4 giugno 1989, Pechino, piazza Tien An Men. I carri armati schiacciano la rivolta popolare

1989: anno decisivo per la libertà

In piazza Tien An Men, a Pechino, l’ultima sanguinosa repressione comunista, mentre in Europa...

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Nella notte tra il 3 e il 4 giugno 1989 i carri armati dell’esercito cinese entrarono in piazza Tien An Men sparando sulla folla. La repressione pone fine a quella che era stata definita la “primavera di Pechino”, iniziata il 18 aprile, quando un pugno di studenti, diventati nel corso delle settimane alcune migliaia, avevano occupato la piazza centrale della capitale al grido di: «Abbasso la rivoluzione, viva la democrazia, viva la Cina».

Il 4 maggio (data simbolica in quanto ricordava il Movimento del 4 maggio 1919) a marciare per le vie di Pechino furono in più di 100 mila chiedendo libertà e un dialogo formale con le autorità del partito. Il 16 e 17 maggio, poi, in concomitanza con la visita del leader russo Michail Gorbaciov, migliaia di studenti tornarono a occupare la piazza; alcuni di essi iniziarono lo sciopero della fame. La protesta si era ampliata anche fuori Pechino, arrivando a coinvolgere oltre 300 città.

A questo punto, il governo dichiarò la legge marziale, decisione assolutamente straordinaria se si considera che, nella storia della Repubblica popolare cinese, era stata proclamata una sola volta a Lhasa, capitale del Tibet.

Passati 12 giorni di apparente tregua, Deng Xiaoping, diede ordine alle truppe di entrare a Pechino. Fu una strage. Ancora oggi è impossibile ricostruire esattamente quanto accadde, fatto sta che i militari trovarono una forte resistenza già in periferia e si aprirono la strada sparando sulla falla per giungere, infine, in piazza Tien An Men. Difficile anche la conta dei morti: 200 per le autorità cinesi, 800 per gli americani, 2.600 per la Croce rossa.

A quanti furono massacrati nelle strade della capitale vanno poi aggiunte le vittime nelle altre città cinesi e le migliaia di prigionieri politici che trovarono la morte per tortura o condanna nei mesi successivi; portando così il bilancio complessivo della repressione del regime comunista a una cifra che supera di certo i 20.000 morti.

Dunque, il 1989, che segnò la fine di tanti regimi comunisti, non riuscì a infrangere quello cinese che, anzi, sopravvive ancora oggi, grazie alla connivenza degli interessi economici mondiali…

DALLA POLONIA AL BALTICO

Il 24 di agosto del 1989 una notizia – non del tutto inattesa – piombò nelle redazioni dei giornali. In Polonia si era insediato il primo governo non comunista del dopoguerra, presieduto da Tadeusz Mazowiecki, esponente di Solidarnosc, primo e unico sindacato libero nato (ma soprattutto sopravvissuto) in un Paese dell’Est europeo. Primo atto di Mazowiecki fu quello di telefonare a papa Giovanni Paolo II, a testimonianza del ruolo svolto dal papa polacco per ridare libertà al suo Paese.

L’insediamento di un governo liberamente eletto in un Paese chiave del blocco comunista non poteva non generare un effetto a catena, ben evidenziato dall’appello che Lech Walesa (leader storico di Solidarnosc e poi presidente della Repubblica polacca) lanciò, rivolto all’Occidente, il 30 agosto di quel fatidico 1989: «Non sciupate, per pigrizia o alterigia, la possibilità di spingere l’intera Europa orientale fuori dal comunismo».

L’intera “Cortina di ferro” fu come pervasa da un brivido di libertà… e iniziò, inesorabilmente, a scricchiolare, anche perché, a Mosca, era salito al potere Michail Gorbaciov, l’uomo della “perestroika” (ristrutturazione) e della “glasnots” (trasparenza) Due parole che segnarono la fine dell’URSS. Cosa che apparve evidente quando, il 23 agosto, una catena umana lunga 560 chilometri e composta da oltre 2 milioni di manifestanti, attraversò le repubbliche sovietiche di Lettonia, Estonia e Lituania per chiederne l’indipendenza.

