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Adozioni (2): è anche un problema di costo

Se vi accingete alla lettura di questo articolo, sappiate che – nonostante tutta la nostra buona volontà – alla fine non vi darà certezze. Tanto meno potrà fornirvi una guida sicura all’adozione. Parlare o scrivere di adozioni internazionali, in Italia, infatti, è come infilarsi nel più grande dei gineprai.

Per poter adottare un bambino, uno dei problemi più grossi è quello dei costi, oltre alle pastoie burocratiche e alle incertezze politiche di cui abbiamo già scritto. Fermo restando che non esiste una sorta di “listino prezzi” – e questo, naturalmente, è un bene perché non vogliamo che si arrivi al  “mercato dei bambini”, come succede purtroppo Oceano – neppure possiamo dire che esistono dei parametri certi, tanto che i costi possono variare anche di parecchie migliaia di euro da una adozione all’altra.

Diciamo genericamente che, una adozione internazionale, può costare dai 30 ai 40 mila euro, con un range molto più vicino all’ultima che alla prima cifra.

In questa somma vanno compresi, innanzitutto i soldi per gli Enti autorizzati (solo attraverso i quali si può portare a termine una pratica adottiva) il cui elenco è facilmente reperibile sul sito internet della Cai, la Commissione per le adozioni internazionali.

Anche qui le tariffe variano da Ente a Ente, non tanto in base ai servizi offerti – prima, durante e dopo l’adozione – quanto in rapporto al Paese dove si intende adottare (ogni Ente agisce ed opera solo in alcuni Stati). Questo anche perché ci si deve adeguare a quelli che sono i costi propri di quel determinato Paese. La normativa prevede, comunque, che gli Enti comunichino alla Cai che li rende ufficialmente noti, i dati di dove operano e che spese ci sono in quel determinato Paese. Da questo punto di vista, quindi, gli aspiranti genitori adottivi non vanno incontro a sorprese e possono pianificare il loro budget anche prima di avviare tutto l’iter.

Nello dettaglio dei soldi chiesti dagli Enti – in maniera comunque sempre abbastanza trasparente – ci sono varie spese: dalla gestione della pratica, ai corsi di preparazione pre-adottivi e a quelli che, in qualche modo, richiamano un inserimento post-adozione; così come l’ausilio di professionisti e servizi specifici (per esempio psicologi o traduttori) laddove previsto o richiesto. Difficile, se non impossibile, quantificare questi costi, se non singolarmente ma, volendo fare una media statistica, diciamo che possono aggirarsi anche fino al 50% della somma che la coppia alla fine andrà a spendere (e che abbiamo ipotizzato prima). Ci sono, infine, i soldi che gli enti spendono, soprattutto per i servizi che ricevono all’estero e che poi “girano” alle coppie, ovvero: traduzioni, documenti vari e legalizzazione di questi, visti, passaporto per il minore, stipendi dei referenti stranieri, e così via.

Altra voce di spesa è quella relativa ai viaggi e alla permanenza, più o meno lunga, e magari ripetuta nel tempo (perché non sempre uno o due viaggi bastano), nella nazione di nascita del piccolo che si intende adottare. Anche in questo caso le differenze di spesa possono essere notevoli, senza dimenticare i soldi che, in qualche parte del mondo, vengono richiesti per mantenere il bambino in un orfanotrofio dal momento dell’assegnazione alla coppia a quello della definizione della pratica e, quindi, della partenza verso la nuova casa.

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Insomma: tanti soldi. Benedetti, perché comunque si dà una famiglia a un bambino e si completa la propria.

A questo punto ci si chiede: ma lo Stato italiano cosa fa per aiutare in qualche modo queste famiglie?

In caso di adozione internazionale, si può chiedere il rimborso di parte delle spese sostenute in base al reddito dichiarato. Nello specifico, funziona così: 50% delle spese di adozione sostenute (fino a un massimo di 5.000 euro) di rimborso per i genitori con reddito fino a 35.000 euro; 30% delle spese di adozione sostenute (fino a un massimo di 3.000 euro) per i genitori con reddito compreso tra i 35.000 e i 70.000 euro. Quello che resta della spesa sostenuta, potrà invece essere dedotto nella dichiarazione dei redditi.

Il ritardo nei rimborsi, però, è ancora notevole, anche se si è ridotto negli ultimi anni sulla spinta anche di una certa pressione mediatica. Il 27 settembre scorso, infatti, la Cai ha ufficialmente comunicato, attraverso la sua segreteria tecnica, che sono state completate le verifiche delle domande ricevute per gli anni 2015/16/17 e portata a termine la fase di liquidazione per l’anno 2015, mentre è stata avviata la predisposizione degli ordini di pagamento per il 2016.

È ancora poco per cui l’adozione internazionale rimane una procedura limitata a poche famiglie che possono permetterselo. Tuttavia, come abbiamo scritto la settimana scorsa, in effetti esiste più richiesta che possibilità reale di veder esaudito il sogno di adottare un bambino.

(2 – Continua lunedì 28)

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Igor Traboni
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