Il memoriale che era stato eretto dai berlinesi in ricordo delle vittime del Muro nei pressi del Checkpoint Charlie

(3) Il costo umano del Muro di Berlino

È quasi impossibile sapere quanti furono esattamente i berlinesi uccisi nel tentativo di fuggire dal comunismo

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I primi 155 km di filo spinato, stesi a partire dal 13 agosto 1961, erano una barriera che pareva ancora facilmente superabile, con un po’ di coraggio. A mano a mano che il muro, le fortificazioni, le torrette, gli impianti di illuminazione e le recinzioni crescevano, invece, aumentarono il pericolo e le difficoltà, quindi anche l’angoscia e la disperazione che portavano i berlinesi dell’Est a inventarsi i sistemi più audaci per fuggire in Occidente.

La storica foto di un Vopos che fugge da Berlino Est nei primi giorni di chiusura dei varchi

Nel solo primo anno del Muro, furono ben 12.316 le persone che riuscirono a rifugiarsi a Berlino Ovest, tra cui quasi mille membri del personale di sorveglianza (poliziotti o militi del partito comunista).

Il Muro che cresceva bloccando ogni attività, divenne particolarmente odioso nella Bernauer Strasse, una via lunga 1,4 chilometri con le case a Berlino Est, mentre la carreggiata e i due marciapiedi facevano parte di Berlino Ovest. Quindi bastava calarsi dalle finestre per essere liberi. Dopo le prime fughe, tutte le case della via furono sgomberate: in tutto 580 appartamenti. Persone disperate presero allora a lanciarsi dalle finestre delle abitazioni.

Così morì, il 22 agosto, Ida Siekmann, prima vittima della libertà… Stessa sorte, il giorno dopo, per Hans Dieter Wesa, poi per Rudolf Urban, Olga Segler, Bernd Lünser. Il 24 settembre si concluse l’operazione di evacuazione forzata di oltre 2000 famiglie. La lunghezza complessiva di edifici murati in Bernauer Strasse fu di 750 metri, con altri 400 metri di muro per chiudere le strade laterali e 250 metri di palizzate. Gli ingressi murati furono 50 (compreso quello della chiesa della Riconciliazione), 37 i magazzini e 1253 le finestre.

OGNI SISTEMA È BUONO

I metodi utilizzati per fuggire dal settore comunista, soprattutto nei primi anni, sono un autentico campionario ci fantasia e audacia. Spesso per la fuga era fondamentale l’aiuto dei Fluchthelfer, cittadini occidentali con permessi di passaggio; c’è chi, tra essi, riuscì a portare un ragazzo chiuso in una valigia o una ragazza legata sotto la macchina o una donna, addirittura, nel serbatoio della benzina di un camion.

C’era poi chi falsificava documenti diplomatici, permessi o divise da Vopos presentandosi con coraggiosa faccia tosta ai check point. Diversi furono i tunnel sotto il Muro: il più lungo misurava 145 metri ed era largo 70 centimetri, vi fuggirono in 57 in una sola notte.

Il confine attraversato dal fiume Sprea offriva, invece, possibilità a buoni nuotatori e sommozzatori e ci fu persino chi si costruì un piccolo sommergibile. Tre famiglie, invece, riuscirono a fuggire su una mongolfiera costruita in casa in due anni di lavoro. Anche i cavi della luce che attraversavano i due settori vennero utilizzati (prima che fossero tagliati) come improvvisate funivie.

MACABRA CONTABILITÀ

Finora il numero esatto di quanti siano morti cercando la fuga verso la libertà non è ancora comprovato con sicurezza, né si sono potute accertare tutte le date di morte delle vittime. La cifra più attendibile si aggira tra i 230 e i 240 morti, negli anni dal 1961 al 1989. Finora, però, sono stati chiariti i destini “solo” di 138 di essi… per oltre 100 si stanno cercando ancora riscontri e documenti negli archivi dell’ex-Germania Est.

Oltre alle vittime del Muro vero e proprio, però, bisogna ricordare anche gli oltre 100mila cittadini della Repubblica Democratica che, in quegli anni, cercarono di fuggire oltrepassando il confine tra le due Germanie. Di questi, circa 650 vennero uccisi dal fuoco dai soldati di frontiera oppure morirono annegando nei corsi d’acqua, vittime di incidenti mortali o si suicidarono vedendosi scoperti.

FINO ALL’ULTIMO GIORNO

La croce posta a ricordo dell’ultima vittima del Muro

Chris Gueffroy aveva vent’anni. Era nato nel “fatidico 1968”, aveva vissuto tutta la sua adolescenza a Berlino Est, sognando i colori, la musica, l’allegria della libertà che “sentiva” al di là del Muro. Così, nella notte tra il 5 ed il 6 febbraio 1989, dopo aver a lungo conversato con un amico, decise con lui di fuggire passando il Muro all’altezza del canale Britzer Zweigkanal.

Entrambi davano per scontato che al confine, ormai, non si sparasse più: erano anni che non si contavano più morti (ma neppure più tentativi di fuga). Dopo aver superato il muro posteriore e il recinto di segnalazione i due giovani vennero scoperti dai soldati di frontiera della RDT. Dopo l’intimazione a voce le sentinelle aprirono il fuoco. Colpito a morte, al cuore, Chris Gueffroy stramazzò davanti al recinto di confine. Fu l’ultimo berlinese ad essere ucciso ai piedi del Muro.

Quanti furono i feriti, gli arrestati, i deportati, i torturati? Forse non lo si saprà mai e, come tutti i crimini commessi dai vincitori della Seconda Guerra mondiale, anche questo rimarrà impunito.

D’altra parte, i tedeschi, insieme con le rovine del Muro, hanno cercato di “rimuovere” rapidamente anche ogni rancore e, dopo la fusione delle due Germanie, non c’è stato alcun processo a chi indossava una divisa o imbracciava un mitra nelle file comuniste.

I conti con la storia, però, sono un altro discorso e quelli l’ideologia comunista deve ancora farli del tutto.

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