NASCE LA NUOVA UNGHERIA

La transizione ungherese verso una democrazia in stile occidentale fu una delle più dolci tra quelle dei Paesi dell’ex blocco sovietico. Già dalla fine del 1988, il popolo e gli intellettuali di Budapest spingevano sul pedale del cambiamento. Ma è nel 1989 che avviene il definitivo cambiamento.

A febbraio viene adottato il sistema politico multipartitico. Ad aprile l’URSS firma un accordo per il ritiro delle truppe. Il sentimento di ritrovata unità nazionale viene cementato a giugno, quando la nazione ri-celebra il funerale di Imre Nagy e con esso, simbolicamente, di tutte le vittime della repressione comunista del 1956.

Infine, il 23 ottobre, viene ufficialmente proclamata la nuova Repubblica d’Ungheria, con presidente provvisorio Mátyás Szűrös e con una nuova costituzione basata su principi di libertà e democrazia.

BERLINO LIBERA TUTTI

Nel giorno fatidico del crollo simbolico del Muro, il 9 novembre, anche a Sofia in Bulgaria, il potere comunista vacilla. Il presidente Todor Zhivkov, in carica dal 1971, si dimette e, l’11 dicembre, viene abolito il ruolo guida del Partito comunista.

Lo stesso giorno, al confine tra Austria e Cecoslovacchia viene abbattuto lo sbarramento di filo spinato che, durante tutto il dopoguerra, aveva impedito il passaggio della frontiera tra Est e Ovest. Proprio in Cecoslovacchia, alle elezioni del 10 dicembre, trionfa l’opposizione anti-comunista e i cecoslovacchi festeggiano la liberazione da un incubo. Il 29 del mese, lo scrittore dissidente Vaclav Havel, fondatore del gruppo Charta ’77 e simbolo vivente della lotta contro il potere marxista, viene eletto presidente della Repubblica.

ROMANIA INSANGUINATA

Tutt’altro che “di velluto”, invece, la situazione in Romania, dove il dittatore comunista Nicola Ceausescu e la sua cricca di potere non vogliono cedere alla nuova ondata di libertà che ha pervaso tutto l’Est europeo

Il 17 dicembre 1989, a Timisoara, l’esercito spara ad altezza d’uomo sulla folla. Il 20, la situazione si presentava però ancora tesa e questo lo spinge Ceausescu a rivolgersi ai rumeni, in tv, parlando di una «aggressione straniera alla sovranità della Romania». La folla che si raduna sotto il Palazzo del Comitato Centrale, dà vita a una vera e propria rivolta contro il dittatore. La mattina del 22, la ribellione si è diffusa in tutte le città. I ribelli forzano le porte dell’edificio costringendo il dittatore e sua moglie a fuggire. Infine, i Ceauşescu vengono arrestati, processati sommariamente, condannati a morte e fucilati il giorno di Natale.

SCRICCHIOLII SINISTRI

La dissoluzione dell’impero comunista non poteva essere del tutto indolore. Oltre alla Romania un altro scenario tragico sta per aprirsi: l’incubo delle guerre civili balcaniche

Proprio nel settembre 1989, il parlamento della Slovenia (ancora parte della repubblica jugoslava) modificò la Costituzione, riconoscendosi il diritto alla secessione dalla Jugoslavia stessa e abolendo il ruolo guida del partito comunista. La Slovenia sarà così la prima, 2 anni dopo, a dichiarare la propria indipendenza e gli scontri armati per la definizione dei confini con la Croazia saranno, tutto sommato, i meno tragici di quel gigantesco conflitto che seguirà alla disgregazione della ex Jugoslavia.

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