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Conflitto turco-curdo: sarà Putin la chiave per risolverlo

Si sta faticosamente spostando sul piano diplomatico la crisi seguita all’attacco, sconfinato anche in Siria, da parte dell’esercito turco e delle milizie turcomanne contro gli insediamenti curdi della regione.

Il segnale di un sostanziale canale di trattative aperto ha faticosamente fatto capolino sulle headlines dei network mondiale. Già martedì prossimo il presidente Erdogan sarà in Russia per una visita ufficiale. L’annuncio è arrivato da Dimitri Peskov, portavoce del Cremlino. L’incontro sembra destinato ad avere l’effetto di un potente antipiretico sull’attività bellica in corso. Per ora, la Turchia non ha certo bloccato le sue iniziative militari, ma lo stanziamento di truppe dell’esercito regolare siriano fin dentro Kobane e il dispiegamento “a cuscinetto” di quelle russe rappresentano un ostacolo ad ulteriori avanzate.

Così (esattamente come avevamo scritto due giorni fa) Putin si candida ad essere ancora il vero protagonista della crisi.

Anche perché, al netto dell’operazione “cosmetica” annunciata da Di Maio (stop alle vendite – future – di armi alla Turchia, dove però sono tutt’ora stanziati 150 militari italiani) e solo ipotizzata da altri Paesi, l’UE è sostanzialmente paralizzata.

D’altronde chi conta a Bruxelles (Germania e Francia) sono Nazioni in cui abitano milioni di turchi (4 solo in Germania) e anche centinaia di migliaia di curdi. Scontri tra dimostranti delle due parti si sono già registrati in numerose città tedesche; particolarmente gravi quelli a Hernen.

Da parte sua Trump annuncia le “solite” sanzioni ma ha mandato un messaggio pesantissimo al mondo, attraverso un personaggio “leggerissimo” qual è il nostro presidente Mattarella. “In fatto di terrorismo” ha sostanzialmente detto Trump “il PKK curdo è persino peggio dell’Isis”. In termini di morti per attentati commessi (quasi tutti) in Turchia, non c’è da dargli torto.

Certo il tema terrorismo è di quelli che preoccupano. Al di là delle notizie incontrollate su presunte “liberazioni di massa” di prigionieri dell’Isis, il tema ancora caldo è quello dei foreign fighters, i combattenti del Califfato con passaporto europeo che, fino a oggi, i Paesi di appartenenza (soprattutto Gran Bretagna, Francia e Germania) non hanno voluto riprendersi. Considerare che chi ha trucidato civili e decapitato avversari possa far parte di quei tre milioni e seicentomila “profughi” cui Erdogan ha minacciato di dare l’abbrivio verso l’Europa, significa forse pensar male. Ma, come si suol dire, spesso a pensar male ci si azzecca.

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Per cui molto meglio tornare al “piano Putin” (l’unico che abbia davvero sempre combattuto contro il terrorismo: in Cecenia come in Siria) e sperare nella creazione della zona cuscinetto a Nord della Siria in cui ricollocare i profughi siriani, lasciando ai Curdi maggiore spazio a Est (in Iraq e Iran). Ovvio però che se Mosca fermerà Ankara, anche i curdi dovranno dare assicurazioni.
Speriamo che nessuno si diverta a soffiare sul fuoco (stile Hilary Clinton).

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