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INCHIESTA: l’oscuro business del commercio delle armi (2)

«Non c’è niente nel commercio delle armi che viene lasciato al caso, tutto è deciso e stabilito con l’assenso e la partecipazione degli Stati». Maurizio Simoncelli, vicepresidente e cofondatore dell’IRIAD (Istituto Ricerche Internazionale Archivio Disarmo), dopo le rivelazioni della scorsa settimana, continua a illustrarci alcuni aspetti sconosciuti di questo mondo solo apparentemente “sotterraneo” dove gli affari si fanno sulla pelle di migliaia di innocenti e, ovviamente, a nostra insaputa.

Parliamo dell’acquisto degli F-35, addirittura si è mosso Mattarella, perché? Non tutto è andato liscio?

«Ci sono stati alcuni “passaggi in più”, per un insieme di motivi, che hanno ridimensionato la portata del progetto di acquisto iniziale. Da una prima ipotesi di 135 aerei da combattimento siamo passati a 90 e successivamente la Commissione difesa parlamentare, ne aveva chiesto il dimezzamento a 45».

Perché?

«Sono molto costosi e, secondo gli esperti, anche difettosi e hanno un cuore tecnologico completamente in mano alla Lockheed Martin. Non abbiamo modo di aggiornare il software se non ricorrendo all’azienda aerospaziale americana. Anche per la manutenzione siamo completamente dipendenti da loro. Senza pensare alla mera ipotesi di uno screzio con il nostro alleato più importante che, probabilmente, vedrebbe rimanere a terra i nostri F-35».

Perché difettosi?

«Hanno mostrato tante problematiche tecniche. Anche su uno dei punti più importanti ci sono molti dubbi… L’F-35 viene dichiarato dalla Lockheed “invisibile” a molti tipi di radar di ultima generazione. Alcuni esperti dichiarano la parzialità di questa caratteristica, non sarebbe del tutto vero quello che certifica la Lockheed… Ricordiamoci che noi, per l’acquisto dei nuovi aerei militari dell’azienda americana, abbiamo lasciato il progetto Eurofighter, di sola matrice europea».

Dov’è la convenienza?

«Mah, sinceramente non saprei. Il caccia europeo è di quarta generazione e mezzo, l’F-35 è di quinta. Dovevamo impiegare circa 10.000 persone a Cameri (Piemonte) per il montaggio del nuovo caccia, invece sono previsti solo 600 posti in fabbrica e 900 nell’indotto (al massimo si arriva a 3.000), per il solo montaggio delle ali. Gli Stati Uniti, ci hanno “fortemente consigliato” l’acquisto degli F-35. Una di quelle proposte che non si possono rifiutare…solo perché, probabilmente, non volevano sostenere da soli l’intera spesa della produzione. La Francia si è sfilata dall’acquisto, puntando a produzioni loro, o europee, mentre noi continuiamo a tenere i piedi in due staffe».

Tra l’altro, proprio per la questione del Eurofighter sono scattati i dazi di Trump che hanno colpito anche l’Italia. Come direbbero a Napoli “cornuti e mazziati” per colpa dei francesi. A proposito di Francia, qual è stato il suo ruolo nelle cosiddette “primavere arabe”?

«Grande presenza in Libia nel periodo precedente agli ultimi mesi della dittatura del colonnello Gheddafi. Algeria, Marocco e Tunisia sono sempre state zone di forte influenza. La questione libica, negli ultimi anni, è sicuramente un periodo buio per quel che ci riguarda…».

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Perché?

«Anche lì tenevamo i piedi in due staffe. Abbiamo utilizzato, per la Libia, parte di un grosso carico di armi confiscato nel 1994 a un grande trafficante, il russo Alexander Borisovich Zhukov, dalle nostre forze di pubblica sicurezza. Il grosso carico doveva essere distrutto, come prevede la Legge, invece è stato diviso in due parti e utilizzato da organi dello Stato per essere spedito in Medio Oriente alle formazioni curde che combattevano contro l’Isis, nel 2014, e in Africa per il conflitto libico nel 2011».

