Berlino Ovest - 12 Novembre 1989 – Tedeschi dell’Est e dell’Ovest festeggiano nei pressi della Porta di Brandeburgo (foto Livio Senigalliesi)

Il racconto di un testimone (2): «Crollato un Muro ne sono sorti altri»

In poche ore è cambiato tutto per i berlinesi e i tedeschi dell’Est, ma non necessariamente in meglio, dopo 40 anni di comunismo.

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Riprendiamo l’intervista con Livio Senigalliesi (ieri la prima puntata), unico fotoreporter italiano presente a Berlino Est il fatidico 9 novembre e nei mesi successivi, fino alla reale riunificazione della città, il 3 di ottobre del 1990. Alcune delle sue immagini di quel periodo sono pubblicate nel Reportage che trovate qui.

Com’era la situazione sociale nella Germania Est in quel 1989?

«Era drammatica. Quarant’anni di socialismo reale avevano lasciato una nazione economicamente in ginocchio. Le città industriali erano luoghi altamente inquinati e le campagne erano rimaste ancora a sistemi di coltivazione arcaici. A Berlino Est, c’erano file lunghissime per comprare qualcosa da mangiare. La popolazione, dopo ore a far la fila, poteva scegliere tra aringhe, cavolfiori e patate. Alcune volte, la merce finiva prima che la fila si esaurisse e chi restava senza niente doveva continuare a far la fila in un altro negozio. Qualcuno si attrezzava con la borsa nera, sempre proveniente da Est, soprattutto dalla Polonia e dalla Russia, ma era rischioso».

Il contraccolpo ricevuto, aprendosi all’Occidente, deve essere stato violentissimo?

«Devastante, su diversi piani. Ricordiamoci che il socialismo reale, comunque, garantiva tutto e ti seguiva dal momento della nascita fino alla sepoltura. Tutto era regolamentato e gestito dallo Stato, soprattutto il mondo del lavoro. In poco tempo decine di migliaia di persone si sono trovate disoccupate. Anche i laureati dovevano andare a riqualificarsi in qualche Università della Germania Ovest. Erano garantiti solo i servizi essenziali. La grande cultura della Germania Est è stata spazzata via in poco tempo. Circa 2 milioni di persone se ne sono andate ad Ovest. Ad Est, gli abitanti venivano mantenuti con assegni di Stato e non erano abituati a pagare quasi niente. Finito il tempo dei festeggiamenti iniziarono a emergere le grandi differenze economiche, sociali, morali e politiche. Così c’era molta frustrazione a Est».

Da cui possono sorgere anche discriminazioni?

«Esatto. L’unificazione è stata un’operazione puramente economica. Le urla festose che inneggiavano a “un solo popolo un solo Stato” si sono progressivamente affievolite. Il fascino dei 100 marchi da spendere, donati a ogni cittadino dell’Est dalla Germania Ovest, svanì presto. Gli abitanti ad Est erano vestiti con abiti anni Cinquanta, si riconoscevano a distanza, senza considerare il loro linguaggio con un accento molto duro, che faceva sorridere i tedeschi occidentali. Le differenze economiche erano simboleggiate dalla famosa Trabant (unica auto esistente all’Est che non poteva neppure circolare secondo le norme occidentali ndr.). Tutto questo li faceva considerare dai fratelli occidentali, come dei cittadini di serie B. Ancora oggi, i cittadini dell’Est, soffrono di questa discriminazione. È molto viva in loro una sensazione che chiamano con un nome che rievoca il passato, si sentono vittime di una nuova “anschluss” (annessione)».

Lei, in quegli anni, ha fotografato cose che pochi hanno visto e fotografato…

«Ho seguito il mio istinto e ho avuto la fortuna di fotografare un mondo che stava scomparendo. Ti si presentavano davanti situazioni contrastanti, a volte trovavi grande entusiasmo per la possibilità di muoversi liberamente, che ha permesso a tante persone di ricongiungersi. Poi, anche il triste risveglio dalla sbornia della festa, che ti presentava il conto dell’unificazione. Pochi giorni dopo il 9 novembre, il cittadino dell’est era diventato un semplice disoccupato trasformato però in “consumatore”, colui che vale per la sua capacità di acquisto».

Quale scatto le è rimasto più impresso nella pellicola dell’anima?

«Diversi di quella storica esperienza. Amo ricordare il mio viaggio, di primo mattino, il 10 novembre in NormannenStrasse, un luogo molto distante dal Checkpoint Charlie. Quando presi il taxi e dissi al taxista la destinazione, lui mi guardò per una manciata di secondi, non disse nulla, mise la marcia e partì. Fu un tragitto di 30 minuti circa in assoluto silenzio. Una volta arrivati, si fermò all’angolo della strada. Io scesi e feci 4 scatti all’imponente edificio sede della STASI (dipartimento della Sicurezza e Spionaggio della DDR) e risalii in auto. Gli dissi di riportarmi alla porta di Brandeburgo ma lui non ripartì subito. Si girò, mi fissò negli occhi e mi disse: “Solo ieri a quest’ora, dopo che lei mi aveva detto la destinazione del nostro viaggio, avrei trovato una scusa e lasciandola per un attimo nel taxi, avrei telefonato alla STASI. Lei arrivando in NormannenStrasse non avrebbe avuto neanche il tempo di fare il primo scatto all’edificio, le avrebbero sparato in testa da qualche finestra… Solo ieri a quest’ora, sarebbe successo tutto questo”». (Questa immagine storica la trovate nel Reportage pubblicato oggi ndr.)

Cosa sarebbe oggi l’Europa senza la caduta del muro di Berlino?

«Non possiamo dirlo con precisione, è molto difficile immaginare uno scenario del genere. Sarebbe stata un Europa divisa ma in modo diverso, la grande illusione che abbiamo nutrito con gli anni, è svanita. Il tempo ci ha fatto tornare divisi perché sono prevalsi gli interessi economici dei singoli Stati. Non abbiamo una politica economica comune in Europa, non abbiamo un sistema di difesa comune e anche la politica estera è praticamente inesistente. Siamo ancora un insieme di Stati che guardano ciascuno ai propri interessi. Al tempo del muro di Berlino c’erano altri 16 muri nel mondo. Oggi a 30 anni dalla caduta di quel Muro, ce ne sono 70 nel mondo e 7 in via di costruzione. Cosa ha imparato l’umanità dalla caduta del Muro di Berlino?».
(2 – Fine)

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