilà dell’ovvio, per interrogarsi su cosa ci unisce e cosa ci differenzia.
Certamente, facendo parte di una esigua minoranza, non è facile per me spiegare il senso della nostra presenza, l’amore per la Turchia che mi accompagna da 40 anni e il desiderio di un rapporto amichevole. Alcune difficoltà nascono nei rapporti con alcune autorità locali che non capiscono la necessità che hanno i rifugiati cristiani di visitare le nostre chiese e avere momenti di formazione. Credo ci sia una parte degli amministratori pubblici e delle autorità di Polizia che sono ancora condizionati dalla paura e dal sospetto. Mi sembra invece che le autorità centrali vogliano garantire il pluralismo religioso e io personalmente sono sempre stato rispettato».

Da quante persone (preti, suore e laici) è coadiuvato nella sua diocesi d’Anatolia?

«La nostra è una realtà piccolina, siamo in pochi e sotto organico, soprattutto per quanto riguarda la presenza di suore e di laici preparati. Non abbiamo nemmeno una presenza monastica cattolica, che sarebbe invece importante. In poche decine di anni molte parrocchie e case religiose sono state chiuse, anche perché tanti cristiani sono andati in Occidente non avendo la possibilità di costruire una scuola, un centro culturale, una cappella, di frequentare una facoltà teologica e così via».

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Come sono le condizioni dei cristiani in Turchia?

«Non abbiamo serie difficoltà, anzi la vita soprattutto nelle grandi città e al sud è molto tranquilla. Ma è vero, come dicevo, che siamo un po’ chiusi dentro le realtà esistenti e non abbiamo possibilità di creare cose nuove, strutture per le famiglie cristiane che vogliano fare vacanza insieme, e tutte le altre cose che in Italia, per esempio, sono normali. A questo proposito bisognerebbe essere più chiari e determinati nei rapporti tra gli Stati. Come i musulmani chiedono di poter costruire moschee, scuole coraniche e così via, così i cristiani devono poterlo fare in Turchia. Mi sembra piuttosto ovvio, se si vogliono rapporti paritari. Ma di fatto ci sono molti ostacoli».

Monsignor Bizzeti in Anatolia

La questione del genocidio degli armeni, popolazione cristiana, sembra non essere ancora risolta in Turchia. Cosa può dirmi al proposito?
 
In effetti, dopo 100 anni, ancora gli animi non sono sereni nell’affrontare l’argomento. Io non me ne intendo e, quindi, non posso dare un giudizio nel merito. Mi sembra ci sia in gioco l’orgoglio nazionale turco, ma ricordo che cento cattedratici turchi, tempo fa, fecero un manifesto in cui si invitava ad affrontare apertamente la questione: quindi ci sono persone importanti che non hanno paura di parlare dell’argomento.

Altri cristiani continuano a entrare in Turchia, nella sua diocesi, da altri Paesi mediorientali; cosa potete fare per loro?

«Noi cerchiamo, con le nostre poche forze, di sostenere i rifugiati cristiani che, a causa della guerra e delle persecuzioni, arrivano in Turchia avendo perso tutto. Cerchiamo di garantire delle tessere alimentari, dei vestiti, dei sussidi per imparare il turco, degli aiuti per qualche spesa medica. Soprattutto cerchiamo di aiutarli a vivere la loro difficile situazione e a stare bene nel Paese che li ha ospitati. Però mancano persone di lingua araba che possano seguirli. Mancano strutture dove possano ritrovarsi, fare festa, cucinare i cibi dei loro Paesi. Sono molto a disagio per questo. Gli irakeni, per esempio, devono lavorare in nero per poter sopravvivere in qualche modo perché, a differenza dei profughi siriani, non hanno il permesso di aprire un negozio o cose del genere».

Di cosa avrebbe bisogno il Vescovo di Iskenderum per la sua missione?

«Anzitutto della preghiera, vicinanza e affetto dei cristiani europei: abbiamo amici, ma ce ne vorrebbero di più. Poi naturalmente abbiamo bisogno di aiuti per soccorrere i poveri. Lo stato turco fa molto ma non può arrivare a tutto, ovviamente. Abbiamo bisogno di essere “riconosciuti” come una forza positiva e non come un problema. Noi abbiamo qualcosa di bello da donare. Le nostre chiese di Turchia sono patrimoni di cultura, liturgia, fede, esperienza che a tutti gli europei farebbe bene conoscere».

Cosa pensa della contraddittoria politica europea, che da una parte si scandalizza se qualcuno vol fermare il traffico di essere umani nel mediterraneo e, dall’altra, spende milioni di euro perché la Turchia non lasci passare i profughi del Medio Oriente?

«Credo che, aldilà delle buone intenzioni, in Europa non si sia ancora maturata una politica adeguata circa i migranti. Si passa dalla strumentalizzazione di certi politici, al qualunquismo che delega ad altri di risolvere i problemi. Per un cristiano questo è inaccettabile».

Ci sono richieste di conversioni al cristianesimo nei suoi territori o fra i profughi che arrivano dagli Stati vicini?

«Dovunque in Turchia ci sono persone provenienti dall’Iran, dall’Afghanistan, dal Pakistan e altri. che cercano in questo Paese una religione più autentica e umana. Certo, tra questi alcuni sono interessati al cristianesimo».

Operando in una zona calda del Medio Oriente, con forti espressioni di estremismo di vario tipo, ha mai avuto paura per la sua vita?

«Io credo che se non si ha un motivo per cui spendere la vita, la vita stessa appassisce nella banalità».

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Per sostenere monsignor Paolo Bizzeti e i cristiani in Turchia, si può contribuire attraverso: Amici del Medio Oriente Onlus, al seguente conto corrente, c/o Banca Fideuram: Iban IT98F0329601601000067088930 – Bic Swift FIBKITMM

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