Da che parte del conflitto libico?

«Risulta che in Libia, durante la rivolta contro Gheddafi, siano state inviate parte di quelle armi dalla Sardegna, dove erano conservate, via Civitavecchia, per poi andare a finire in mano ai ribelli libici. Il fatto ha sollevato l’interesse dei media e ha portato ad alcune interrogazioni parlamentari, nonché a un’inchiesta giudiziaria. Ma su tutto è, poi, calato il segreto di Stato».

Lei asserisce che da un lato bombardavamo Gheddafi e dall’altro lo abbiamo rifornito di armi?

«Dapprima l’Italia ha rifornito gli arsenali di Tripoli, per poi mutare completamente linea ed entrare in guerra contro Gheddafi».

Altro che “Primavere democratiche”…

«Il termine “democratico” è una nostra terminologia, che tende a semplificare situazioni diverse e complesse. Si è giocato sempre con le parole, anche in passato, per giustificare le guerre, inventandosi totalmente anche le prove che provocavano il conflitto. Le guerre servono a ristabilire situazioni politiche più favorevoli, affinché producano nuovi contratti economici, molto più proficui e strategicamente vantaggiosi».

La questione economica è, ovviamente, predominante e sempre presente; sono molte le banche italiane che fanno intermediazione in questo settore?

«Si, purtroppo, sono diversi gli istituti italiani che lavorano attivamente nel commercio delle armi, anche se nell’ultimo periodo sono in diminuzione, sostituiti da banche straniere. Qualche anno fa, ci fu una forte pressione dea parte dell’ABI affinché ci fosse maggiore riservatezza in relazione alle transazioni bancarie connesse dal commercio delle armi. La mobilitazione dell’opinione pubblica aveva inciso in modo sensibile. Alcune banche hanno, quindi, lasciato questo settore, che porta impopolarità: i clienti negli ultimi tempi sono più informati e non sono mancate segnalazioni. Chi volesse avere un’idea più precisa o verificare se la propria banca è coinvolta, può vedere l’elenco in internet».

L’Italia è la seconda nazione al mondo nel settore della commercializzazione delle armi leggere, c’è un riconoscimento esplicito di eccellenza da parte del mercato riguardo questo settore?

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«Si, certo, le aziende italiane hanno sempre dimostrato grande qualità in questo comparto. Tra l’altro, ultimamente si sono affacciati sul mercato produttori clandestini, soprattutto in Africa e in America latina, che realizzano copie identiche dei maggiori modelli richiesti dal mercato, a prezzi molto più convenienti. Troviamo duplicazioni di armi Beretta, Franchi, Benelli, ma anche del celebre Kalashnikov, l’arma più venduta al mondo, derivazione di un mitragliatore tedesco della seconda guerra mondiale (e non invenzione russa). È l’arma più semplice da usare, praticamente indistruttibile e necessita di pochissima manutenzione. Le copie identiche di queste armi vengono prodotte e vendute senza alcun controllo».

Il vostro istituto, Archivio Disarmo, ha assegnato il premio internazionale “Colomba d’oro per la pace”, quale la scelta quest’anno?

«Lo abbiamo attribuito a padre Jacques Mourad, priore del monastero di Mar Elian in Siria, filiazione del Monastero fondato da padre Dall’Oglio; a Deir Mar Musa, che promuove il dialogo tra Cristianesimo e Islam. Dopo anni di impegno instancabile per il dialogo con i musulmani, padre Mourad ha vissuto per cinque mesi il dramma del rapimento per mano dell’ISIS. È stato prigioniero con altri 250 cristiani, si sono salvati perché non si erano armati contro nessuno. Coltivare la pace, in ogni circostanza, ha sempre effetti positivi».

I premiati “Colomba d’oro” 2019, tra essi padre Jacques Mourad.

 

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