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INCHIESTA: la “tragica sceneggiata” che copre il commercio delle armi

Prima puntata
«È stato sconcertante vedere le dichiarazioni del nostro governo e dei maggiori leader europei, riguardo al dichiarato embargo sulla fornitura (futura) di armi alla Turchia. È l’ennesimo esempio di come, da diverso tempo, sia in atto una autentica sceneggiata tanto ipocrita quanto tragica sulla pelle delle popolazioni coinvolte da conflitti».

Maurizio Simoncelli

È un fiume in piena Maurizio Simoncelli, vicepresidente e cofondatore dell’IRIAD (Istituto Ricerche Internazionale Archivio Disarmo). Non riesce a trattenere il disappunto difronte all’ennesimo spettacolo indecente offerto dalle nazioni europee. «Un Europa che non riesce a parlare con una voce unica, divisa come il comportamento dei suoi maggiori rappresentanti, sempre in ordine sparso davanti alle crisi. Questo atteggiamento ci fa comprendere la reale consistenza politico-diplomatica della UE, che non ha una strategia di fondo. Tira a campare navigando a vista».

Una vicenda, quella Turca, che ha riportato all’attenzione alcuni temi di cui gli Stati e i governi, non amano parlare?

«Chissà perché… Il commercio italiano delle armi era emerso, dopo un po’ di silenzio, dai tempi della battaglia contro le mine antiuomo, con la notizia della nostra vendita di bombe d’aereo all’Arabia Saudita, per la sua guerra in Yemen. Bombe che hanno un potenziale enorme, lasciano crateri di 15 metri di diametro distruggendo tutto quello che si trova nel raggio di 70-80 metri. Sono state utilizzate dall’aviazione saudita facendo molte vittime tra i civili inermi, donne e bambini. L’Unione Europea aveva chiesto all’Italia di fermare il commercio con l’Arabia nel 2016. Lo abbiamo fatto tre anni dopo».

Cosa l’ha fatta arrabbiare di più nella vicenda riguardante Erdogan?

«La montagna di ipocrisia di quei politici che fanno finta di non sapere, di non ricordare, di coloro che si nascondono dietro intese trasversali al di là dei trattati stipulati, che nessuno rispetta. Vengono ignorati puntualmente, accordi ufficiali sia europei sia internazionali, che hanno richiesto anni di duro lavoro. Queste promesse di futuri embarghi lasciano veramente il tempo che trovano…La Turchia è stata rifornita ampiamente negli ultimi 5 anni sia dall’Italia sia da altri Stati, se dovesse sostenere una guerra, ha scorte per almeno 10 mesi. L’unica soluzione, in questi casi, è un’ordinanza dell’ONU che mandi una forza di interposizione di caschi blù, sul confine tra Turchia e Siria».

Riguardo ai trattati, ci faccia un esempio?

«L’articolo 1 della legge 185 del 1990 (norme sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento) parla in modo chiaro: si declina bene fino al comma 8, dove iniziano le eccezioni alla legge…Vi invito alla lettura diretta per capire e comprendere una delle nostre migliori virtù, in ambito legislativo; sul formulare bene le caratteristiche che esentano dalla legge, noi italiani (ma anche qualche altro Paese, ultimamente) siamo bravissimi. Riusciamo a dar la parvenza di una volontà, mentre strutturiamo, nello stesso tempo la possibilità, di fare il contrario. Inoltre, si possono evidenziare tranquillamente, negli ultimi 10 anni, ripetute violazioni alla legge europea sul traffico delle armi del 26 ottobre 2004, commesse da diversi stati dell’Unione. Oltre a questo, ci sono le continue violazioni al trattato ATT delle Nazioni Unite. Non mancano le leggi, manca una coscienza morale e una reale cultura della pace, che le rispetti».

Il commercio verso Paesi non appartenenti alla NATO è aumentato negli ultimi 4 anni?

«Si, e in modo preoccupante… Oltretutto sarebbe vietato. In linea teorica i soli Paesi dove potremmo commerciare armi sono quelli NATO e dell’Unione Europea. Ricordiamoci che l’Italia è al nono posto nella “top ten” dei produttori mondiali di armi e commercializza molto verso Paesi instabili e/o appartenenti ad aree molto calde: Egitto, Pakistan, Turchia, Qatar. Basta fare un accordo di collaborazione o cooperazione militare preventivo e il gioco è fatto, si possono commercializzare tutte le armi convenzionali, senza limiti. In passato abbiamo rifornito abbondantemente il colonnello Gheddafi, di cui i governi europei e gli Usa dicevano di tutto ma che, per noi, era un ottimo partner commerciale. Le armi di Gheddafi, dopo la sua caduta, sono poi finite in altri luoghi e altre destinazioni».

Percorsi difficilmente controllabili…

«Purtroppo, è un aspetto che pochi contemplano ma è altrettanto importante e… pericoloso. Attraverso una ricerca portata avanti dal mio Istituto, siamo riusciti a ricostruire le rotte e gli spostamenti dei grandi trafficanti di armi. Soprattutto le armi leggere finiscono alla criminalità organizzata di mezzo mondo, ovviamente anche a mafia, camorra e ‘ndrangheta. I grandi depositi della Libia e di altri Paesi della fascia Medio Oriente e del nord Africa sono in mano a ufficiali spesso corrotti, che commerciano di sottobanco con chiunque, è solo una questione di prezzo. Al Qeida e l’Isis conoscono bene questi canali di rifornimento».

Solo armi leggere?

«Si, anche se bisogna comprendere bene. Le armi leggere sono quelle che, nelle guerre, fanno i danni peggiori e provocano più morti, sono le vere armi di distruzione di massa… Le armi pesanti hanno caratteristiche molto diverse e poco pratiche. Hanno costi molto elevati, ci vuole personale specializzato per usarle, hanno costi manutentivi non indifferenti e non si possono trasportare con il metodo “formica”».

Metodo “formica”?

«Si, ha capito bene. Faccio l’esempio di un carico di 500 fucili mitragliatori; viene diviso in 50 piccoli trasportatori (anche auto civili) che partono in date diverse. Se uno di loro viene intercettato e arrestato, c’è la perdita di soli 10 pezzi, non di tutto il carico. Per un carro armato, il trasporto, il costo manutentivo e l’uso sono molto più complessi e difficili».

Un piccolo trasporto che rende molto…

«Rende in modo duplice, perché non si fanno mai viaggi a vuoto. All’andata si portano armi, al ritorno droga o persone clandestine».

Anche gli Stati hanno la loro provvigione…

Certamente, per esempio la Leonardo, prima azienda italiana produttrice, ha una partecipazione statale del 30%, poi ci sono tutte le percentuali sulle commesse che si ottengono per intermediazione. Ovunque, il commercio delle armi ha grandi cifre in ballo e fa guadagnare persone che hanno ruoli fondamentali, affinché tutto vada nel migliore dei modi. Tempo fa, alcuni portali specializzati, facevano un’analisi dettagliata dei vari passaggi, anche istituzionali, necessari perché una grande partita di armi fosse venduta oppure acquistata. Dal voto favorevole dei partiti politici, all’intermediazione del ministero della difesa e dell’interno, al ruolo dei servizi segreti, diverse componenti di uno Stato sono chiamate a fornire il loro parere positivo. Quindi…».

(1 – continua mercoledì 30)

 

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