Ha ancora senso chiamarlo centro-destra?

Le vecchie categorie sono ormai superate, lo ha capito bene Salvini, che non si è mai definito "di destra" sapendo che sarebbe limitante

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Io credo di no, per diversi motivi. Primo perché in alcuni casi la forma è anche sostanza, e non è certamente un caso che a godere di maggiori consensi siano la Lega e Fratelli d’Italia, ovvero i due partiti in cui il ricambio generazionale non soltanto è avvenuto, ma è anche stato foriero di un’evoluzione nei fatti.

Salvini ha decuplicato i consensi trasformando la Lega in un partito nazionale e la Meloni può finalmente puntare a raggiungere la doppia cifra grazie a una ritrovata coerenza sui temi di riferimento della propria area politica.

Altro punto in comune: entrambi ci sono riusciti vincendo la sfida – a detta di molti impossibile – di ricostruire sulle macerie ancora fumanti lasciate dai rispettivi mentori.

Il Trota e Belsito da una parte e la casa di Montecarlo e Giancarlo Tulliani dall’altra sembrano ricordi lontani anni luce, così come le esperienze di Fini e Bossi sono ormai consegnate ai libri di storia. Definitivamente.

È oggettivo, considerando le condizioni in cui erano ridotte qualche anno fa la Lega Nord e l’area politica che faceva capo ad Alleanza Nazionale, che Giorgia Meloni e Matteo Salvini siano gli artefici di due veri e propri miracoli, sia in termini politici che di comunicazione. Non c’è che dire.

Così come, specularmente, non è un caso nemmeno che l’unico partito della coalizione in netta controtendenza sia anche il solo a non essersi mai rinnovato; ormai Forza Italia è diventata una sorta di scialuppa di salvataggio che si fa di giorno in giorno sempre più piccola, sulla quale un pugno di dirigenti sgomitano con l’unico obiettivo di conservare il più a lungo possibile lo status quo.

Ovvio, poi c’è Silvio Berlusconi. Chiaro che se paragonato alle truppe che si ritrova continua a spiccare di una decina di spanne, ma si tratta di una soddisfazione veramente magra, per uno come lui: comunque la si guardi, passare dal miracolo del ’94 all’attuale 5% è qualcosa di molto vicino a un’umiliazione.

D’altronde, come dicevamo prima, questo è il prezzo (altissimo) di un ventennio abbondante durante il quale non si è investito minimamente in una classe politica nuova che sul territorio esisteva eccome. Parliamo di migliaia tra consiglieri comunali e regionali, sindaci e militanti che si sono visti sbarrare la strada da una gestione sempre più verticistica che ha trovato il suo sbocco naturale nel Porcellum, ovvero la legge elettorale peggiore della storia, che introdusse il parlamento dei nominati, aumentando a dismisura la già siderale distanza tra popolo e politica.

Quindi, dal momento che le due forze trainanti sono nuove sia nelle persone che nell’offerta politica, perché utilizzare un “second brand” logoro come centro-destra? La vera forza propulsiva della coalizione, anche considerando la morte cerebrale della narrazione dei 5 Stelle, dovrà necessariamente essere rappresentata da qualcosa di diverso, che renda l’idea dell’unico schieramento capace di guardare avanti e di intercettare i bisogni non delle élite, ma delle persone normali.

La cosiddetta maggioranza silenziosa, a cui Matteo Salvini e Giorgia Meloni stanno finalmente ridando voce.

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