Lettera ai figli dell’89: «Il Muro di Berlino l’ho abbattuto io»

Scritta nel dicembre 1989 e dedicata ai figli che, a quel tempo, frequentavano le scuole elementari

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  • Un sottile filo di sangue scendeva sul volto. Nessuno voleva ascoltare il suo urlo di rabbia e dolore. Lo raccolsi svenuto e il suo sangue bagnò la mia giacca.
  • Ho visto la rabbia nei volti bellissimi illuminati dal fuoco delle torce. Sentivo che il sangue può accendersi la notte, su una piazza fredda, tra canti di lotta. Ho marciato senza sosta con quei volti segnati dall’ira. Non importa dove potevo arrivare. Non arrivai mai.
  • Ho scoperto che l’alba fredda uccide il sentimento e il tramonto di fuoco l’accende. Troppe notti abbiamo vegliato per amare una sconfitta che ci rendeva giganti.
  • Ora vi ho visto, giovani d’Europa, con le vostre bandiere uguali alle mie. Può un disprezzo legare più della storia? Può il nostro coraggio scalfire il gigante?
  • Il fuoco ti ha marchiato la carne. Troppo forte è la luce ch’emana il tuo corpo. Vieni Roman, con Jan e Alain: nel Baltico ora sfociano la Moldava e la Senna, mentre sul Tevere due roghi illuminano una notte di disperazione.
  • Com’era leggera quella cassa. Come poteva essere così piena di pensieri: Sergio anche tu come noi, anche tu come troppi altri. Una vita in cambio di un’idea. Ti ho ritrovato in una canzone dove vivi per sempre.
  • Solo un sasso avevi a Berlino, un altro a Budapest. Lo hai scagliato anche a Praga e a Stettino contro corazze d’acciaio e armi possenti. Lo stesso ho raccolto e scagliato contro silenzi vigliacchi e potenti omertà.

Cosa posso lasciarti figliolo?
Montagne di volantini, rotoli di manifesti, un cappotto macchiato di colla, un vecchio megafono, il mio fazzoletto tricolore e un mondo di sogni che nessuno ha sconfitto.
Vedi bambino oggi passa la storia sui tuoi banchi di scuola e domani molti la vorranno interpretare. Ma tu sappi che quel Muro l’ho abbattuto io.
Io l’ho infranto, con la mia semplice fede, le mie povere idee, le mie poche certezze.
Io ho distrutto quel Muro piangendo e gridando.
Io ho vinto oggi, perché la mia carne è viva e vive di mille altre carni. Perché i miei occhi non sono miei, ma sono quelli di chi ha visto distruggere la sua Patria e i suoi Dei.
Le mie mani non sono queste che vedi, ma quelle che impugnarono armi o si difesero dai colpi. Sono mani che si aggrapparono alle pietre mentre il corpo dissanguato scivolava nella terra di nessuno.
E questo petto, figliolo, non è quello di tuo padre. È un petto grande come la fede di ideali che hanno fatto palpitare per anni il suo cuore.
Guarda, guarda le mie gambe. Hanno corso per raggiungere la libertà oltre quel muro e troppe volte non ce l’hanno fatta. Hanno corso per sfuggire a una spranga o a un bastone, ovunque la voglia di urlare ci portava a rischiare.
E queste labbra che ora ti parlano vorrebbero raccontarti di mille vite bruciate, ma sanno solo sorridere. Vorrebbero dirti di tante falsità e vergogne, ma si serrano irose. Queste labbra, figlio mio, sanno baciare e gridare, ma in entrambe le cose esprimono solo amore.
Ecco, bambino, sui tuoi banchi oggi scorre la storia e ti diranno che quel Muro l’ha abbattuto una fata dai capelli ramati chiamata “democrazia”, ti diranno che era saggia e pacifica.
A tutti tu rispondi che era sciocca e vigliacca e che quando taceva, nascosta e tremante, contro il muro cozzavano solo urla, disperazione, rabbia, sangue, coraggio e virtù.
A tutti racconta che chi distrusse quel Muro tu l’hai visto davvero e aveva gli occhi, il sorriso e quei semplici sogni che tuo padre ti lascia e che ora sono in te.
A tutti tu grida: «Il Muro di Berlino l’ho abbattuto io».

  • Non sento più freddo, ne voci arrochite. Perché ora sento soltanto canzoni… o son grida?: «Di qua camerati…». Riecco i volti bellissimi, riecco la vita e una gioventù di anni spesi bene.
  • Oltre il muro la luce si spegne leggera, ma un gran fuoco divampa: è il Solstizio.

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