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Non è più tempo di destra e sinistra

Bisogna imparare a leggere la politica italiana e mondiale da un’altra angolazione

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Lo diciamo da tempo, ma ogni giorno che passa (e le ultime elezioni in Umbria ne sono una conferma, nonostante le apparenze) il tempo della divisione dell’agone politico in settori in qualche modo “ideologici” o preconcetti (destra, centro, sinistra) è finito.

Questa impostazione che ancora, ovviamente, pervade le nostre menti e i nostri discorsi, trae origine dalla prima democrazia parlamentare inglese e dalla divisione dell’aula (rettangolare e non a emiciclo come da noi) tra Labour (a sinistra) e Tories (i conservatori, a destra). Andiamo a vedere l’Inghilterra di oggi: il premier, Boris Johnson, rappresenta un partito (i Conservatori) accreditato del 10% scarso, altrettanto il suo antagonista Labour… mentre scalpitano i liberali, i verdi e il Brexit party di Farange, poco rappresentanti da questo Parlamento, ma forti nel popolo.

Liberali e democratici ancora adesso si contendono (ufficialmente) il primato politico negli USA, ma Donald Trump è solo formalmente repubblicano. In realtà, è il primo ad aver rotto lo schema tradizionale. Inviso ai repubblicani è stato osteggiato dall’apparato del “suo” partito per tutta la campagna alla nomination. Osteggiato, poi, da tutti gli apparati e le lobby tradizionali (democratiche e repubblicane), ha vinto solo grazie al popolo. Per lui hanno votato moltissimi democratici appartenenti alle classi “non tutelate”.

Lo schema divisivo tra destra, centro e sinistra si è ripetuto identico in tutte le democrazie parlamentari occidentali ma, dalla caduta del Muro di Berlino in poi, non ha trovato ideologie che riprendessero la contrapposizione. Al contrario, ha visto il “fondersi” delle vecchie impostazioni che chiameremo “capitaliste” (per semplificare) con le altrettanto vecchie impostazioni della sinistra internazionalista e repressiva, formando quel mix esplosivo che è diventato il “turbo capitalismo” globalista.

La rivoluzione digitale di inizio millennio ha, però, fatto deflagrare tutte le contraddizioni.

L’impostazione capitalistica, anche in chiave “sindacal-buonista”, non è in grado di dare risposte a un nuovo mercato del lavoro che ha visto smontare ogni certezza generando grandi opportunità ma, anche, grandi incertezze e destabilizzando completamente molte logiche sociali.

Così, anno dopo anno si scava sempre più profondo un nuovo solco divisivo che non è più quello tra destra (capitalista, liberale) e sinistra (operaia e proletaria) ma tra “garantiti” (caste di privilegiati come politici, giornalisti, magistrati, imprenditori ma anche lavoratori sindacalizzati, assunti, protetti da ammortizzatori sociali) e “non garantiti” (liberi professionisti e disoccupati, giovani precari e piccoli imprenditori, cervelli in fuga e commercianti).

La prima categoria – oggi – è quella dei “conservatori”, nel senso letterale del termine, perché intendono conservare i loro privilegi, le loro tranquillità, le loro “rendite di posizione”. Sono disposti a essere “buoni”, ecologisti di facciata, impegnati a parole nel sociale, pur di fare poi le vacanze a Capalbio. Sono “intelligenti e colti”, perché hanno letto l’ultimo libro suggerito dai media e stanno dalla parte degli intellettuali di grido e delle loro battaglie democratiche.

Dall’altra parte – sempre oggi – ci sono i “popolari”, che nessuno vuol ascoltare perché sono “cattivi”, temono l’immigrazione perché per loro è già difficile arrivare a fine mese, sono evasori (dello scontrino da 50 euro… mentre le multinazionali del web evadono 50 miliardi), ragionano con “la pancia”, non credano a Lilli Gruber e a Fabio Fazio, non leggono Saviano.

Il fatto è che, giorno dopo giorno, le ingiustizie del mercato globale stanno facendo crescere questo popolo di non rappresentati, mentre le caste e i tutelati si chiudono sempre più a guscio nei loro privilegi.

In Italia, il popolo dei non rappresentati aveva riposto le sue speranze nel Movimento 5 Stelle e l’accordo di governo con la Lega era davvero l’emblema del nuovo schieramento, contro le vecchie caste della politica (Forza Italia e PD, per intenderci). Naturalmente, la cosa era talmente “rivoluzionaria” che tutte le forze opposte, a livello soprattutto europeo ma non solo, sono intervenute per destabilizzare l’Italia (con lo spread o le agenzie di rating) e per far cadere Salvini (minacce, promesse e intrighi di Palazzo).

Ciò che è successo domenica in Umbria testimonia solo dell’errore dei 5Stelle di diventare parte dello schieramento “conservatore”. Non è (contrariamente a quanto si dice semplificando) una vittoria del “centrodestra”. Tant’è che nel centrodestra il partito “conservatore” (Forza Italia) sta sparendo.

Insieme all’Umbria, domenica, si votava anche nella regione tedesca della Turingia. La maggior parte dei media e dei commentatori hanno sottolineato la vittoria “dell’estrema destra” (arrivata al 24%), qualcuno ha fatto notare anche l’avanzata “dell’estrema sinistra” (che sfiora il 30%). La verità è che entrambi gli schieramenti rappresentano il malumore dei “popolari” , ovvero del popolo (e insieme sono maggioranza), mentre i partiti tradizionali e “conservatori” sono in picchiata.

Magari sarà difficile trovare l’accordo tra i due movimenti (come era difficile per Lega e 5Stelle), proprio perché ci sono ancora, comunque, scorie ideologiche del Novecento. Ma se dovessero capire che la difesa del popolo dei “non rappresentati” è, oggi, l’unica vera battaglia, difficile ma buona e vincente… Beh. Ci sarebbe da divertirsi.

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