Adozioni (3): le assurde pastoie burocratiche italiane

Una incredibile storia di lungaggini, disinteresse e cattiva amministrazione della Giustizia

tempo di lettura 7 minuti

Terza puntata

L’Italia non è un Paese per famiglie adottive, come abbiamo visto e cercato di documentare sia nella prima che nella seconda puntata di questa inchiesta che ora volge al termine. Non è neppure un Paese per bambini da adottare.
Infatti, se andiamo a toccare il tasto delle adozioni nazionali, la nota che ne esce fuori è ancora più stridula, se possibile, di quelle internazionali.

Diciamo subito che, per adottare minori in Italia, rispetto ai bambini stranieri, non ci sono corsie preferenziali e le regole per essere dichiarati genitori adottivi sono sempre le stesse. Una coppia, inoltre, può presentare domanda sia per l’adozione nazionale che per quella internazionale. Nell’ambito di quella nazionale, tutta la materia è demandata ai 29 Tribunali per i minori operativi in Italia.

Nel 2001 le domande di disponibilità ad adottare minori italiani furono poco meno di 13mila; il record lo si raggiunse nel 2006, con oltre 16mila domande; poi la discesa, fino alle 8.700 del 2017 (ultimo dato disponibile).

Il numero dei minori dichiarati adottabili, invece, in tutto questo lasso di tempo ha avuto sempre un’oscillazione costante tra i 1.200 e i 1.300 l’anno. In questo numero sono compresi quelli – circa 400 – rifiutati alla nascita e, quindi, abbandonati negli ospedali, soprattutto da donne straniere (circa il 65%) che si avvalgono della possibilità di partorire in anonimato.

Seguendo questa contabilità – fredda, ma fino a un certo punto – si comprende come, per ogni bambino italiano potenzialmente adottabile, ci sono circa 10 copie disponibili a farlo. Eppure, ogni anno, le sentenze di adozione sono di meno (negli ultimi anni, statistiche alla mano, il rapporto è intorno ai 950/1000 bambini adottati rispetto ai 1300 adottabili).

Colpa della burocrazia sfiancante, certo, delle non-decisioni dei Tribunali dei minori, così come del fatto che non sempre si riesce ad “abbinare” un bambino a una coppia. Purtroppo, però, c’è anche un problema culturale che l’adozione nazionale sconta rispetto a quella internazionale, per cui diverse coppie poi rinunciano, o non seguono fino in fondo, la prima strada.

Per dirla tutta, i ragionamenti (sbagliati, ma frequenti) sono di questo tipo: “Non prendo un bambino italiano perché poi viene fuori la madre o un parente e ce lo portano via, oppure iniziano a spillarci soldi”; “i bambini italiani sono troppo grandi“, “se li hanno abbandonati è perché sono malati“. Non mancano neppure “ragionamenti” del tipo: “all’estero posso scegliere il bambino, qui no” e via mercanteggiando.

Detto questo, l’altro grosso problema – come per le adozioni internazionali – è quello di una “macchina statale” che funziona poco o male e di una sfera politica che ha sempre snobbato tutto il capitolo adozioni, anche in presenza di convenzioni internazionali. L’Italia, per esempio, nel 1998 ha ratificato la convenzione dell’Aja, punto di riferimento pressoché mondiale per la tutela dei minori e la cooperazione internazionale. Eppure…

Eppure i bambini italiani non sono adottabili da una coppia straniera! E qui si rasenta l’assurdo, perché: o fai parte di certe regole e, quindi, le applichi tutte, oppure sei inadempiente rispetto a queste.

A questo punto ci viene in soccorso la competenza in materia (oltre al suo grande lavoro quotidiano in uno tra i maggiori Enti autorizzati alle adozioni) di Marco Griffini, presidente di Aibi, Amici dei Bambini. «Diciamo subito che, come Enti autorizzati non abbiamo competenza sulle adozioni nazionali, la cui materia è di pertinenza dei Tribunali dei minori. Però, c’è questo problema dei bambini italiani che, di fatto, non sono adottabili da cittadini di altre nazioni. A noi è capitato più volte che proprio dall’estero, per esempio da coppie italo-americane, ci venga richiesto di poter adottare in Italia, ma… non si può. Come Aibi portiamo avanti questa battaglia da molti anni, ma le nostre richieste sono sempre state respinte dalla Cai, la Commissione adozioni, con la motivazione che, in pratica, finché non ci sarà una banca-dati delle adozioni nazionali, non è possibile applicare il principio della reciprocità».

Questo principio si riferisce a ciò che avviene in tanti altri Paesi. Chi scrive, per esempio, ha l’esperienza personale della Russia, dove questa banca dati esiste. In essa viene inserito il profilo del bambino adottabile, che qui resta per sei mesi: se in questo tempo nessun cittadino russo fa richiesta di adozione, allora diventa adottabile anche per l’estero.

La realtà italiana, insomma, è quella di una grande precarietà che persiste, perché la banca dati, sulla carta, è prevista da una Legge specifica (la numero 149 del 2001 all’articolo 40) poi, però, è servito più di un decennio successivo (e tutta l’ostinazione dell’Aibi) per arrivare a una sentenza del Tar di Roma che (nel febbraio 2013) ha obbligato il Ministero della Giustizia a istituirla. Tutto risolto?

Neanche per sogno, perché solo nel 2017 il Ministero ha fatto sapere che, finalmente, i 29 Tribunali per i minori sono collegati tra loro. In pratica, tutto questo tempo (16 anni…) è stato necessario per mettere in rete 29 computer!

Adesso, teoricamente, esiste la possibilità per un giudice di Palermo di sapere se a Milano, e non solo nella sua provincia, esiste una coppia che va bene per adottare un determinato bambino. «Anche noi enti autorizzati – chiosa il presidente dell’Aibi – potremmo dare una grossa mano, collaborando con i Tribunali, nell’interesse del minore, ma…».

Ma questa banca dati ancora non funziona. Perché le tracce si fermano proprio a quel 2017. Come se per questi 29 computer finalmente in rete dopo 16 anni, mancasse però la manina deputata ad accendere l’interruttore generale.

(3 – Continua lunedì 4 novembre)

Lascia un commento

Articolo precedente

Pagine dimenticate: chi ha affondato la Novorossijsk?

Prossimo articolo

Più si vota più si capisce (questa è democrazia)

Gli ultimi articoli di Blog